La politica internazionale irrompe sulla Vuelta.
Nell’undicesima tappa, 157 km con partenza e arrivo a Bilbao, centinaia di manifestanti pro-Palestina hanno obbligato la direzione corsa a modificare il finale della tappa. Nessun vincitore e tempi presi ai -3 km dal traguardo, senza così transitare per la seconda e decisiva volta sull’arrivo, visto che proprio lì erano sistemati i protestanti più facinorosi (diciamo così).
L’argomento è complesso e delicato. Partiamo dalla dichiarazione del direttore di corsa della Vuelta, Kike Garcia, che è stato piuttosto netto: “La Israel-Premier Tech deve rendersi conto che la sua presenza qui alla Vuelta mina la sicurezza di tutto il gruppo e di tutta la carovana”.
Messaggio forte e chiaro, che proviamo a tradurre in maniera nuda e cruda: noi non possiamo fare nulla, ma se avete un briciolo di autocoscienza andatevene dalla corsa e magari arriviamo a Madrid il 14 settembre.
E qui tento di darvi qualche spunto di riflessione.
Al di là della posizione personale, chiaramente pro-Palestina e quindi con piena solidarietà verso le proteste e le manifestazioni che si vedono per strada, cerchiamo di fissare dei paletti. La tappa di Bilbao ha creato un pericoloso precedente. Da oggi in poi tutti hanno capito che si può fermare una corsa e si può avere questo potere. Il pericolo era risaputo da giorni. L’Unione Ciclistica Internazionale, come al solito, se ne è lavata le mani.
Peggio di Ponzio Pilato. Nessun dirigente presente in Spagna. Nessuna posizione ufficiale. Nessun intervento netto. Inammissibile. I corridori sono spaccati. Le squadre anche. Fra accuse, insulti e robe varie che scorrono nel dietro le quinte della Vuelta.
I corridori, lo staff e i direttori sportivi della Isreal, in realtà, non hanno responsabilità. La sofferenza del nostro Marco Frigo, quasi in lacrime l’altro giorno, racconta bene del clima che loro stanno vivendo internamente. Senza nessuna colpa specifica. L’unica è che rappresentano uno Stato che ha già superato abbondantemente il confine del difendibile (o del comprensibile).
Il problema è profondo. Il capo della Israel, Sylvan Adams, ha più volte appoggiato apertamente Netanyahu. Non proprio un dettaglio. Anzi, un’aggravante. Troppo ingenuo per non sapere che poi si sarebbe esposto a proteste di questo genere in giro per il mondo. Esponendo, soprattutto, i suoi dipendenti.
E poi c’è la questione del doppiopesismo.
Dopo l’aggressione della Russia all’Ucraina, il CIO ci ha messo tempo zero a fare fuori la Russia da tutte le competizioni, con l’UCI che a sua volta ha cancellato la Gazprom dal calendario ciclistico. Cosa che non è successa con la Israel, per i noti motivi che sappiamo a livello di equilibri geopolitici. Legittimo, però, che alla gente comune questo chiudere gli occhi e far finta di nulla abbia dato parecchio fastidio.
C’è poi la questione del rispetto. Per la presenza di una squadra “poco gradita” devono andarci di mezzo tutti gli altri e quindi migliaia di persone che lavorano a un evento come la Vuelta per un anno?
La risposta di buonsenso è ovviamente NO.
Vedere come la Spagna si sta stringendo attorno a Gaza è qualcosa di commovente, ma sport e politica dovrebbero in qualche modo rimanere sempre separati. Anzi, dovrebbe proprio essere lo sport a veicolare messaggi positivi e di pace. E anche in questo, purtroppo, la carovana della Vuelta ha perso una grande occasione.
Ora speriamo solo che la corsa possa arrivare a Madrid. Mi piacerebbe vedere più unione, armonia, compattezza. E, magari, un briciolo di umanità. Il ciclismo vincerebbe tutto insieme. Magari non salveremo delle vite a Gaza, ma ricorderemmo a tutti che la potenza dello sport ha un valore simbolico e sociale.
Basato su pace e fratellanza.




















Non sono solo dei principi astratti e dei buoni propositi. Si tratta di persone che vengono ammazzate, persone come te e come me. “Chi salva un uomo salva il mondo” è un detto della religione ebraica. Peccato che sembra proprio che se lo siano dimenticato. Per liberare gli ostaggi si devono cercare altre vie.
Lo sport dovrebbe unire tutti i popoli , senza dimenticare che gli sportivi sono prima di tutto esseri umani e come tali dovrebbero rifiutarsi di gareggiare con atleti di uno stato che pratica un massacro sistematico della popolazione civile palestinese in diretta mondiale.
Le vorrei ricordare che israele (volutamente minuscolo) è dal 1947 che occupa territori contigui arrivando ad avere quasi il 300% di quanto REGALATO dagli inglesi e dagli americano nel 1947. Da allora, appoggiata da stati canaglia come quelli detti prima, hanno continuato a combattere diventando uno stato guerrafondaio e genocida come erano i nazisti durante la seconda guerra mondiale. Hamas veniva perfino finanziata dal partito nazista di Netaniahu per destabilizzare il Medio Oriente (Iran, Quwait, Qatar…tutti ricchi di petrolio…) di cui loro, i sionisti nazisti, avrebbero preso le redini. I sraele si sta comportando molto male. E’ come se lei, solo perchè odia una persona di un altro quartiere, farebbe saltare, con un solo colpo, l’intero quatiere inciminato, sterminando centinai e centinaia di uomini donne e bambini, innocenti della vostra diatriba magari per un seplice e futile motivo. E poi non confondiamo l’antisemitismo (odio per gli ebrei) con l’antisionismo che è quello che pratica il governo israeliano!!!!
Separiamo la politica dallo sport. Gli atleti sono le vittime innocenti delle guerre, dei conflitti, del terrorismo (vedi Maratona di Boston o Olimpiadi di Monaco, ma anche grandi campioni obbligati a combattere sul fronte anzichè a gareggiare – penso ad esempio al campione del canottaggio della mia città Como, Giuseppe Sinigaglia caduto nella prima guerra mondiale). Un atleta vuole innanzitutto gareggiare, e normalmente fa amicizia con compagni di qualunque nazionalità e religione. Nel ciclismo non esiste nazionalismo, e ben ha fatto molti decenni fa il Tour de France ad abolire le squadre nazionali in favore dei club. Lo sport puo’ salvare tanti giovani dal fanatismo politico e religioso, è l’unico ambiente, almeno a livello non agonistico dove incontri più persone disposte a farti del bene ed ad aiutarti piuttosto che a farti del male.
Tutta la colpa è della politica internazionale che ha volutamente adottato misure diverse nel condannare, giustamente, la Russia e non in egual misura il massacro della popolazione di Gaza da parte di Israele. a tal proposito riterrei opportuno che i tifosi italiani disertassero lo stadio di Udine e si astenessero dal guardare in TV la partita dell’Italia contro Israele.
Buongiorno, non vedo nessuno prendere le difese degli ostaggi israeliani in mano ai terroristi, nessuno si ricorda perché Israele ha iniziato questa operazione?
Che discorso vuoto. Appellarsi a generici valori umani e dare dei facinorosi a chi protesta (invece di unirsi) significa girarsi dall’altra parte punto.