Il ciclismo è in sofferenza? Ni. No perché negli ultimi anni sono entrati nel circus sponsor di rilievo come Lidl, RedBull, Xds, Decathlon (oltre a interi paesi come UAE, Bahrain e Israel). Sì perché il gap che si è venuto a creare fra le prime 5-6 squadre del panorama World Tour rispetto alle altre è abbastanza imbarazzante.
Al di là del palese dominio della Uae-Emirates, che negli ultimi due anni ha totalizzato il numero esorbitante di 178 vittorie, sono riuscite a tenere botta la Visma-Lease a Bike, la Lidl-Trek e la Soudal-Quickstep. I gialloneri, grazie soprattutto a Vingegaard, Kooj e a qualche lampo di Van Aert ha spesso catturato la scena mediatica e di sponsor.
La Lidl, probabilmente la squadra che è cresciuta maggiormente negli ultimi 4 anni, ha dimostrato di avere sempre un approccio aggressivo alle corse e può contare su due gioielli come Pedersen e Milan. La Quickstep, nonostante il ridimensionamento economico, ha sfruttato la propria bravura nel forgiare campioni o crearne nuovi e così, grazie ai successi di Evenepoel, Merlier e Magnier, ha sempre tenuto un rendimento costante.
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Budget elevati, diciamo attorno ai 50 milioni di euro, non sono invece serviti a Ineos e RedBull per essere all’altezza dei team sopra citati. Con discreto disappunto dei rispettivi management, anche se da inquadrare in maniera diversa. Se infatti Ineos (prima Sky) ha concluso un ciclo e sta pian piano tentando di ricostruire, pur con alterne fortune, RedBull è entrata in maniera pesante nel ciclismo, con l’obiettivo di diventare una delle prime tre forze al mondo. Ci riuscirà?
Finora le delusioni sono state molto più abbondanti delle soddisfazioni. Nel 2026, con in organico Evenepoel, Hindley, Lipowitz, Roglic e Pellizzari le cose devono cambiare. E se nel giro di tre anni non dovesse arrivare la vittoria di un Tour de France, bè parlare di fallimento sarebbe probabilmente un complimento.
Chi sogna in grande, e fa bene, è la Decathlon. Con uno sponsor così importante alle spalle si può pensare a costruire un grande futuro, che in qualche modo è già presente grazie a corridori come Seixas, Gall e il neo-acquisto Kooj.
Il problema riguarda il sottobosco. Con l’eccezione della Alpecin, squadra che vince una ventina di corse all’anno ma ha in rosa i tre gioielli Van der Poel, Philipsen e Groves, le altre annaspano. Lotto e Intermarché si sono dovute fondere insieme per non scomparire. La Arkea è fallita. Movistar, Israel, Bahrain, Groupama, Cofidis, Jayco, Pic-Nic si devono accontentare delle briciole e di qualche colpo sporadico di qualche corridore. Troppo poco.
Diverso il discorso per alcune Professional solide e ambiziose come Tudor, Q36.5 e Uno-X, coi norvegesi che dal 2026 passeranno nel World Tour. Sono realtà solide e che finora hanno lavorato con lungimiranza, pazienza e attenzione.
Insomma, il divario fra la crème del ciclismo e il resto è abbastanza netta e visibile. Invertire la tendenza non sarà semplice. Perché è vero che non sempre chi investe di più vince di più, ma è altrettanto vero che per riequilibrare il campo servirebbero nuovi sponsor potenti e un sistema forse più democratico per dividersi i corridori migliori.
Sogno più facile a dirsi che a farsi.



















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