Nelle gare di ciclismo ci sono tappe di pianura, tappe vallonate e tappe di montagna, a cronometro; alcune sono adatte ai velocisti, altre ai passisti scalatori. In una corsa di lunga durata spesso accadono molte cose, come nella vita di ciascuno: imprevisti, aiuti inaspettati, tradimenti, fatica, momenti esaltanti, fughe in avanti e crolli repentini, ripartenze.
La vita di Harry Seidel somiglia molto a una lunga gara, con le sue tattiche, le diverse andature; nella sua vita a volte è stato gregario, altre volte capitano. Ma il suo successo maggiore lo deve al suo ruolo di “aiutante nella fuga”, un ruolo non contemplato (ancora) nel ciclismo.
Sport e propaganda nella DDR
Harry Seidel è stato un ciclista molto noto nella Germania dell’Est per aver vinto in diverse occasioni il Campionato di ciclismo su pista, una disciplina molto popolare nella Repubblica Democratica Tedesca. Ma la medaglia più importante la vincerà per un altro merito.
Alla fine degli anni Cinquanta, Harry Seidel è un campione noto, ha vinto diverse volte il Campionato nazionale di ciclismo e nel 1959 vinse l’oro nell’Americana (conosciuta come Madison), una gara di ciclismo a coppia, con Rainer Pluskat. Ma nel 1960, un anno prima della costruzione del Muro di Berlino, non fu convocato per le Olimpiadi di Roma perché sospettato di essere un oppositore del regime e per aver rifiutato la somministrazione di sostanze dopanti che la Deutscher Turn- und Sportbund (DTSB), una sorta di Comitato sportivo sotto il diretto controllo del Comitato centrale della SED (il partito unico al potere nella DDR), imponeva.
Durante la Guerra Fredda lo sport era una delle tante occasioni per tentare di dimostrare che il sistema sovietico adottato dai Paesi del Patto di Varsavia, per molti aspetti, era superiore a quello occidentale. Le vittorie e le medaglie rientravano nella propaganda. Gli atleti, godendo della libertà di movimento che era negata ai loro concittadini, dovevano essere affidabili e leali; per questo il controllo delle loro vite era totale.

Un carattere ribelle
L’indole antiautoritaria di Harry Seidel si forma tra le macerie del quartiere di Prenzlauer, dove è nato nel 1938. Da bambino vede gli ultimi drammatici effetti del nazismo, da ragazzo conosce la dittatura dell’URSS prima e poi quella della DDR. Lascia presto la scuola perché rifiuta i meccanismi di controllo e indottrinamento politico e va a fare l’elettricista.
In quegli stessi anni scopre l’attività sportiva, in particolare il ciclismo: uno sport che regala sempre un respiro di libertà. Ma non sempre si può andare dove si vuole. Nonostante le vittorie e i privilegi che il regime concedeva agli atleti, come l’accesso esclusivo alle cure mediche e una nutrizione migliore rispetto al resto della popolazione, Seidel non sopportava la propaganda della sua persona da parte del regime.
È insofferente alle sessioni ideologiche di marxismo-leninismo e soffre per la restrizione delle libertà personali. Pedalare liberi nella Germania dell’Est non si può e per questo, dopo la mancata convocazione olimpica, lasciò il ciclismo e iniziò a distribuire giornali a Berlino Ovest, pur continuando a vivere a Berlino Est. Nel frattempo, il 13 agosto 1961, venne costruito in una notte il Muro di Berlino.
Un “gregario della fuga”
È qui che scoprirà di essere un Fluchthelfer, un “aiutante della fuga”. Il capitano cede il passo al gregario, quello che porta assistenza, recupera le borracce, chiude i buchi nelle fughe.
Ricevi il meglio di Bikeitalia direttamente via mail: compila il modulo e iscriviti alla nostra newsletter settimanale, è gratuita!
Iscriviti alla newsletter
Le prime fughe
A settembre dello stesso anno il Muro non è ancora rinforzato, in alcuni punti c’è solo del filo spinato. In quel mese Seidel fuggì all’Ovest e ritornò a casa il giorno stesso, indomito e atletico; la sera stessa però fuggì di nuovo: a 23 anni ci si sente invincibili. Dopo un tuffo di diversi metri, attraversò il fiume a nuoto fino alla riva del Kreuzberg.
La DDR, senza volerlo, aveva formato un atleta resistente in una disciplina che non aveva previsto, quella del fuggiasco. In quello stesso mese riuscì a portare nella parte Ovest la moglie e il figlio di quattro mesi. Intanto, durante il giorno continuava a lavorare come fattorino e la sera andava a tagliare le recinzioni per aprire la strada ai tedeschi che volevano fuggire. Nello stesso anno, a dicembre, fu arrestato una prima volta alla Porta di Brandeburgo; portato in caserma, fuggì saltando dalla finestra.
L’anno dopo il Muro era terminato, non c’erano più recinzioni provvisorie. Harry Seidel, che in un anno aveva aiutato 34 persone a fuggire, non si dà per vinto e, dopo il lavoro, di sera andava a scavare tunnel sotto le strade confinanti, ma divise dal confine Est/Ovest. I rischi erano alti, perché la stabilità per tanti metri non era assicurata; il primo che scavò dovette abbandonarlo perché si allagò.
Le fughe e i tunnel
Come fattorino di giornali conobbe un edicolante, Fritz Wagner, che già scavava tunnel facendosi pagare. Seidel non chiese mai alcuna ricompensa: l’aiutò nell’impresa; in tutto la loro squadra era composta da circa 20 persone. Harry trovò la libertà sottoterra, non pedalando al vento. Più tardi si aggiunse una terza persona, il ventisettenne Heinz Jercha. I tre misero su una squadra di 20 persone, organizzata come un team di ciclisti: avevano tattiche di copertura negli scavi per risparmiare le energie; nei tunnel i “treni” erano compagni occasionali, persone da aiutare nella fuga. All’uscita del tunnel li aspettava una volata verso una nuova vita. I tunnel erano stretti e si passava strisciando per decine di metri.
Per un anno Harry, l’infaticabile, scavò tunnel qui e là, come quello di Heidelberger Straße, lungo 75 metri, o come quello che, partendo da un negozio fotografico in Elsenstraße, finiva poi nel seminterrato di un hotel. Non sempre le cose andavano bene: a volte le vie di fuga diventavano impraticabili, altre volte le segnalazioni dei collaboratori della Stasi, la mastodontica organizzazione per la “sicurezza”, di fatto un’agenzia di spionaggio, vanificavano la fatica di uno scavo durato notti. In una di queste perse la vita Heinz Jercha: ferito durante un’imboscata, attraversò di nuovo il Muro verso Ovest, dove morì dopo poche ore.

Fonte: BStU

Fonte: Archiv Kellerhoff
Arresto e prigionia
Seidel, nonostante i rischi, continuò a scavare tunnel. Continuò a consegnare giornali e la moglie più tardi ricorderà le passeggiate da sola con il figlio, perché il suo eroe doveva dormire. Furono circa cento le persone che Harry Seidel fece fuggire da Berlino Est. Per la Stasi era diventato quasi un’ossessione, vista la notorietà che aveva come ex campione, ma nel novembre del 1962, per una soffiata di un informatore, fu arrestato mentre stava fuggendo in uno dei tunnel scavati alla periferia di Berlino. Il mese dopo fu processato dalla Corte Suprema; il regime diede molto risalto alla vicenda con fini propagandistici e intimidatori.
Harry Seidel fu accusato, tra le altre cose, di aver danneggiato un “muro protettivo” che garantiva la pace mondiale. L’ex ciclista fu condannato all’ergastolo e ai lavori forzati. Non si arrese nemmeno in questo caso: si allenava in prigione e, messo in isolamento, riuscì a salire su un camino durante l’ora d’aria; scese solo dopo che gli fu permesso di tornare in una cella normale. Pianificò altri tentativi di fuga, seppellì lenzuola annodate nel cortile, ma non ne fece nulla.
La liberazione e il ritorno allo sport
Fu rilasciato dopo quattro anni. La moglie, Rotraut, fin da subito si mobilitò scrivendo ad Amnesty International, coinvolse l’allora sindaco (e futuro Presidente della Repubblica) Willy Brandt, fece scioperi della fame. Furono avviate trattative segrete che portarono alla sua liberazione; una parte dell’accordo raggiunto prevedeva che la famiglia Seidel fosse tenuta lontana dalla stampa per un periodo di tempo, perché il regime temeva l’esempio di una figura così limpida e libera.
Harry Seidel, durante l’asilo in Svezia, riprese ad allenarsi pedalando e nuotando. Tornato a Berlino Ovest si concentrò sul ciclismo: la passione non si era affievolita. Partecipò ai Campionati della Germania Ovest di ciclismo a squadre. Nel 1973 vinse il titolo di campione nella cronometro a squadre; all’epoca aveva 35 anni e da 13 non praticava più il ciclismo professionistico: faceva il fattorino di giorno e scavava tunnel la sera. La prigionia non aveva intaccato le sue buone condizioni fisiche, né il suo carattere indipendente, amante della libertà dell’essere umano.

Memoria e riconoscimento
Dopo la riunificazione della Germania a Harry Seidel fu conferita la Croce al Merito della Repubblica Federale di Germania (Bundesverdienstkreuz), per il suo ruolo nell’aiutare oltre cento persone a fuggire oltre il Muro, da un regime totalitario. La bicicletta è l’essenza della libertà individuale, quella sensazione di sentirsi liberi senza chiedere permessi per andare dove si desidera: Harry Seidel lo ha dimostrato con la sua testimonianza.
Nel 2020 la moglie Rotraut si prese cura di suo marito, cui era stato diagnosticato un tumore fulminante. In uno di quei giorni in cui l’assisteva, prese un foglio e scrisse tutte le cose che avevano reso la vita degna di essere vissuta: il figlio, le vacanze, la loro casa tranquilla, il Mar Baltico e altre cose; non una parola sul Muro e sulle sue imprese eroiche. L’8 agosto Harry Seidel, il campione, lasciò questa terra in maniera discreta e libera.
A Milano, nel Giardino dei Giusti, Gariwo ha reso omaggio a quegli “atleti che hanno scelto il bene”. Quest’anno in particolare il tema è dedicato ai “Giusti dello sport. Storie di atleti che hanno scelto il bene”, visto il contesto delle Olimpiadi invernali che vedono Milano come uno dei fulcri di questo evento internazionale.
Gariwo è una Fondazione che promuove “le storie di chi ha scelto il Bene, anche nei momenti più bui della storia”. Tra le molte attività, Gariwo promuove i Giardini dei Giusti: sono 300 in tutto il mondo, luoghi di memoria, di dialogo e di coraggio. Nei giardini vengono piantati alberi in omaggio a coloro che si sono opposti ai genocidi e ai crimini contro l’umanità, che hanno scelto di salvaguardare la dignità umana durante i regimi totalitari del nazismo e del comunismo.





















il pianeta ha ancora bisogno di persone così buone e responsabili.
Grazie
Dio Bo’ che articolone :)
Grazie per aver raccontato questa interessantissima storia che non conoscevo nel dettaglio; ho trovato in rete un solo libro tradotto in italiano: Tunnel 1962: fuga sotto il muro di Berlino di Greg Mitchell (Utet)
corro anzi pedalo a comprarlo