In una comune pozzanghera di acqua sporca i ragazzini sono capaci di vederci l’avventura, e un uomo che mantiene un’anima cristallina e che non ha dimenticato il bambino che è in lui deve poterla vedere anche lui: almeno questo è quanto scriveva Baden Powell, generale inglese che fondò lo scautismo.
Deve essere così anche per i membri del Rough Stuff, il più antico club di ciclisti off-road al mondo, che fin dalla sua nascita ha come obiettivo quello di percorrere in bicicletta le vie più impervie e meno battute, coerente con quella tradizione britannica che fin dal Settecento ama le passeggiate in campagna, le escursioni, il gusto per l’avventura.
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Come è cominciata: 40 ciclisti in un pub
Non è un caso che il camping nasca proprio in Inghilterra. Esattamente nel 1894, sull’isola di Man, per opera di Thomas Holding, che fondò appunto il primo campeggio organizzato sulla base delle sue esperienze di viaggio in bicicletta (in quegli anni ideò una piccola tenda da sistemare sulla bicicletta, ma questa è un’altra storia da raccontare).
Nel solco di questa tradizione tutta britannica per la vita all’aria aperta, Bill Paul, cittadino di Liverpool, decise di pubblicare nel 1954 un annuncio sulla rivista The Bicycle. Diceva più o meno: “Credo che esista una piccola cerchia di persone che ama i percorsi accidentati, le strade sterrate tra le montagne del Galles e della Scozia”. Ci vide giusto, perché il 29 maggio dell’anno successivo, Domenica di Pentecoste, nel pub Black Swan di Leominster, nell’Herefordshire, discese lo spirito indomito e avventuriero sui 40 ciclisti che risposero all’appello.
Da quell’incontro si formò una confraternita di appassionati e sognatori come quegli uomini ancora ragazzi, capaci di vedere un’avventura dentro una pozzanghera, fedeli al motto che “non esiste bello o cattivo tempo, ma solo buono o cattivo equipaggiamento”; si avventuravano con un poncho, calzettoni al ginocchio, berretti di lana con pon-pon, scarponi in cuoio, pantaloni alla zuava, camicie e pullover; un thermos di tè, panini per rifocillarsi e, perché no, una boccata di pipa per riprendersi.

Cosa stava succedendo in Inghilterra
In quegli anni accade un cambiamento decisivo nelle abitudini e nella mentalità britannica. Infatti, fino a pochi decenni prima solo l’aristocrazia poteva godere dei paesaggi rurali, per via di una serie di leggi, conosciute come l’Enclosure Acts, che tra il 1604 e il 1914 privatizzarono le terre comuni, recintandole e limitando in modo drastico l’accesso pubblico a brughiere e montagne.
Ma nel 1932 centinaia di escursionisti inglesi salirono sulla cima del Kinder Scout, nel Peak District, che da lì a poco, nel 1951, divenne il primo parco nazionale britannico. Finalmente le persone comuni potevano partire, in bicicletta o a piedi, dalle proprie case nelle contee per avventurarsi tra montagne, valli, boschi e campagne. Vagare liberamente divenne un diritto (il Right to Roam).
La comunità della Rough-Stuff Fellowship non ha inventato il ciclismo fuoristrada, ma ha tratto ispirazione da una traccia tracciata molti anni prima, nel 1919, quando su Cycling Magazine uscì il racconto di W. M. “Wayfarer” Robinson, che nel marzo di quell’anno attraversò i monti Berwyn, nel Galles, sotto un’abbondante nevicata. Quel racconto divenne un classico per le generazioni successive. Uno dei primi atti del Rough Stuff Fellowship fu quello di apporre una targa in suo onore sul “Wayfarer Pass”. Nel 2019, 50 ciclisti, al seguito dello scrittore e fotografo Jack Thurston, ripeterono l’impresa per il centenario.

Il Rough Stuff e le loro imprese
Il loro è un ciclismo quotidiano, ma straordinario. Per andare è sufficiente una bici, una mappa e tanta curiosità. Un ciclismo che trova nel divertimento puro la sua concretezza. Le oltre 25.000 diapositive raccolte tramite un crowdfunding con Kickstarter e in parte pubblicate in due volumi testimoniano lo spirito avventuroso fatto con le biciclette di tutti i giorni, con le serate al club ad ascoltare i resoconti delle uscite e a ridere degli imprevisti. Nei loro volti non c’è nessuna enfasi compiaciuta, ma la determinazione ad andare avanti, il piacere di portare la bici nei luoghi più improbabili, l’umorismo per le forature, gli errori di percorso, per gli imprevisti di ogni genere; la soddisfazione per il torrente ghiacciato appena guadato, per la fatica di aver spinto la bicicletta su percorsi innevati.
Alcuni di loro si sono resi protagonisti di imprese importanti, come quella volta che nel 1958 furono i primi ad attraversare l’interno dell’Islanda con bici a scatto fisso, o come nel 1984, quando Phill Hargreaves e David Clarke raggiunsero il campo base ai piedi dell’Everest senza alcun supporto.

Un solo obiettivo: andare più lontano
A quei tempi non esistevano sospensioni, cambi elettronici, tubeless da 40 mm; le mountain bike non esistevano ancora, tessuti in Lycra e Gore-Tex men che meno, reggisella telescopici e freni a disco. L’acciaio era il re incontrastato, le geometrie erano essenziali e i telai dovevano essere robusti, non leggeri. I bagagli a volte erano delle semplici sacche legate al telaio, vere antenate del bikepacking, e qualche volta venivano portati a spalla insieme alle bici.
Questo non ha impedito a donne e uomini senza particolari allenamenti di portare la bicicletta in zone impervie, perché l’obiettivo, tuttora, non è quello di affrontare i sentieri con la giusta tecnica di guida: gli appassionati del Rough Stuff non si sono mai vergognati di scendere dalla bici e spingere. Non cercano di essere i più veloci, ma provano ad andare più lontano; forse hanno persino abbandonato l’idea stessa di sentiero: per il rough-stuffer esiste solo la superficie, come fosse uno stato mentale, per cui non esiste mai una strada senza uscita.
Con l’avvento della mountain bike tra gli anni ’70 e ’80, di fatto scompaiono in modo graduale i percorsi fuori sentiero, quelli più amati e percorsi dalla Rough Stuff Fellowship, ma questo non ha messo fine alla bella storia del Rough Stuff. Il mondo della controcultura californiana, dove nasce la MTB, e il Rough Stuff sembrano distanti, ma condividono uno spirito libero che li porta ad attraversare torrenti e recinti con la stessa determinazione.

Un archivio fotografico a disposizione di tutti
Le foto raccontano molto di questa piccola, ma significativa comunità di appassionati. Grazie al lavoro di Mark Hudson si rimane incantati dalla bellezza degli scatti, magnifici, semplici e autentici, che riescono a trasmettere a chi guarda lo spirito e le imprese, il divertimento e la dimensione comunitaria e di amicizia che hanno vissuto i pionieri di questa bellissima esperienza.
È grazie al lavoro di Mark Hudson, archivista della Rough Stuff Fellowship, scomparso nel 2002, che ricevette in regalo dai suoi vecchi amici di pedalata ben 34 scatole piene di diapositive, se oggi possiamo ammirare lo stile delle loro avventure. Si può dire che la popolarità ritrovata del club si deve alla pubblicazione di molte foto sulla loro pagina Instagram e dei due libri fotografici che raccontano, con il caratteristico humour inglese, la storia del club e le loro imprese, compresi alcuni viaggi dei suoi membri.
L’unica competizione ammessa dal club, infatti, era il concorso fotografico annuale, il che ha portato allo sterminato archivio che oggi custodisce la memoria di un modo diverso di andare in bicicletta. In quelle immagini non c’è soltanto il racconto delle escursioni e dei viaggi, ma guardandole si comprende come, molto prima che il gravel diventasse una moda, per loro fosse semplicemente un modo di stare insieme.
E oggi?
Le tendenze ciclistiche reinventano quello che già esisteva e oggi la diffusione del bikepacking e del gravel ha fatto tornare di moda il rough-stuff, una comunità ancora viva e attiva. Nel 1955 i soci erano 165, fino ad arrivare a oltre 1000 negli anni ’80 e stabilizzarsi intorno ai 600 nel 2015. Una comunità che è stata sempre inclusiva per l’eterogeneità dei suoi appartenenti: donne, uomini, giovani, anziani, perfino bambini (tanto per dire, all’atto della sua fondazione ci fu un acceso dibattito su quale dovesse essere l’età minima per l’ammissione dei soci).
Per la RSF non ha mai contato la bici in quanto tale, ma come mezzo per esplorare su due ruote e divertirsi in modo sano e genuino. Ancora oggi ogni mountain bike e ogni gravel non fanno che seguire quelle tracce che iniziano laddove “finisce l’asfalto”.
[Per saperne di più è possibile visitare il sito web the Off Road Cycling Club, o consultare i libri The Rough-Stuff Fellowship Archives]






















Ottimo articolo. Una bella storia che ci deve far riflettere sull’importanza della vita come momento di esplorazione, fratellanza, condivisione e serenità!