Questo è il racconto del mio viaggio in Argentina, tra febbraio e marzo 2024: un’avventura con bici di legno alla ricerca delle radici della nostra emigrazione.
Di solito succede così: apro la carta geografica che so essere incompleta e, appunto per quello, permette di immaginarmi persone e cose che stanno sotto quei colori e quelle scritte. Ancora oggi, quando viaggio, ho bisogno di una cartina fisica che mi dia una “vista di insieme”.
Appartengo a una generazione che ha cominciato a studiare geografia con gli atlanti dove la Terra era divisa in due metà esatte e l’Europa era ben più grande di quello che realmente è. Quella sfera che chiamavamo mappamondo ci incantava per ore: andavamo a collocare la nostra città e gli spazi immensi di Ringo, Toro Seduto e Tex Willer e, più avanti, di Ernesto ”Che” Guevara, Villa e Zapata. Poi cominciammo a cercare i collegamenti, le connessioni e scoprimmo che eravamo uniti a quelle terre e a quelle storie per doppio, triplo filo anche grazie a milioni di storie di italiani.

Perché un viaggio in Argentina
Per farla breve tra febbraio e marzo 2024 sono andato, ovviamente in bicicletta, in Argentina a cercare tracce dell’emigrazione italiana. No, non è l’Argentina romantica così ben descritta da Chatwin: piuttosto, ho puntato le mie ruote sulle tracce degli emigranti senza arte né parte, spesso allo sbaraglio, in fuga da povertà, fame, guerre e repressione.
Ricordarmi e ricordare che anche noi siamo stati emigranti può aiutare ad osservare l’oggi senza i soliti pregiudizi. Dalla mia piccola zona, il castanese, in provincia di Milano, tra il 1881 ed il 1920 emigrarono in oltre 21.000, la maggior parte verso le Americhe.
La preparazione del viaggio mi ha impegnato molto tempo e le storie, i documenti e i contatti hanno molto influito sulla predisposizione del percorso. Il viaggio è nato come progetto collettivo, per conoscere per renderlo possibile ho rotto a mezzo mondo di qua e di la dell’Atlantico.
Il risultato è stato quello di pedalare negli immensi spazi argentini passando da Buenos Aires, San Carlos de Bariloche, Mendoza, Alta Gracia… per incontrare le storie e i discendenti di emigranti italiani e anche di quell’Ernestito, quando ancora non era “El Che”.
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Una bici non convenzionale
Il mezzo: una bicicletta, dicevo, ma particolare perché il telaio era di legno, “quadro en madera”, costruito da un amico che per “passatempo” li realizza con precisione maniacale. Ho pedalato con quella bici su asfalto e sterrato (ripio), in giù ed in su, sino ai 4000 metri delle Ande, sotto il sole e ad acqua battente e me ne sono letteralmente innamorato.
È stato anche un grande passepartout che ha facilitato la relazione con gli argentini che la definivano “una obra de arte”. Altra eccellenza inestimabile è data dal fatto che le parti meccaniche sono state assemblate dalla Ciclofficina sociale di Busto Garolfo (MI) che ricondiziona vecchie biciclette e le offre gratuitamente a chi ne ha bisogno e da spazio a persone con svantaggio.
Un viaggio che mi ha regalato moltissimi incontri straordinari, e del calore con cui gli argentini mi hanno accolto.

Potessi farlo vi racconterei:
- di Vera Vigevani Jarak, colonna portante delle Madres de Plaza de Mayo, classe 1928, milanese di nascita, ebrea, fuggita da Milano in Argentina nel 1938 a causa delle leggi sulla razza. Vi parlerei di lei e di sua figlia Franca, desaparecidos nel 1976 a soli 18 anni;
- di quella volta che in un piccolo villaggio delle Ande un’anziana signora ha rifiutato che gli pagassi l’acqua perché “l’agua es sagrada” e quindi non si compera e non si vende;
- di Mario Brusatori, emigrato nel dopoguerra che, dopo aver lavorato negli immensi vigneti di Mendoza, si collegava con i suoi parenti in Italia servendosi di un CB (Citizen Band) da radioamatori utilizzando la luna come ripetitore;
- di Raul, nipote di genovesi, grande affabulatore, tifoso di terza generazione del Boca Juniors di cui mi ha svelato la bella storia e accompagnato alla scoperta della mitica “Bombonera” e del quartiere più italiano di Buenos Aires;
- di cocholice e lunfardo, quegli idiomi “bastardi” creati dalla Babele di lingue e dialetti che sbarcavano in Argentina assieme ai milioni di emigranti e i cui termini sono oggi ancora in uso nel parlare comune;
- dei “drittoni”, quelle lunghissime strade, di cui non vedi la fine. Le guardi in continuo e sembra che non si muova nulla e quando sei in bicicletta implori la grazia di un tornante;
- di leggende, soprattutto quella della “Difunta Correa” e magari anche quella del “Puente de l’Inca”;
- della bicicletta che Ernesto utilizzò nel 1950 per il suo viaggio in bici di oltre 4200 km per le province argentine e di quella foto che lo ritrae con il viso imberbe ma deciso, gli occhiali da sole per proteggersi anche dalla polvere di quelle strade che non conoscevano asfalto, i copertoni a tracolla, le gabbiette sui pedali come un corridore dei primi del ‘900;
- di Fernet Branca, di mate, di matahambre e dell’onnipresente asado, perché l’anagramma perfetto di “bici” è ”cibi” ma in Argentina è soprattutto carne;
- del cielo a volte plumbeo, tempestoso ma che riserva scorci di rara bellezza che meriterebbero di essere immortalati su una tela con in primo piano una crocifissione o almeno una resurrezione;
- delle Ande e dei loro colori che al mattino hanno dell’incredibile. Rossi, rosa, arancioni, gialli, grigi, verdi, grigioverde: pare che tutta la tavolozza si sia riversata in maniera fortuita su quelle montagne;
- di tango e di “tango tano” e di come gli emigrati italiani, i tanos appunto, l’hanno influenzato forse perché sembrava raccontare una pena simile alla loro.
Certo, poi parlerei e con passione di pedalate, degli incontri festosi con i pochi cicloturisti incrociati, dell’andare in bicicletta in autostrada accompagnati dai ciclisti locali, di forature e di improbabili meccanici, di acquazzoni improvvisi e temporali che mi hanno seguito per intere giornate, di quella volta che sfidando il clima patagonico mi sono messo in sella con i pantaloni corti e soprattutto di come la bici facilita tutto.

Bici, strade e libertà
Durante tutto il viaggio ho percorso strade e attraversato luoghi che hanno visto e vedono sogni e miserie, utopie e tormenti: ho viaggiato in bici perché mi piace ma soprattutto perché questo viaggio, più di altri, merita di essere percorso con un andare leggero e delicato, attento e rispettoso come solo la bicicletta sa fare.
Per viaggiare in bicicletta ci vuole tempo, è vero; “Non vado in bici perché ci vuole troppo” è una delle obiezioni che spesso mi muovono. Ma il viaggio lento ti restituisce e con gli interessi tutto il tempo impiegato.
Viaggiare sulle due ruote e senza motore non è il modo più veloce di andare, si va piano ma si può andar davvero lontano (non solo per la quantità di chilometri), e poi si incontrano un sacco di persone interessanti.
E infine i numeri:
- 1500 i chilometri e 12.000 i metri saliti in bicicletta
- 1450 i chilometri percorsi in autobus
- 1 volo interno (Buenos Aires- San Carlos de Bariloche)
- 7 le province argentine attraversate
[Carlo Motta]
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Dell’insegnante impegnato a Carlo è rimasto “un fare” sotteso da obiettivi educativi anche quando pedala su una bici con il telaio di legno. Con tono leggero e disinvolto ci racconta il suo viaggio in Argentina nel 2024. L’itinerario è stato progettato in modo da poter incontrare alcuni discendenti di emigrati italiani affinchè, ricordando che anche noi lo siamo stati, ci può aiutare a superare stereotipati pregiudizi. Di ogni colloquio ha evidenziato il tratto che lo rendeva particolare e significativo.
Nell’articolo c’è anche il gioco dei colori del paesaggio che esplora “con un andare leggero e delicato, attento e rispettoso come solo la bicicletta sa fare”. In pianura a volte il cielo è plumbeo, altre vi si aprono squarci bellissimi. Il primo cielo, in termini metaforici, suggerisce lo sfondo di una rappresentazione iconica del sacrificio e sofferenza che accompagnano l’emigrazione, quello dello squarcio può accogliere una rappresentazione della possibilità di rinascita verso una nuova vita.