Sono sicuro che un po’ tutti viaggiamo per un motivo, ma c’è un motivo più profondo per cui mettiamo alla prova noi stessi con un’avventura come il bikepacking.
La mia personale decisione è arrivata solo a 2 settimane dalla partenza, con i Balcani come mèta scelta, per la possibilità di scoprire più culture all’interno dello stesso viaggio.
Se qualcuno che non ha mai organizzato un viaggio in bici e se lo stesse chiedendo, no, non è per nulla facile il set up iniziale. Purtroppo la bici non è una station wagon, ma un sottile gioco di compromessi!
Nel mio caso, la mia disorganizzata organizzazione è stata trovata in circa 2 giorni, tenda compresa, per me che non ne avevo mai nemmeno montata una.

In questo racconto, di quello che considero un viaggio di formazione, ho deciso di dividere il tutto in 3 capitoli, uno per ogni settimana di viaggio, da Trieste all’Albania, passando per Slovenia, Croazia, Bosnia e Montenegro.
Settimana 1 | L’apprendistato Sloveno-Croato
La prima settimana è stata un po’ quella dell’apprendimento. Devi prendere le misure con i tempi, le ansie, la fatica, il caldo e la paura che forse l’obiettivo che ti sei prefissato è troppo grande.
La mia prima notte, nella mia prima tenda montata, l’ho trascorsa wildcamping, in cui semplicemente ogni singolo rumore portava il mio cervello a pensare che il più grande e feroce degli orsi fosse a 5 cm dall’ingresso della tenda. Risultato, notte quasi insonne.
Il giorno dopo, dopo aver visto una radura piena di cavalli selvaggi e aver goduto probabilmente, in quel frangente, di uno dei migliori tramonti della mia vita, mi sono ritrovato nella stessa situazione della sera prima. Ero di fronte a una scelta obbligata per dormire: un secondo wildcamping. Salvato però ad una dolcissima coppia di anziani, che non solo mi ha fatto entrare in casa loro, spiegandomi di poter mettere la tenda nel loro giardino, ma mi hanno offerto la cena, l’uso del bagno e di ricaricare telefono e powerbank. Il potere del bikepacking!
La prima settimana si è consumata con tante strade di campagna, solitudine durante le lunghe pedalate e Slivovitz (grappa locale a base di prugne), spesso offerti da sconosciuti lungo la strada.
Il giorno seguente, raggiungo Trogic, una fantastica città su una piccola isola collegata alla terraferma da un ponte, pedalando sull’Eurovelo 6 , l’alternativa costiera alla Transdinarica.
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Settimana 2 | Bosnia, Montenegro e scoperta dei propri simili
In effetti non ne avevo incontrati molti di bikepackers fino a quel momento. Salvo Leo da Rio de Janeiro, che avevo già incrociato sul mio cammino altre 2 volte. All’inizio, tuttavia, non avevo ancora capito una cosa: i bikepackers sono una sorta di famiglia e la bellezza di questa esperienza sta nei contatti umani, nelle pause e nelle chiacchiere.
Tornando a Leo, al terzo incontro casuale in circa 500km, ci siamo arresi all’evidenza che dovevamo fare un pezzo di strada insieme, pedalando su una strada panoramica tra le montagne, con tramonto spettacolare e solita corsa contro il buio per arrivare a Makarska e trovare un ostello.

Ripartiti la mattina seguente, ci siamo fermati però qualche km dopo, perché continuavo, come dal giorno 1, ad avere problemi a schiena e ginocchia, per il pessimo posizionamento in sella. Andate da un biomeccanico e spendete 150 euro prima di partire. Il vostro corpo ve ne sarà infinitamente grato!
In quella pausa abbiamo incontrato poi Naomi, una ragazza olandese, che, con una vecchia Giant degli anni 90 appartenuta al padre, accessoriata con più oggetti di un bagaglio da stiva e pesantissima (almeno 10 kg in più della mia), era partita da Zurigo con obiettivo finale Istanbul.

Separatomi da Leo che andava in direzione Albania, mentre io a Mostar, in Bosnia, Naomi mi propose di fare qualche altro km insieme dovendo andare nella stessa direzione. Era quasi il tramonto quando avevamo trovato il confine Croazia/Bosnia. Ma era esausta avendo fatto già circa 120 km quel giorno, quasi il doppio dei miei. Problema risolto con uno scambio di bici, con la mia presa da Naomi, più leggera di almeno 10 kg, e la sua, pesantissima, per me che ero più riposato.

Sulle ali del suo entusiasmo eravamo di nuovo in pista, su una statale completamente buia e con 2 sole luci posteriori a segnalarci. A posteriori è stata una cosa stupida e rischiosa, ma l’arrivo a Mostar sotto al diluvio è stato qualcosa di epico. Km totali di quel giorno, 170 circa per Naomi, 120 per me.
Ci eravamo conosciuti quella stessa mattina, ma dopo ore così intense tra corse, confini di stato e cambi bici, sembrava ci conoscessimo da una decina di anni.

Il giorno successivo era per me il momento di ripartire. Con Naomi non avevamo parlato di proseguire insieme, ma da ambo le parti il sentimento credo fosse quello di non forzare nulla ma semplicemente di pedalare insieme fino a quando ci fosse andato di farlo. Esattamente come un primo appuntamento, ma tra bikepackers!
Dopo una classica colazione Bosniaca abbiamo quindi proseguito verso il Nord della Bosnia, con l’obiettivo di entrare in Montenegro da nord, per poi attraversare il Durmitor Park – il parco nazionale del Montenegro – a detta di molti da vedere assolutamente per i paesaggi incontaminati.
Settimana 3 | Durmitor e la scoperta dell’Albania
Il giorno dopo sarebbe stato il giorno del Durmitor Park, e fidatevi quando vi dico che andarci vi farà semplicemente sentire felici. Una salita di pendenza costante attraversa il parco, che non vi mette però mai in difficoltà, ma che ad ogni curva vi apre davanti l’immensità di prati sconfinati, delimitati da montagne, tale per cui ti sembrerà un vero peccato non fermarvi.

Una di quelle occasioni in cui un paesaggio si collega a un’emozione. Una sorta di Polaroid emotiva che in quel particolare istante si piazza nella testa e non se ne va per molto tempo.

Il giorno seguente sarebbe stato quella della nostra separazione. Io e Naomi avevamo fatto tanta strada insieme, ma eravamo giunti oramai quasi in Albania, dove le nostre strade si sarebbero divise.
Una volta salutati, riparto questa volta da solo alla volta del lago di Shkodër, dove avrei poi superato il confine Montenegro/Albania.
Il giorno successivo sarebbe stata la mia ultima tappa, la Shkodër-Tirana. 110 km da affrontare con la giusta quantità di tempo. Ma all’uscita da un supermercato incontro subito un’altra viaggiatrice, e dopo un training sociale di tre settimane su “come salutare un altro bikepacker”, sapevo che sarebbe stato educato scambiare dei convenevoli.
Inizio quindi a pedalare con Srina, un’altra giovanissima ragazza svizzera, che stava attraversando i Balcani per poi proseguire in Italia. Questa ragazza, che indossava ciabatte adidas con calzino bianco e con la bici carica sulla falsariga di Naomi, andava ovviamente fortissimo e con uno stile incredibile! (Scusa Srina per la foto se mai leggerai!)

Pedalando insieme quel giorno, ce la siamo presi con calma, con un lungo pranzo, raccontandoci a vicenda le nostre vite, del perché eravamo lì, in quel bar, in mezzo all’Albania.
Avendo poi proseguito per un pezzo di strada con una giovane coppia francese che avevano come direzione finale la Cina, ci siamo ritrovati seduti invitati da una famiglia albanese a bere un caffè con loro, con un quinto bikepacker che vedendoci dalla strada si unisce a noi. Per circa due ora, quel giorno, pensavo fossi finito in una sorta di Fight Club del bikepacking, in cui tutti segretamente lo erano e ci riconoscevamo in silenzio.

In Albania non è raro sentire incitamenti a bordo strada o offerte di fermarsi per un bicchiere d’acqua o un caffè. Non che negli altri paesi non avessi riscontrato un sentimento simile da parte delle popolazioni locali, ma gli albanesi hanno questa sorta di ammirazione per gente carica come muli che attraversa le loro strade su due ruote.
Finito questa girandola di incontri random e inaspettati, anche io e Srina eravamo giunti alla fine di quella straordinaria giornata insieme.
Arrivato alle 8 di sera nel traffico di Tirana, quella stessa sera ho scoperto una città piena di vita. L’ottimo cibo, incontri random, e la disponibilità delle persone mi hanno fatto conoscere la prima capitale europea in cui alla fine mi ero fermato durante il viaggio.
L’ultima vera tappa effettiva verso Durazzo di 25km, direzione traghetto, mi ha visto forare 2 volte, le uniche del viaggio. Occasione perfetta anche per vivere l’esperienza del problema tecnico.
Fare un bikepacking è un viaggio incredibile, che ha come unico nemico la paura di non farlo. Il timore è sempre alto prima di iniziare, soprattutto se lo si affronta da soli, ma il segreto credo sia ragionare giorno per giorno. Infine, ho avuto modo, come letto nel mio racconto, di passare molto tempo con ragazze coraggiose ed eccezionali, che mi hanno insegnato tanto. Le ho viste affrontare catcalling e indossare pantaloni lunghi con 35°C solo per evitare situazioni spiacevoli. Da spettatore mi sono sentito impotente, ma la maggior parte delle persone, lungo la strada, apprezzerà il vostro sforzo e vi aiuterà, ma soprattutto troverete certamente compagnia lungo la strada.
E quindi un ringraziamento a tutte le persone che ho incontrato in questo viaggio ma soprattutto alla mia compagnia di viaggio, la mia Van Rysel GRVL AF SRAM, numero di telaio 623462, che dal termine dell’affitto vado di tanto in tanto a trovare alla Decathlon di Moncalieri.
La speranza è che un giorno la mettano in vendita, che possa comprarla e che possa riattrezzarla per il prossimo viaggio!
[Davide Vallorani]
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Bella Davide, sei un grande. più fra Corridori ci si intende. un abbraccio forte. il tuo Babbo Filippo può esser fiero.
Bello il racconto che rende bello il viaggio pur senza averlo svolto.
Rendi molto bene anche il senso del blocco al partire, la scusa di dover pianificare tutto prima di muoversi col rischio poi di non muoversi affatto. Ma a che quel pizzico di incoscienza che spinge in bikepaker a partire, anche “in ciabatte”, ma che importa, quando la spinta è più forte del freno. La morale che ci lasci è proprio che la paura la superi, la batti, se ti muovi, se sposti il tuo essere e lo metti in movimento, così che la paura, di qualunque natura, la lasci indietro, non ti trova più nel posto (o nel pensiero) dov’eri perché sei troppo impegnato a vivere il tuo presente. Grazie della tua condivisione e spunto di riflessione! Ottavio
Bel racconto per un bel viaggio. sarebbe bello vedere la traccia che hai seguito. Andrea