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La morte di un ragazzo in bici e l’ipocrisia dei nostri “ma”

La morte di un ragazzo in bici e l’ipocrisia dei nostri “ma”

Il 6 giugno, intorno alle 3.30 di notte, vicino a Reggio Emilia, due ragazzi che stavano andando in bicicletta a un concerto di musica elettronica sono stati investiti. Uno aveva 19 anni ed è morto. L’altro, 18 anni, è rimasto ferito.

Non c’è dubbio che sia una notizia tragica, e il nostro primo istinto è quello di dire “poverini”: che disgrazia, poveri ragazzi, tutta una vita davanti, e così via. Ma la situazione è abbastanza particolare, e sono sicura che da qualche parte nella vostra testa sia comparso anche un piccolo “ma”. Ma cosa ci facevano lì a quell’ora, ma perché erano in bici in due, ma ce l’avevano il casco?, ma chissà cosa avevano bevuto… Scatta quel meccanismo che ci fa pensare: “è orribile, certo, ma grazie a Dio a me non capiterà mai, ai miei figli non capiterà mai, perché sono bravi ragazzi che la notte dormono invece che stare su una statale alle tre di notte in due sulla stessa bici”.

E allora mi viene da chiedermi: è giusto darsi queste giustificazioni? Forse vale la pena fare una riflessione un po’ più approfondita sul tema, a cominciare dal perché si trovavano lì.

In bici di notte (foto di repertorio)

Andare a Campovolo in bici non è follia

Partiamo dal principio. La prima cosa che uno potrebbe pensare è che andare a un concerto in bicicletta a quell’ora sia da pazzi, e poi per forza che succedono le tragedie. Ma andiamo un po’ nel dettaglio.

Non so se qualcuno di voi è mai stato a un concerto all’RCF Arena di Reggio Emilia (anche nota come Campovolo), dove i ragazzi stavano andando. Io sì, più volte (da Milano con furore), e non mi è mai venuto in mente di andarci con qualcosa di diverso dall’automobile. Per quanto sia diventato un punto di riferimento internazionale nel mondo della musica dal vivo (ci sono passati gli AC/DC, per dire), la situazione trasporti pubblici lascia ancora un pochino a desiderare. La stazione dei treni più vicina è a 4 chilometri di distanza, e personalmente non sarei tranquillissima nel riporre tutta la mia fiducia sul servizio degli autobus, specialmente se dovessi rispettare coincidenze e contendermi il posto a sedere con qualcuno degli altri 100.000 spettatori presenti in Arena.

I parcheggi per le auto, al contrario, sono numerosissimi, da prenotare prima con tanto di cartine, indicazioni, fasce di prezzo in base alla distanza dall’Arena eccetera. D’altronde non è uno stadio nel mezzo di una città, è un’arena che sta un po’ nel mezzo del niente, quindi è anche difficile aspettarsi un livello di collegamenti tipo San Siro a Milano (benedetta metro lilla). Non è colpa di nessuno, più o meno. Però se sei un ragazzo di diciotto anni che magari non ha la patente, e se ce l’ha non ha ancora la macchina, e se ce l’ha non ha i soldi per il parcheggio e la benzina, forse è il caso di trovare un’alternativa. E il sito stesso della mobilità di Campovolo propone la bicicletta come mezzo di trasporto.

Quella sera in particolare, a Campovolo si teneva il festival di musica elettronica Elrow Town Italy 2026, con dodici ore di musica no-stop dalle 12:00 alle 00:00. Per un evento che inizia a mezzogiorno, magari vuoi essere lì un po’ prima. Magari un bel po’ prima, per trovare i posti migliori, per non rischiare di finire troppo in fondo e di non goderti lo spettacolo. E se due ragazzi hanno deciso di partire prima dell’alba per potersi accaparrare i posti migliori, non potevano sperare di farlo in relativa serenità? Non ne avevano il diritto?

E poi, tutto il resto

So già cosa state pensando. Okay, bene tutto, però questi erano in due sulla stessa bici (secondo le prime ricostruzioni, poi forse in realtà era convolto anche un monopattino, i dettagli sono ancora un po’ da chiarire), e chissà se avevano il casco, le luci, e chissà quali erano le condizioni psicofisiche (comunque tutte cose che non sappiamo, e su cui non è bello fare congetture senza nessuna base, ma tant’è). Ma in ogni caso, erano alle tre di notte in strada, e su questo non ci piove.

Allora io proporrei questa considerazione. I miei diciotto anni sono passati da un po’, però mi ricordo che cosa vuol dire essere giovane e avere voglia di fare tutto. “Gli anni in motorino sempre in due” (e in bicicletta, figuriamoci). Per le strade di Milano senza casco sono stata seduta su non so quanti portapacchi delle bici dei miei amici, e lo posso ancora raccontare, perché sono cose che si fanno (a onor del vero, vicino a casa mia c’erano tante ciclabili e i miei amici erano molto bravi ad andare in bici, anche se avevano i portapacchi un po’ scomodi, ma sono comunque cose che si fanno).

Ci piace lamentarci del fatto che i giovani d’oggi non escono più di casa, che una volta si stava fuori dalla mattina alla sera, si viveva davvero, che i social hanno rovinato tutto e questi cellulari signora mia dove andremo a finire. Però allora mi viene da chiedere: non sarà che al tempo stesso, questa epidemia di solitudine e questo continuo isolamento non dipendono (solo) dai social media brutti e cattivi, ma anche dal fatto che letteralmente a fare le cose “come una volta” ormai si rischia la vita?

(Sì, è una combinazione di cose, non c’è una risposta unica, va bene. Però.)

Fare una ragazzata in bici non dovrebbe costarti la vita. Se di ragazzata si tratta, perché comunque ribadisco sempre che ancora non sono usciti tutti i dettagli. Ma non ha importanza: perché in ogni caso, andare a un concerto in due in bicicletta prima dell’alba per arrivare in pole position dovrebbe essere una di quelle cose che racconti ai tuoi figli tra trent’anni, quando sono un po’ cresciuti, per fargli vedere che anche tu ai tuoi tempi ti sapevi divertire. Una cosa che racconti ridendoci su e dicendo “Oh però voi queste cose non fatele, non prendete esempio”, sapendo che tanto le faranno lo stesso, così o di peggio.

Dovrebbe essere una cosa a cui ripensi con un po’ di nostalgia, i tuoi “anni d’oro”. Non dovrebbe essere il motivo per cui non torni a casa la mattina.

Incidente in bici senza casco: che cosa dice la legge
Bici incidentata (foto di repertorio)

Una riflessione

C’è un grande assente in tutto questo discorso. Non so se ci avete fatto caso, ma non abbiamo ancora parlato della persona alla guida dell’auto che ha investito i due ragazzi. Ci avevate pensato? Vi siete chiesti se l’uomo alla guida era sobrio, era stanco, cosa ha fatto, quanto veloce stava andando, se ha sterzato, se li ha visti? (Tutte cose che non sappiamo, e su cui, ripeto, è brutto fare congetture senza basi).

Però una cosa è certa: quando una macchina si scontra con una bici, ad avere la peggio è sempre la bici. Questa è una responsabilità che chi si mette dietro a un volante deve avere lucidissima, e chiara. Che siano le due di pomeriggio o le tre di notte, che tu abbia davanti la studentessa del liceo col casco che torna da scuola tenendo la destra nel controviale, o con i due ragazzi che stanno facendo la mattata di arrivare a un concerto prima dell’alba. “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità”, eccetera.

E alla fine, certo: se alle tre di notte questi due erano nel loro letto non succedeva niente, siamo d’accordo. Se prendevano il bus o la navetta o Dio sa cosa andava tutto bene. Ma poter arrivare presto a un concerto (che promuove la bici come mezzo per arrivarci) è un diritto, e anche se avevano scelto l’alternativa meno prudente, la conseguenza non avrebbe dovuto essere la morte. Ed erano giovani, e carichi, e avevano fame di quella roba lì, e ci hanno rimesso quello che ci hanno rimesso.

Ma se le opzioni sono non fare niente o accettare che potresti lasciarci la pelle, è davvero questo che vogliamo far passare ai ragazzi di oggi? È questo il paese che vogliamo essere? O forse il punto focale di questa riflessione dovrebbe spostarsi, e ricordare che il tema centrale resta la vulnerabilità di chi si muove in bicicletta. E quando leggiamo queste notizie possiamo decidere se pensare “tanto io non sarò mai come le persone su quella bici” oppure “giuro che non sarò mai come la persona su quell’auto”. Io la butto lì.

[Fonte]

Commenti

  1. Travecca ha detto:

    Brava bell’articolo,
    purtroppo le macchine di oggi hanno ingombri enormi che spesso limitano la visibilità. Se poi ci mettiamo anche la velocità con cui viaggiano il rischio di investire ciclisti e/o pedoni sul ciglio della strada c’è e succede troppo spesso.

  2. ilaria ha detto:

    A Milano, alcuni collettivi di liceali hanno promosso una biciclettata che durava tutta la notte e che traghettava i ragazzi e le ragazze al loro ultimo giorno di scuola, passando dal vedere l’alba sul monte Stella. Mio figlio, ancora minorenne, ha partecipato. Non ci ho pensato molto ma vietarglielo mi sembrava di togliergli la possibilità di fare una cosa bella, leggera (come solo la bici sa dare), giocosa. Io non ero serena, per la violenza che incontro sulla strada ogni giorno o per il rischio che potessero fare loro qualche sciocchezza (tra cui bere e pedalare ubriachi) ma so che solo fare massa critica in bici ci potrà salvare dalle strade congestionate di auto, che insegnare ad essere liberi (e responsabili) è la cosa migliore che posso regalargli e che davanti alla violenza (anche quella stradale) non ci si può fermare ma affrontarla per quello che è: un errore degli altri. Grazie Emma Salioni.

  3. Alberto ha detto:

    “Fare una ragazzata in bici non dovrebbe costarti la vita.
    …..
    Dovrebbe essere una cosa a cui ripensi con un po’ di nostalgia, i tuoi “anni d’oro”. Non dovrebbe essere il motivo per cui non torni a casa la mattina.”

    non saprei cos’altro aggiungere, brava.

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