Mobilità

Perché mille bambini uccisi sull’asfalto fanno meno notizia di Garlasco?

Perché mille bambini uccisi sull’asfalto fanno meno notizia di Garlasco?
Immagine di repertorio rappresentativa della strage stradale (nessun riferimento diretto ai fatti narrati nell'articolo)

Mentre l’Italia intera, negli ultimi vent’anni, è rimasta col fiato sospeso davanti ai plastici televisivi e ai dibattiti infiniti sui dettagli forensi di singoli casi di cronaca nera – dal delitto di Garlasco del 2007 in poi – un’altra carneficina stradale, ben più vasta e metodica, si consumava sotto i nostri occhi. Il tutto nel silenzio quasi totale delle istituzioni e dei talk show.

Il 13 maggio 2026, a Bergamo, un bambino di 9 anni è morto. O meglio: è stato investito e ucciso dalla persona alla guida di un’automobile. Non è stato ucciso da un “mostro” da prima serata, ma è rimasto vittima di un sistema che considera la morte stradale come un inevitabile effetto collaterale della mobilità privata. È sceso dall’auto, ha mosso pochi passi sull’asfalto ed è stato falciato.

I numeri del silenzio di una strage senza fine

Per un momento mettiamo da parte le emozioni e guardiamo solo i dati*. Se prendiamo come punto di riferimento il 13 agosto 2007 (data dell’efferato delitto di Chiara Poggi a Garlasco) e arriviamo a oggi, il confronto tra l’attenzione mediatica dedicata a un singolo (seppur atroce) fatto di sangue e la strage continua dei bambini sulle nostre strade è impressionante:

  • Bambini uccisi (0-14 anni): mentre l’opinione pubblica seguiva ogni singola udienza dei grandi casi mediatici, come appunto quello di Garlasco, in Italia sono morti oltre 1.000 bambini in incidenti stradali nello stesso arco temporale.
  • Feriti e invalidi: i minori rimasti feriti gravemente, spesso con invalidità permanenti, sono circa 200.000.
  • La prima causa di morte: per i ragazzi tra i 15 e i 24 anni, la strada rappresenta la prima causa di morte in assoluto. Dal 2007 a oggi, abbiamo perso quasi 9.000 giovani vite.
  • Copertura politica: mentre i delitti di cronaca generano riforme urgenti del codice penale e dibattiti parlamentari infiniti sulla giustizia, la strage stradale viene liquidata come “fatalità”, accumulando ritardi cronici su Città 30, infrastrutture sicure e mobilità a misura di persona.

Ogni 10 mesi in Italia scompare mediamente una classe elementare a causa della violenza stradale. Eppure in televisione non vediamo plastici che spieghino come l’eccesso di velocità o uno spazio pubblico disegnato a misura di automobile mietano più vittime di qualsiasi assassino seriale.

Strage stradale auto che corrono sulle strade

Non chiamatela “fatalità”

Dal punto di vista sociologico, assistiamo a un fenomeno di dissonanza cognitiva. Il delitto efferato viene percepito come un’anomalia da punire con il massimo rigore; la violenza stradale, invece, viene derubricata a “incidente”.

L’uso del linguaggio è la prima spia di questa ipocrisia: molto spesso si parla di “auto impazzite” o “destino crudele”, quasi mai di responsabilità politiche nella progettazione urbana o di un modello culturale autocentrico che sacrifica i più deboli. E le cronache locali continuano a scrivere – come anche in quest’ultimo caso di Bergamo – “bambino investito da un’auto”, perpetuando una narrazione sbagliata che assolve chi guida e derubrica il tutto a “tragica fatalità” o a “drammatico incidente”.

Focus ➡️ Le parole sono importanti: lettera aperta ai direttori di giornale

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Lo specchio in cui non vogliamo guardarci

Perché non vediamo maratone televisive per analizzare la velocità d’impatto di un SUV in un centro urbano? Perché non ci sono inviati permanenti agli incroci pericolosi dove ogni anno muoiono decine di ciclisti e pedoni?

La verità, per quanto amara, è che il delitto di cronaca nera in fondo ci rassicura. Ci consegna un ‘mostro’ da isolare, un’anomalia assoluta, un carnefice distante anni luce dalla nostra vita di tutti i giorni.

La violenza stradale, invece, ci sbatte in faccia uno specchio in cui nessuno ha voglia di guardarsi. Ci costringe ad ammettere una realtà spaventosa: su quell’asfalto, domani, potremmo esserci noi. Potrebbe esserci nostro figlio, appena sceso dall’auto, o un nostro caro che attraversa sulle strisce per andare a scuola.

Affrontare seriamente il tema della sicurezza stradale significa fare i conti con la nostra stessa normalità, con la fretta cronica che ci fa premere sull’acceleratore, con l’assuefazione al rischio: significa accettare che la tragedia non porta la firma di un serial killer, ma si consuma nella spietata banalità dei nostri spostamenti quotidiani.

Il coraggio di chiamarla strage: l’esempio dell’Olanda

Non si tratta di sminuire la tragedia di Garlasco o di qualsiasi altra vittima di omicidio*. Si tratta di pretendere che la stessa determinazione, lo stesso spiegamento di risorse e la stessa urgenza morale vengano applicati per fermare la carneficina sull’asfalto. E non abbiamo nemmeno bisogno di inventare soluzioni da zero, perché la storia ci mostra che invertire la rotta è possibile.

Negli Anni ’70, l’Olanda viveva esattamente il nostro stesso dramma: le strade erano dominate dalle auto e centinaia di bambini venivano falciati ogni anno. Ma la società olandese si rifiutò di derubricare quella strage a “tragica fatalità”. I cittadini scesero in massa per le strade fondando un movimento dal nome inequivocabile e crudo: Stop de Kindermoord (letteralmente: “Fermate l’omicidio dei bambini”).

Fu un moto di indignazione collettiva che non fece sconti a nessuno e costrinse la politica a ribaltare l’intero paradigma urbanistico: togliere spazio alle automobili per restituirlo alle persone, ridisegnando le strade con piste ciclabili e zone a traffico limitato. È esattamente da quella rabbia civile che i Paesi Bassi hanno iniziato la loro trasformazione nella nazione più sicura e ciclabile del mondo.

Se l’Italia iniziasse a trattare la morte di un bambino falciato sulla strada a Bergamo con la stessa viscerale ossessione mediatica riservata a un cold case da prima serata, o con la stessa rabbia civile delle piazze olandesi, forse oggi avremmo città delle persone, strade sicure, attraversamenti protetti e una mobilità degna di un Paese civile.


*Nota legale: il presente articolo costituisce un’analisi critica basata su dati statistici ufficiali (ISTAT, ASAPS) e osservazioni sociologiche sulla copertura mediatica italiana. Il paragone proposto ha finalità puramente giornalistiche e di sensibilizzazione civica, senza alcuna intenzione di ledere la memoria delle vittime citate o di interferire con procedimenti giudiziari passati o presenti. Le opinioni espresse rientrano nel diritto di critica e di cronaca garantito dall’Art. 21 della Costituzione Italiana.

Commenti

  1. Romano Puglisi ha detto:

    se la pubblicità dell’automobile prosegue sempre con le solite false illusioni, che con essa le strade siano sempre libere dal traffico, che all’auto sia permesso di percorrere ogni spazio di questo mondo fin dentro gli ambienti naturali, come le spiagge deserte, i monti, liberi di effettuare spettacolari guadi avventurosi(!) Ignorando invece che proprio in questi luoghi essa produce i maggiori danni con le emissioni gassose, uccidendo gli ignari animali colpevoli solo per essersi trovati in quel punto al loro passaggio. No, non sono un buon esempio per le future generazioni, mostrare con quale velocità e leggerezza si possono muovere le auto violando la loro integrità di questi ambienti, che invece richiedono attenzione e rispetto, soprattutto per chi ci vive.

  2. Giuseppe ha detto:

    Analisi puntuale e appropriata. Sarebbe stato utile citare eventuali buon esempi o iniziative da imitare anche in Italia (se ci sono). Servirebbero anche maggiori e più severi controlli , con forti sanzioni economiche e sequestro del mezzo , anche su chi usa l’auto in modo pericoloso. (vedasi limiti di velocità raramente rispettati). Ciao.

  3. Antonio Massa ha detto:

    Bravo. Molto condivisibile.

  4. Jules Albini ha detto:

    Gran bella analisi!!! Mi sento profondamente ignorante…
    Grazie per avermi dato un punto di vista che, da solo, non avrei mai trovato, grazie!

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