Ogni tanto, nel panorama delle politiche pubbliche dedicate alla mobilità ciclistica, capita qualcosa di molto semplice: e cioè che, se si mettono a disposizione risorse concrete, i territori rispondono.
È quello che è successo con “Bici in Comune“, il programma promosso dal Ministero per lo Sport e i Giovani insieme ad ANCI, nato per sostenere interventi legati alla mobilità ciclabile, al cicloturismo e alla diffusione della cultura della bicicletta. Ora che il bando è ufficialmente concluso, i numeri parlano chiaro: hanno partecipato 1.952 Comuni italiani, circa un quarto delle amministrazioni del Paese. Di questi, però, soltanto 201 hanno ottenuto il finanziamento previsto dal bando.
In altre parole, la domanda è stata enormemente superiore alle risorse disponibili. È un dettaglio che spesso passa in secondo piano, ma che dovrebbe essere il vero dato politico da leggere. Per anni ci siamo sentiti ripetere che la bicicletta interessava soltanto poche città illuminate o una ristretta minoranza di appassionati. Eppure quasi duemila Comuni hanno investito tempo, competenze e progettazione pur di candidarsi. Difficile immaginare una dimostrazione più evidente dell’esistenza di una domanda reale.

La voglia di bicicletta arriva dai piccoli centri
Ancora più interessante è osservare da dove arriva questa richiesta. Il 67% delle candidature è stato presentato da Comuni con meno di 5.000 abitanti. Non dalle grandi città, non dalle metropoli che spesso monopolizzano il dibattito sulla mobilità sostenibile, ma dai piccoli centri italiani.
È un segnale importante perché ribalta una narrazione consolidata. La bicicletta, anziché essere considerata una questione semplicemente urbana, è diventata uno strumento di sviluppo territoriale. Ha a che fare con la valorizzazione turistica, la connessione tra quartieri, scuole, stazioni e servizi. Molti dei progetti finanziati riguardano proprio infrastrutture leggere: parcheggi bici, collegamenti ciclabili, percorsi turistici e iniziative di promozione locale. Interventi spesso poco costosi rispetto alle grandi opere, ma capaci di generare benefici immediati per residenti e visitatori.
La vera sorpresa è che il Paese sembra essere arrivato prima della politica. Mentre il dibattito nazionale continua a interrogarsi sull’utilità delle ciclabili o sulla legittimità degli investimenti nella mobilità attiva, centinaia di amministrazioni locali stanno già lavorando per costruire opportunità legate alla bicicletta. Non per ideologia, ma perché vedono nella ciclabilità uno strumento concreto per migliorare la qualità della vita e attrarre economia.
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Se funziona, perché fermarsi?
Il programma ha messo a disposizione 12,6 milioni di euro, attivando investimenti complessivi superiori a 15,7 milioni grazie al cofinanziamento dei Comuni. Una cifra significativa, ma evidentemente insufficiente rispetto all’interesse generato.
Quando un bando riceve quasi duemila candidature e riesce a finanziare appena una piccola parte dei progetti presentati, il messaggio dovrebbe essere piuttosto chiaro.
Per questo la domanda sorge spontanea: se “Bici in Comune” ha funzionato, perché non rifinanziarlo? Se i territori chiedono investimenti per la mobilità ciclistica, se i Comuni sono pronti a cofinanziare e a progettare, se la bicicletta viene sempre più considerata uno strumento di sviluppo e non soltanto di svago, allora forse la scelta più logica sarebbe dare continuità a questa esperienza.
Negli ultimi anni si è spesso parlato della necessità di spendere bene le risorse pubbliche. Ecco, i numeri di “Bici in Comune” sembrano indicare una direzione piuttosto chiara: quando si investe nella bicicletta, la risposta arriva. Adesso resta da capire se chi governa avrà il coraggio di ascoltarla.
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