Mentre i media generalisti celebrano il calo complessivo delle vittime della strada sotto quota 3.000, i dati ufficiali Istat rivelano una realtà drammatica: chi sceglie la mobilità attiva muore di più. Con un aumento del 20% dei ciclisti uccisi e del 50% per le ebike, le nostre strade si confermano un ambiente ostile per gli utenti fragili
La lettura annuale del report Istat sugli incidenti stradali in Italia è spesso un esercizio di scomposizione della narrazione dominante. Nel bollettino relativo al 2025, appena pubblicato dall’Istituto Nazionale di Statistica, il dato di copertina sembra positivo: per la prima volta dal 2020 (anno anomalo segnato dai lockdown), il numero totale delle vittime della strada scende sotto le tremila unità, attestandosi a 2.868 decessi (-5,3% rispetto al 2024).
Un calo che molti affrettano ad accogliere con trionfalismo. Tuttavia, basta scavare nelle pieghe delle tabelle statistiche per scoprire che questa presunta “sicurezza” non è distribuita in modo uguale per tutti. Al contrario, procede a due velocità estreme: da un lato protegge gli occupanti dei mezzi motorizzati, dall’altro condanna a una strage silenziosa chi si muove a pedali o con la micromobilità.
I dati del dramma: +20% di ciclisti uccisi (+50% per le ebike)
Se gli occupanti di autovetture vedono scendere il numero dei deceduti del 10,1% (1.125 vittime) e i motociclisti del 3,4%, per la mobilità attiva il 2025 è stato un anno nero.
I ciclisti tradizionali uccisi sulle strade italiane sono stati 198, facendo segnare un allarmante +20% rispetto all’anno precedente. A questo dato già pesantissimo vanno aggiunte le 30 vittime tra gli utilizzatori di biciclette elettriche a pedalata assistita, un dato in esplosione con un vertiginoso +50%.
Se sommiamo le due categorie, il bilancio sale a 228 persone uccise in bicicletta in un solo anno. In media, più di quattro ciclisti morti ogni settimana. E se allarghiamo lo sguardo all’intera micromobilità, includendo i conducenti di monopattini elettrici (25 vittime, +8,7%), il totale dei morti per la mobilità dolce raggiunge quota 253 (+21,6%).
Siamo di fronte a un paradosso inaccettabile: le strade italiane diventano formalmente “più sicure” per chi si muove all’interno di una gabbia di metallo da due tonnellate dotata di airbag, sensori alla guida e sistemi di sicurezza passiva sempre più avanzati, ma si trasformano in una trappola mortale per chi compie la scelta virtuosa, sostenibile e salutare di muoversi nello spazio pubblico con il proprio corpo e una bicicletta.
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Non chiamateli “incidenti”: il nodo della velocità e della distrazione
Di fronte a questi numeri, la retorica qualunquista tende sistematicamente a colpevolizzare la vittima: “il ciclista senza casco”, “la bici di colore scuro”, “il pedone distratto”. Ma cosa dice realmente l’Istat sulle cause degli scontri?
La terna dei comportamenti errati più frequenti – che da sola spiega il 43,1% del totale delle cause di incidente – non lascia spazio a interpretazioni assolutrici per chi guida i mezzi motorizzati:
- La distrazione alla guida (smartphone in primis, che continua a trasformare chi guida in una mina vagante).
- Il mancato rispetto della precedenza.
- La velocità troppo elevata.
Non è una coincidenza che l’infrazione più sanzionata sulle nostre strade, subito dopo la sosta vietata, sia proprio il superamento dei limiti di velocità, che rappresenta ben il 37% delle sanzioni totali.
La fisica non si presta a dibattiti ideologici: quando un’automobile che viaggia a 50 km/h (o più) impatta contro un corpo umano in bicicletta, le probabilità di sopravvivenza della vittima si riducono a una frazione minima. Il problema non è “la convivenza difficile” tra mezzi diversi: il problema è la violenza cinetica generata dall’eccesso di velocità dei mezzi motorizzati all’interno dei centri urbani e sulle strade extraurbane.

L’urgenza di una risposta strutturale: Città 30 e infrastrutture
I dati Istat 2025 smontano definitivamente l’illusione che la sicurezza stradale possa essere raggiunta semplicemente chiedendo alle persone in bicicletta di “stare più attente” o di indossare abbigliamento ad alta visibilità. La vulnerabilità dei ciclisti è strutturale e richiede soluzioni infrastrutturali e politiche coraggiose:
- Diffondere il modello Città 30: abbassare il limite di velocità a 30 km/h nelle strade urbane non è un “capriccio ideologico contro gli automobilisti”, ma l’unico strumento scientificamente provato per azzerare la mortalità stradale in città. A 30 km/h lo spazio di frenata si dimezza e il campo visivo si allarga.
- Difendere lo spazio di chi pedala, basta invasioni di corsia: le corsie ciclabili disegnate su strada funzionano benissimo in tutta Europa. Se in Italia risultano pericolose, la colpa non è della vernice, ma di chi guida mezzi motorizzati e le invade sistematicamente. Serve sanzionare con severità chi viola lo spazio ciclabile urbano, integrando la rete con separazioni fisiche solo sugli assi ad alta velocità ed extraurbani – dove l’Istat registra il maggior picco di incidenti (+7,6% rispetto al 2019).
- Ridisegnare lo spazio pubblico (Traffic Calming): le strade larghe e rettilinee incentivano la velocità. Servono chicane, attraversamenti rialzati, restringimenti della carreggiata e incroci protetti per obbligare fisicamente i conducenti a moderare la velocità.

Italia: agli ultimi posti in Europa sulla sicurezza stradale
L’Italia ha migliorato il proprio tasso di mortalità scendendo da 51 a 49 vittime per milione di abitanti, ma resta mestamente al 20° posto nella graduatoria europea, ben lontana dalla media Ue27 (43 decessi per milione) e lontanissima dai paesi leader nella mobilità attiva e nella sicurezza vison zero.
Dietro a quel +20% di ciclisti uccisi nel 2025 non ci sono semplici punti percentuali su un grafico Istat. Ci sono storie, famiglie spezzate, lavoratori, studentesse, giovani e anziani che avevano il solo torto di volersi spostare in libertà sulle strade di tutti. Continuare a tollerare questa strage come una sorta di “danno collaterale” inevitabile del traffico motorizzato è una scelta politica e culturale che non possiamo più accettare.
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