Tossici, ubriachi, sbandati: chi ci guadagna scaricando su di loro la colpa degli incidenti stradali?

13 Novembre 2012

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La notizia della morte di A., la diciassettenne che domenica è stata uccisa da un Suv lungo una strada del lodigiano, era stata confinata nelle pagine di cronaca locale. E lì sarebbe rimasta, uno scarno necrologio per uno dei tanti lutti da incidente stradale. Cinque, sei righe appena, come quelle riservate a Simone, 19 anni, un altro ciclista schiacciato mortalmente da un camion a Monza, a poche ore e a pochi chilometri di distanza dalla provinciale che s’è portata via questa ragazzina non ancora maggiorenne.

Ma per l’incidente di A., nel pomeriggio di ieri, lo scenario cambia. Si scopre che il tasso alcolemico dell’uomo alla guida del Suv era superiore al consentito e la storia diventa subito cibo per i media, balza in prima pagina, entra nei titoli dei Tg, passa in radio.

Ai media non frega niente di A., della sua famiglia, degli amici che stavano con lei e l’hanno vista morire. Quello che interessa ai quotidiani è la figura del mostro, che oggi è l’ubriaco omicida, e altre volte è stato il drogato, l’albanese senza patente, i giovani irresponsabili di ritorno da una notte brava, il bastardo che non s’è fermato dopo l’impatto. E così scrivendo (consciamente o inconsciamente, per superficialità o per squallido calcolo) falsano i fatti, deformano la realtà, creano comodi presupposti perché chi amministra questo Paese, le Regioni e le città non faccia nulla per l’emergenza sicurezza stradale.

Se la gente muore per strada la colpa è del mostro. E’ sul mostro che i politici potranno concentrare la loro retorica, i loro annunci di pene più severe, di tolleranza zero. E la “brava gente”, legittimamente, può pensare che non gli capiterà mai di essere protagonista di storie come questa, perché non appartiene a nessuna delle categorie a rischio: tossicodipendenti, extracomunitari, sbandati, habitué della movida notturna.

Non è così. Non è affatto così.

I mostri siamo tutti noi, siamo noi “brava gente” a provocare la maggior parte dei 4.000 morti in incidenti stradali. Si contano più vittime nel tardo pomeriggio dei giorni lavorativi – quando la “brava gente” è stanca e magari pigia l’acceleratore perché non vede l’ora di tornare casa – che il sabato sera. Sono il 95% del totale, forse di più, gli omicidi stradali commessi dalla “brava gente” nel pieno possesso delle sue facoltà mentali rispetto a quelli commessi da ubriachi o pirati della strada. Solo che non se ne parla o se ne parla brevemente nelle pagine interne.

Il mostro è l’alibi assolutorio. Il mostro è la frottola che ci raccontiamo per convincerci che a noi no, proprio non può succedere. Il mostro fa sì che il problema sia l’uomo sbagliato – il cattivo – e non una mobilità schifosa che quotidianamente è in grado di nuocere perché i mezzi che si usano per spostarsi e le regole che governano gli spostamenti sembrano fatti apposta per uccidere migliaia di persone ogni anno. Così il mostro diventa la scusa perfetta che consente ai politici e agli addetti ai lavori (ora gli esperti di Aci, ora i vigili urbani, ora le case automobilistiche che si guardano sempre bene dal dire una sola parola sull’argomento) di non fare nulla, di evitare qualsiasi intervento per eliminare l’insicurezza stradale, a partire dalla riduzione dei limiti di velocità, dalla repressione della sosta illegale, dall’imposizione di standard costruttivi che non proteggano solo chi sta dentro l’abitacolo, ma anche chi sta fuori.

Mi scuso con A., mi sento mostro anch’io a “usarla” per questi ragionamenti. Penso però che un Paese civile dovrebbe interrogarsi della sua morte, della morte di Simone e di altre migliaia di persone anche senza il mostro. Perché non si può morire così. Non si deve più morire così.

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