Di’ qualcosa di ciclista!

25 Settembre 2013

Parlando di una «ciclo-rivoluzione di sinistra», il sottosegretario ai trasporti Erasmo D’Angelis sminuisce la bicicletta e la espone a facili (e pericolose) strumentalizzazioni.

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La «ciclo-rivoluzione» di sinistra. Si intitola così l’articolo comparso ieri su Il Manifesto a firma Erasmo D’Angelis. Secondo il Sottosegretario al Ministero Infrastrutture e Trasporti, «trasformare l’immobilità attuale in mobilità nuova, per chi è al Governo, significa anche dire ma soprattutto fare qualcosa di sinistra». La contrapposizione bici=sinistra e auto=destra non è nuova e in fondo non stupisce in un paese con il costante bisogno di collocare politicamente anche un taglio di capelli. Giorgio Gaber ci ha scritto pure una fortunata canzone, Destra Sinistra, a presa in giro di cliché e luoghi comuni sulle persone di due credo politici differenti.

Ma quanto fa bene il parallelismo bici-sinistra alla mobilità ciclistica? Se l’obiettivo sono «città meno annerite e affogate nello smog, più sicure e a misura di ciclisti e pedoni» – come scrive lo stesso D’Angelis – è lecito chiedersi se un ragionamento del genere non rischi di allontanare una buona fetta della popolazione dall’andare in bici e, ancor di più, di alimentare la strumentalizzazione da parte di certa stampa di quello che è un semplice mezzo di trasporto. La risposta è probabilmente sì eppure gli unici ad aver compreso il rischio di etichettare politicamente il proprio prodotto sono da sempre le case automobilistiche, che in materia di marketing e comunicazione sanno il fatto loro. Se negli anni ’60 la Fiat avesse detto agli italiani che possedere un’auto è di destra o di sinistra anziché il mezzo di trasporto più figo per tutti, ne avrebbe vendute sicuramente di meno e l’auto non sarebbe diventata lo status symbol che è.

Ci sono delle ragioni storiche per cui l’accostamento bici-sinistra è sopravvissuto fino ad oggi: tutti conosciamo il ruolo della bicicletta nella Resistenza, nelle lotte per l’emancipazione femminile, e soprattutto quanto alcuni movimenti ecologisti di tutto il mondo siano più o meno dichiaratamente di sinistra. Il punto è proprio questo. La bici, prima ancora di essere un’icona della sinistra (semmai lo fosse), è un’icona green: di tutti i benefici dell’andare in bici (velocità nel traffico, praticità, risparmio economico e guadagno in salute) l’impatto sull’ambiente sembra quello principale, almeno a giudicare dai giornali in cui la bici rientra spesso nella voce “ambiente” invece che nella più naturale “mobilità”.

In Italia, la posizione della FIAB e dei movimenti dei ciclisti urbani come #salvaiciclisti è sempre stata sopra le parti, se non altro perché né i partiti di destra né quelli di sinistra hanno dimostrato di avere davvero a cuore la mobilità ciclistica. Eppure non è un mistero che in alcuni ambienti come la Critical Mass e le ciclofficine popolari si respiri “aria di sinistra”, e in fondo il binomio bicicletta-sinistra non dispiace, anzi, ai diretti interessati.

Nel resto d’Europa, almeno l’Europa che pedala, come Paesi Bassi e Danimarca, una contrapposizione del genere non esiste e anzi se proprio la si deve collocare politicamente la bicicletta è quanto di più democristiano esista: la usano tutti, bambini e anziani, manager e impiegati. Le amministrazioni comunali operano costantemente in favore della mobilità ciclistica senza distinzione tra conservatori, liberali e socialisti. Se la bicicletta negli anni ha conquistato il consenso, non è stato certo assegnandole dei connotati partitici (semmai politici, nel senso più alto del termine “politica”).

Della stessa linea di pensiero sono le associazioni di ciclisti australiane, che in occasione delle recenti elezioni politiche hanno realizzato un’interessante campagna di comunicazione dal nome “Vote 4 Cycling“, in cui si è espresso sostegno in favore dei politici di qualunque schieramento che hanno manifestato un interesse concreto verso la mobilità in bicicletta.

Se la «ciclo-rivoluzione di sinistra» di cui parla il sottosegretario Erasmo D’Angelis appare superata per qualunque periodo storico, invocarla nell’attuale contesto politico è addirittura controproducente. Con il governo delle larghe intese e le provenienze politiche diametralmente opposte dei ministri che ne fanno parte, infatti, la mobilità in bicicletta potrebbe essere il vero tema che unisce e non l’ennesimo pretesto per litigare e mettersi a destra o a sinistra della staccionata.
Parafrasando una celebre frase di Nanni Moretti: Erasmo, di’ qualcosa di ciclista!

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