Ma a noi, la ciclabile Monte Mario, ce serve o nun ce serve?

16 Giugno 2014

“Ma sta ciclabile a noi ce serve o nun ce serve?”
Io dico che nun ce serve.” (cit.)

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Citazioni grossolane a parte, dopo lavori dalle tempistiche secolari lo scorso sabato 14 giugno è stata inaugurata la pista ciclabile di Monte Mario, un progetto che ha ricevuto una certa visibilità a livello comunale e che gli abitanti della zona hanno atteso con ansia. Presenti all’evento anche il Sindaco Ignazio Marino, in sella a una mountain bike a pedalata assistita, e alcuni assessori come Paolo Masini.

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Il nuovo percorso collega la Stazione FS di Monte Mario (la partenza è all’incrocio con via Eugenio Tanzi) alla Stazione di Valle Aurelia, passando vicino al Policlinico Gemelli, il Parco del Pineto e quello di Monte Ciocci, la collina attraversata dalla linea ferroviaria in direzione Viterbo, per circa 5 km di doppia corsia riservata rispettivamente a biciclette e pedoni.

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Il primo tratto dell’itinerario ciclopedonale attraversa l’agglomerato urbano di Monte Mario, scandito da frequenti cancellate che verranno chiuse di sera e barriere che dovrebbero impedire l’accesso a moto e automobili, ma che di fatto ostacolano anche i ciclisti, complice anche il fatto che dal giorno successivo all’inaugurazione sono state poste delle catenelle che rendono gli attraversamenti una vera e propria agonia. In compenso, segnaletica, limiti di velocità per ciclisti e fontanelle sono in numero ridondante, quasi grottesco, a meno che la sete non colpisca in maniera così lancinante da non poter fare più di 100 metri.

Proseguendo verso il Policlinico Gemelli, ci si inoltra tra ulteriori cancellate e barriere in un sottopassaggio, e si attraversano infrastrutture con decorazioni floreali e pergolati che rasentano la carreggiata. Man mano che vado avanti, comincio a capire in che maniera si è arrivati ai 5 milioni di euro stanziati per il progetto.

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Una volta entrati nel Parco Regionale del Pineto, una delle dorsali verdi di Monte Mario che digrada in direzione della Valle del Tevere, lo scenario cambia: dopo un lieve saliscendi (che la scrupolosa segnaletica non manca di segnalare, con pendenze in discesa e salita del 5%) che costeggia la ferrovia e attraversa un ponte, ci si ritrova in un affascinante spazio verde panoramico. In compenso la ciclabile diventa a tratti strada bianca sterrata.

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Torna il coloratissimo asfalto, verde per i pedoni e rosa per le bici, fino alla stazione di Appiano. Qui abbiamo un altro sottopassaggio e altre barriere, alcune delle quali fisse e molto, molto strette. Roba da scattofisso, acrobati o piedi alzati in sincronia perfetta. Si attraversa un’altra zona urbanizzata senza luoghi di particolare interesse fino al declivio finale per Valle Aurelia.

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Al Parco di Monte Ciocci troviamo una terrazza panoramica da cui Roma si apre in tutto il suo magnificente e decadente splendore, i Giardini Vaticani, l’avvallamento creato dal Tevere, greggi sparse e il Cuppolone. Qui le fontanelle ogni cento metri del primo tratto sono invece un lontano ricordo. L’ultimo tratto verso Valle Aurelia è una serie di tornanti scoscesi e molto stretti (qui evidentemente non era necessario indicare la pendenza) che ti lasciano inerme sulla doppia corsia di Via Anastasio II, dove le macchine raggiungono tranquillamente gli 80/90km orari. Sedotti e abbandonati, la parentesi verde era solo momentanea.

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Questa nuova pista ciclabile risente purtroppo della decennale ottica con la quale vengono realizzate le infrastrutture ciclistiche a Roma: quella di chi vuole rilassarsi per una passeggiata domenicale, quando una città congestionata dall’asfalto, dalla rabbia e dello smog avrebbe bisogno di interventi volti alla funzionalità di un mezzo sostenibile come la bicicletta: non serve aggiungere nuovi spazi ai ciclisti, se non se ne sottraggono agli automobilisti, spingendoli a una “conversione”. Già, perché i presunti passi in avanti verso una città più “bike friendly” hanno sempre più il sapore di riserva indiana, di ghettizzazione, di contentino.

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Sono chilometri in più da aggiungere al conteggio complessivo delle ciclabili di Roma, magari insieme a quei pezzi di marciapiede vergognosamente verniciati con due strisce bianche tratteggiate, efficace bandiera di amministrazioni vecchie e nuove per dimostrare un impegno “green” (sì, metto le virgolette perché l’inglese unito alle strumentalizzazioni ecologiste sono il Male). Uno stanziamento di fondi così corposo avrebbe potuto trovare impieghi in zone molto più nevralgiche dell’Urbe, come la Casilina, la Nomentana (stenderemo un velo pietoso sul progetto in fase di approvazione), la Tuscolana e altre strade consolari. L’impegno c’è, innegabile, è proprio l’approccio che non va.

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Ma cerchiamo di analizzarne pro e contro in maniera quanto più possibile benevola, magari queste sono solamente le lamentele di un incontentabile cocciuto.

Pro

● si tratta pur sempre una nuova pista ciclabile, in fin dei conti. Noi ciclisti urbani siamo assetati, e qualsiasi spazio in cui poter dedicare il fiato solo alla pedalata, invece che tenerlo sospeso e/o in tensione per via della giungla urbana, è sempre ben accetto. È un’oasi;
● collega il quartiere di Monte Mario, una zona critica per quanto riguarda i collegamenti, piena di traffico, strade pericolose e lontana da tutto;
● è immersa nel verde e permette di godersi panorami romani da un’ottica inedita: vedere er Cuppolone apparire senza preavviso da Monte Ciocci e godersi la Valle del Tevere da Borgo Pio a Monte Antenne ha il suo indiscutibile fascino;
● all’inaugurazione erano presenti tanti bambini, entusiasti della nuova pista: anche se come già detto l’utilità concreta per gli spostamenti urbani è più che dubbia, in un’ottica su lunga scala un’infrastruttura del genere può avvicinare le nuove generazioni al mondo della bicicletta e al piacere di una pedalata in tranquillità, semplicemente offrendo una possibilità in più per imparare ad andare in bici senza essere arrotati.

Contro

● si snoda lungo una linea ferroviaria di treni regionali che già consente il trasporto bici: questo non la rende particolarmente utile a chi utilizza la bicicletta per gli spostamenti urbani, anzi ridondante;
● è lunga solamente 5 km: che ce famo? non vogliamo oasi, se tutto intorno è deserto, né
percorsi che ti seducono e poi abbandonano. Vorremmo orti e giardini, tanto per insistere nella metafora; una volta arrivati a uno dei due estremi, la consapevolezza della condizione della viabilità romana ti aggredisce ancora più vorace di prima;
● come già accennato, con gli stessi fondi si poteva dare priorità ad altre arterie molto più problematiche e urgenti, riducendo così il traffico in quelle zone. Questa ciclabile non riduce il traffico in nessun modo;
● non viene in nessun modo considerato l’assunto di creare più zone 30 ed educazione stradale: creando ciclabili di questo tipo rimane invece il rischio di creare “riserve” per i ciclisti, oltre che un valido pretesto per gli automobilisti insofferenti, che si troveranno nella posizione di poter dire: “Ora che hai la ciclabile, usa quella e non rompere le scatole a me”;
● è un facile salvacondotto per la strumentalizzazione politica: nelle propagande elettorali, quali che siano i colori, i chilometri di ciclabili realizzati sono numeri tutti uguali, non importa se si tratta di asfalto rosa ben curato e utile oppure di due strisce di vernice bianca su un marciapiede;
● i cancelli che vengono chiusi di sera limitano la fruibilità della pista a orari circoscritti;
● le barriere continue la rendono di lenta e scomoda percorrenza;
● le infrastrutture sono spesso eccessive (una fontanella ogni 100 metri nel primo tratto, nessuna nel parco di Monte Ciocci; le strutture decorate a fiori a raso carreggiata; la segnaletica quasi strabordante) che denotano una ripartizione delle risorse squilibrata.

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