Come e perché Copenhagen è diventata la capitale delle biciclette

5 Maggio 2016

È una settimana che siamo a Copenhagen, una settimana in cui ho avuto modo di girare in lungo e in largo la città, con gli occhi del turista, con gli occhi di un giornalista che esercita abusivamente la professione e con gli occhi di chi si occupa attivamente delle politiche della mobilità.

Copenhagen Nyhavn

Nyhavn, un canale lungo il quale sedersi a bere birra e a fare incetta di raggi solari, protetti dal vento del nord.

Come ho già avuto modo di dire, Copenhagen è una città che si presenta diversa agli occhi di chi la visita. Come ogni capitale europea che si rispetti, è dotata di monumenti, chiese, castelli e musei. E come ogni altra città, è dotata di strade in cui gli abitanti, contrariamente ad altre realtà che tutti noi ben conosciamo, si muovono.

Copenhagen Rosenburg

Noi Italiani siamo abituati alla bellezza da percepire con gli occhi e che deve portare su di sè la tempra dei secoli se non dei millenni. Siamo abituati alle statue di Canova e alle cupole del Brunelleschi, ai Pantheon, ai castelli sforzeschi e alle piazze del Campo. Il nostro essere Italiani ci spinge a ricercare quello che conosciamo anche altrove, per riuscire a far rientrare il tutto nella logica binaria “bello”/”brutto”.

Copenhagen ponticello

Poi ti capita di finire in una città come Copenhagen e ti capita di guardarti intorno e scoprire che esistono altri parametri per giudicare una realtà. Perché ti può capitare di metterti a guardare edifici industriali degli anni ’60 che si stagliano all’orizzonte che nel contesto sono piacevoli, perché ci sono ponti realizzati pochi anni fa che ti lasciano a bocca aperta, ci sono strade con le strisce blu per terra che già di per sè contribuiscono alla creazione del fascino complessivo della città.

Copenhagen è una città in cui la bellezza è un concetto diffuso (e non concentrato in pochi capolavori) che fa rima con qualità della vita e, ovviamente, con la bicicletta.

Copenhagen FoodStreet

Un’isoletta un tempo abbandonata a sè stessa oggi ospita un concentrato di street food.

Per noi Italiani, la Danimarca ha una storia fatta di capisaldi: prima c’erano i vichinghi, poi è arrivato Amleto, Kirkegaard, poi l’occupazione nazista, Laudrup e gli Europei di calcio del ’92 e i registi danesi, tanto bravi, quanto cupi e pesantucci.

Ma queste informazioni non sono sufficienti per capire come la città sia arrivata ad avere l’aspetto che ha in questo momento e, in particolare, come sia arrivata ad avere 360 km di piste ciclabili (vere e connesse tra loro) che vanno da A a B qualunque sia il punto A e il punto B che si abbia in mente.

Copenhagen Ora di Punta

Cosa succederebbe se tutti quelli ritratti in foto decidessero di usare la macchina invece che la bici?

Per togliermi la curiosità sono andato a incontrare il Sindaco di Copenhagen per gli affari tecnici e ambientali.

Il palazzo comunale si trova in pieno centro e si entra così, senza nessuno che ti chieda nulla. È un edificio pubblico e in quanto tale è visitabile a piacimento. Anche nell’ufficio del sindaco, Morten Kabell, si entra così, senza che nessuno ti chieda nulla.

Morten è grosso e pelato, ha una barba rossa e sorride felice di incontrarci.

Il suo ufficio è essenziale e minimalista, pieno di rimandi alla bicicletta e sul tavolo ci aspetta una caraffa piena di caffè lungo.

Abbiamo molte domande e Kabell risponde puntualmente. Non svicola mai ed è preciso nei numeri e nei riferimenti.

Prima di tutto ci parla del dualismo biciclette e auto: lo spazio delle strade sono una risorsa scarsa e i cittadini hanno tutti ugualmente il diritto a disporre della stessa quantità di spazio a prescindere dal mezzo di trasporto utilizzato. Democrazia è una parola che ricorre spesso nella nostra conversazione.
Ma Kabell parte da un ragionamento di natura economica:

La conversazione assume una piega insolita: sembra di trovarsi di fronte a una specie di ciclotalebano (come ci chiamano in Italia), solo che il ciclotalebano di turno siede sullo scrano più alto del consiglio comunale ed è l’ultimo di una lunga serie: prima di lui il suo ufficio era occupato da Klaus Bondam, diventato poi direttore della Federazione Danese dei Ciclisti e fu proprio Bondam, nel suo mandato che esattamente 10 anni fa avviò la politica degli investimenti massicci nella ciclabilità. In 10 anni a Copenhagen hanno messo sul piatto 300 milioni di euro tra budget annuale e progetti straordinari, come lo “snake”, il ponte ciclabile che rimette in gioco il quartiere diIslands Brygge.

Visto che ne ho l’occasione, chiedo a Kabell le classiche domande del giornalista: come, quanto e perché?
E anche questa volta piovono numeri e fatti, invece che fuffa e opinioni.

Fatti e numeri, invece che fuffa e opinioni personali, dicevo, e mi dico che i Danesi sono fortunati ad avere dei rappresentati illuminati che operano per il bene della città. Ma Kabell mi interrompe e mi fa presente che le cose (anche se la prima pista ciclabile della città risale al 1912) non sono state sempre così e che c’è voluto un percorso di avvicinamento che ha visto coinvolta in primis la popolazione.

La storia sembra essere sempre la stessa, quindi: non esistono politici illuminati se non sono sostenuti dal popolo, poi si possono fare tutte le considerazioni del caso sulla presenza o meno di un’industria automobilistica nazionale, ma sta di fatto che qui i politici fanno ciò per cui hanno ricevuto mandato e, soprattutto, rispettano il mandato anche in caso di alternanza politica. Perché la costruzione di una città più vivibile è un’obiettivo che deve andare oltre il colore politico.

Il risultato ho modo di vederlo tornando verso casa.

Copenhagen strada qualunque

Un incrocio qualunque, una strada qualunque.

Mi ritrovo su una strada qualunque che si immette in un incrocio qualunque. Mi guardo attorno e noto che anche una strada qualunque in un incrocio qualunque può essere piacevole se resa piacevole. Come dice Kabell, costruire infrastrutture per la ciclabilità ha un costo ridicolo se paragonato a tutte le altre infrastrutture e la domanda non è “come faccia Copenhagen a permettersi infrastrutture di questo tipo” ma, piuttosto, “come possano permettersi le altre città di non farle”.

Mi dico che un giorno anche le nostre città saranno così e forse anche meglio.
Nel frattempo, godiamoci Copenhagen.

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