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Mongolia in bicicletta (e video)

Diari • di 16 ottobre 2017

La Mongolia mi era piaciuta. Avevo fatto un viaggio nel 2014 attraversandola dal lago Hovsgol fino ad Ulan Bator. Era un percorso quasi nel nulla, in mezzo a lande desertiche, aride, apparentemente ostili, ma di grande fascino. Il contatto coi nomadi del deserto mi aveva anche dato modo di condividere le loro abitudini di vita e di rimanere stupito di come potessero essere un popolo sereno e ospitale nonostante una evidente povertà e una vita semplice ma impegnativa. Sopravvivere al gelo invernale del Gobi, all’interno di una Ger, non è cosa facile su un altopiano dove le temperature arrivano in quella stagione anche a -50 e dove soffia un vento gelido da Nord, il Burian.

Ho sempre immaginato che ci sarei tornato, ma non avevo idea che sarebbe successo cosi presto. La Mongolia è il paese meno abitato del pianeta. Ha poco più di 3.000.000 di abitanti su una superficie cinque volte quella italiana, 1.500.000 km quadrati conto i nostri 300.000. La cosa curiosa della Mongolia è che confina con la Cina che, per contro, è il paese col maggior numero di abitanti del nostro globo. 9.500.000 km quadrati con una popolazione di quasi 1.400.000.000 di persone. Numeri impressionanti.
C’è una strada, peraltro una delle pochissime strade asfaltate in Mongolia, che unisce le due Capitali Ulan Bator e Pechino. La tentazione era fortissima.

Quando quest’anno mi è stata offerta la possibilità di testare una nuova bici da viaggio mi è sembrata l’occasione ideale per portare a termine il vecchio progetto. La bici in questione è una Locomotive Westlander in acciaio.
Se da una parte mi spiaceva lasciare a casa la “Poderosa”, a cui sono davvero affezionato e con la quale ho condiviso numerosi viaggi, attraversando una trentina di paesi, ero sinceramente incuriosito di tornare all’acciaio. E’ da sempre che sostengo che è il materiale più idoneo per viaggiare. Lo so predico bene e razzolo male. Ma la verità e che una bici da viaggio dovrebbe sempre essere in acciaio.

A vederla sembra la copia della mia Fargo ma con alcune soluzioni più sofisticate, come il movimento centrale ellittico che consente di modificarne altezza e arretramento, un drop out alternator che al pari di quello della Fargo consente di allungarne il passo. Passaggio cavi interno, posizione del freno posteriore più riparata, insomma una evoluzione della mia “Poderosa”

Il percorso si è dimostrato fin troppo facile facile, per lo meno dal punto di vista tecnico e altimetrico. pochi passaggi tipo gravel per cui pneumatici da strada, niente artigliati, e assetto veloce. Pochi bagagli, con l’unica eccezione dell’acqua. Cerco sempre di viaggiare col minimo indispensabile, senza fronzoli e cose superflue. Ho però dovuto farmi costruire degli attacchi supplementari per fissare delle bottiglie d’acqua al portapacchi (grazie Francesco Cuccioletta) e per viaggiare con almeno 6 litri di scorta. E’ vero che il Gobi non è un deserto troppo caldo, visto che si trova su un altopiano sui 1.000 metri e che con un po di attenzione si riesce a sudare il giusto, ma le distanze sono importanti e trovarsi senza acqua non è una cosa da rischiare.

Il passaggio del confine, come previsto, è stato scioccante. Dopo una settimana nel nulla fin dai primi metri superate le sbarre della frontiera ci si trova immersi in una realtà completamente diversa. Credo sia difficile immaginare due paesi cosi diametralmente opposti e differenti. Per la verità sembrano due pianeti talmente differenti. Abitanti a parte quello che colpisci di più è il passaggio dall’aria tersa del deserto a quella inquinata e carica di polvere di carbone della Cina. Se nel deserto dovevo usare un foulard sulla bocca per ripararmi dalla sabbia, qui era imperativo usarlo come mascherina per non respirare carbone. Attraversare una città come Pechino, grande dieci volte Milano, fa impressione. E larga più di 100 km. e in bici ci vuole una giornata intera! E pensare che non è nemmeno la città più grande del paese. Insomma abituarsi alla Cina non è facile né immediato.

Se poi aggiungi che nessuno parla uno straccio di lingua straniera, che a parte pochi casi tutto è scritto con gli ideogrammi, anche il menu del ristorante, è facile capire che bisogna metterci un bel quantitativo di buona volontà e spirito di adattamento per attraversare il paese. Per la verità una piccola parte del paese. Perché un percorso da 1.300 km in Cina è davvero poca roba viste le dimensioni.
Quanto al resto direi che le immagini valgono più di qualunque descrizione. Per cui se volete gustatevi il video del viaggio.

Di seguito le tracce su Strava.
Strava / 1
Strava / 2

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