Il ciclismo su strada scomparirà con buona pace di tutti

12 Aprile 2018

(articolo originariamente pubblicato ad aprile 2018)
Diciamoci la verità: quanto è stata bella la Parigi Roubaix lo scorso fine settimana?

Personalmente non sono un appassionato di corse, ma posso decisamente dire di essere un fan di Peter Sagan. Quando l’ho visto partire, da solo con la sua maglia iridata, a 50 km dall’arrivo staccando il resto del gruppo, mentre lui scattava sui pedali, io scattavo sul divano passando dalla posizione sdraiata a quella seduta.

paris Roubaix Sagan

Ho sofferto con Dillier e avrei voluto essere lì per qualche minuto per dare il cambio a quei due campioni che sembravano quasi in fuga dalla modernità.

E quanto è stato bello leggere il giorno dopo le parole di quei cronisti sportivi finalmente in possesso di  un mucchio di storie da raccontare?

Sono sicuro di non esagerare se dicessi che questa Parigi Roubaix è stata uno degli spettacoli sportivi più avvincenti degli ultimi anni. Il problema è che questa rischia di essere esattamente né più né meno che questo: uno spettacolo.

Uno spettacolo al pari di un concerto o di un balletto che per essere opportunamente messo in atto ha bisogno di un ambiente opportunamente predisposto, ovvero strade chiuse al traffico e un’organizzazione non indifferente.

Solo che come ogni spettacolo, anche il ciclismo ha bisogno di prove e di studio, ma se ciascuno può esercitarsi nella pratica del violino o del flauto nel salotto di casa propria, il ciclismo su strada ha bisogno di essere praticato in strada dove, però, le condizioni non sono quelle ottimali.

Ieri, Macey Stewart, ciclista professionista australiana, ha pubblicato sul proprio profilo Instagram un video in cui in lacrime manda un messaggio “all’idiota in auto che non poteva aspettare 10 secondi per sorpassare“.

Si tratta di una sensazione che tutti coloro che vanno in bicicletta conoscono fin troppo bene e che, prima o poi, ha portato tutti quanti alle stesse conclusioni della Stewart: “ci state costringendo a lasciare questo sport”.

E sono convinto che le cose siano realmente così: praticare il ciclismo su strada sta diventando una cosa sempre più difficile e pericolosa. La cosa più sgradevole non è tanto la pericolosità di un’attività che dovrebbe generare esclusivamente piacere, ma è il modo in cui chi pedala viene abbandonato a se stesso dalla politica, dalle associazioni che vogliono promuovere il ciclismo su strada, dalle aziende che li sponsorizzano.

Tra dieci giorni sarà l’anniversario della morte di Michele Scarponi, investito e ucciso durante una sessione di allenamento, che ha sconvolto il mondo del ciclismo e che ha messo tutti quanti di fronte alle proprie responsabilità. Oltre a qualche litro di lacrime genuine, la scomparsa di Scarponi non ha sortito alcuna reazione di rilievo da parte degli sponsor, da parte della federazione, da parte degli organizzatori di eventi, né da parte del sindacato dei ciclisti professionisti.

Alla fine tutto rimane nelle mani di quei soliti noti che continuano a ostinarsi, nel silenzio più assordante, a chiedere strade più giuste per tutti (a proposito, non perdetevi la Bicifestazione del 28 Aprile)

Godiamoci quindi questi ultimi scampoli di ciclismo su strada perché guardando al futuro e all’età anagrafica di coloro che pedalano sulle nostre strade nel fine settimana è più che evidente che questa pratica finirà presto o tardi per diventare un ricordo del passato al limite del folklore, come il palio di Siena o il tiro alla fune che un tempo era disciplina olimpica.

Assieme a questo sport assisteremo necessariamente anche al tramonto delle aziende che lo hanno reso grande che sono quasi tutte italiane e che non ne vogliono sapere di rinnovarsi, né di tutelare i propri clienti in modo diretto o in modo indiretto.

Sic transit gloria mundi.

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