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Un viaggio lungo le Alpi (parte 12)

Diari • di 16 aprile 2018

Tappa 12: Auronzo di Cadore-Udine

Sella Ciampigotto (1790 mt)- Zoncolan (1750 mt)

In sala come al solito ci sono solo io, ma questa volta con la piacevole compagnia del simpatico proprietario. Scambiamo due chiacchiere, intuisce subito che passerò dallo Zoncolan, da qui non dista molto ed è un must per tutti i ciclisti.
Inizia così la mia ultima tappa, da una parte sono molto felice di aver dato vita per intero alla mia idea ma dall’altra sono un po’ triste, ormai è alle battute finali questa mia straordinaria esperienza.

A dispetto della sfacchinata di ieri, le gambe le sento fresche e riposate, fortunatamente dato che avevo un gran pensiero in vista del Kaiser. Oggi è il fatidico giorno, affronterò finalmente lo Zoncolan; non nascondo che negli ultimi due giorni sia stato il mio pensiero fisso, dopo aver visto le pendenze non mi sentivo del tutto sicuro di volerlo affrontare, ero intimorito al pensiero di non riuscire a salire.

Mi avvio verso valle, poco prima di Lozzo di Cadore incontrerò uno svincolo che porta alla Sella Ciampigotto che dovrò risalire prima di discendere ad Ovaro, paese d’inizio della salita allo Zoncolan, naturalmente per il gran finale mi sono tenuto il versante più duro.
Arrivo dunque allo svincolo e abbandono l’alta valle del Piave per risalire alla Sella, da subito è chiaro che sarà un passaggio a traffico quasi zero, la cosa non può che farmi piacere.

La salita non è cortissima, saranno circa 17 i chilometri, presenta dei tratti abbastanza severi ma in compenso si attraversa un paesaggio boscoso e solitario. La salita è molto piacevole proprio per la quasi totale assenza di auto, di tanto in tanto incontro qualche simpatico signore con cui posso scambiare due battute veloci mentre passo.

Salendo si affronta una serie di tornanti, una dozzina circa, anticipata da un cartello che indica un bel 15%; trovo molto suggestivo questo tratto, i primi duri tornanti si arrampicano sinuosi tra la dura roccia per poi incunearsi in un bellissimo passaggio boscoso, avverto un forte senso di pace e benessere, non mi aspettavo di trovare un ambiente così piacevole e desolato, le pendenze ora passano in secondo piano e respiro a pieni polmoni l’aria profumata.

Affronto gli ultimi due tornanti accompagnato da una spettacolare vista, mancano ancora qualche centinaio di metri per giungere su, a Sella Ciampigotto: uno scenario ampio, con qualche struttura in legno a bordo strada; lo supero velocemente prima di lanciarmi nella discesa che mi porterà sino ad Ovaro.

Dopo una lunga e rilassante discesa giungo in prossimità dell’ultima salita. È arrivato il momento di affrontare il temuto Kaiser: è sicuramente una delle salite più dure in Europa ed ora ho la fortuna ed il piacere di affrontarlo.

Proprio come in ogni gioco che si rispetti, a chiudere la mia avventura ci sarà proprio lui, il mostro finale, 1210 metri di dislivello positivo in poco più di dieci chilometri!
Subito da Ovaro si sale in forte pendenza verso il centro di Liariis, solamente un piccolo assaggio di ciò che mi aspetta più avanti. Arrivato al termine di questo primo duro tratto, c’è un largo incrocio, sull’asfalto una grande freccia a destra ed una scritta a caratteri cubitali che recita “ZONCOLAN”.

Impossibile sbagliare direzione, non mi rimane che proseguire sulla destra e superare un breve tratto in falsopiano, saranno all’incirca un cinquecento metri, che conduce all’inizio della salita; percorrendoli ci si imbatte in alcune “confortanti” citazioni dantesche che culminano con un simpatico striscione ad inizio salita con su scritto “La Porta dell’Inferno”.

I presupposti per la ritirata ci sono tutti! Ma nemmeno per sogno! Dopo tutta questa strada è un pensiero che neanche prova a nascere nella mia mente. Si va avanti a tutta, questa volta i Ramones non basteranno, ci vuole qualcosa di più energico, di elettrizzante: nella mia mente intono subito “Gimme fuel, gimme fire, gimme thet which I desire, ooh!” le prime parole di Fuel dei Metallica, altro classicone nelle mie uscite.

Che poi in realtà io la canto così: ghimm’ fu, ghimm’ fa, ghimm’ fann sa nna sa, uh!
Comunque con me funziona lo stesso.
Ripeto queste prime confuse parole come un mantra, lo faccio innumerevoli volte fino a che, senza nemmeno rendermene conto, si perdono nel momento di totale concentrazione e fatica.

La strada prende inesorabilmente a salire e lo fa anche molto bruscamente. Passo il primo chilometro a cercare di trovare il giusto ritmo per le mie gambe, avanti a me un muro di quasi sei chilometri con una pendenza media impressionante che si attesta intorno al 15% e con punte superiori al 20%.

Affannosamente percorro un metro dopo l’altro di questa ripidissima rampa che sembra non aver fine; sul mio ciclocomputer la pendenza indicata è fissa sul 18% e, nonostante ciò, trovo anche il fiato per inviare un messaggio vocale ad un amico.

Finalmente, si fa per dire, arrivo ad un primo tornante, la pendenza nella parte interna è veramente impressionante, la prendo più larga che posso, il peso delle borse adesso lo sento tutto.
Continuo nella mia sofferta ascesa, la salita non dà tregua alcuna, in alcuni momenti vorrei proprio mettere un piede a terra e riprendere fiato un attimo, ma qualcosa mi fa desistere, non so se sia la voglia di conquistare questo benedetto Kaiser o la paura di non farcela a ripartire su queste pendenze.

Al sesto tornante incontro la prima persona da quando è iniziata la salita. Un tizio straniero fermo con la sua bici a bordo strada mentre fotografa uno dei cartelli riportante la storia di qualche leggendario ciclista dell’epoca; ci salutiamo e continuo a salire. Superato il tornante, a meno di cento metri, c’è una sagoma in bici, credo sia la compagna del tizio fermo poco dietro, mentre la supero non posso non notare la maschera di fatica e sudore, la saluto ma è totalmente assorta nella sua tremenda impresa, non sono sicuro che mi abbia visto.

Sicuramente lo Zoncolan è come me lo aspettavo, decisamente duro, mi sta mettendo alle strette ma la fatica rimane sempre nei limiti e nonostante tutto riesco a pedalare e a gustarmi la fitta vegetazione che avvolge la strada.
Non so più a quale tornante mi trovo ma un cartello, di quelli riportanti i ciclisti del passato, indica che ho percorso cinque chilometri, sulla destra inizia ad aprirsi il paesaggio.

Le durissime pendenze vengono mitigate da un tratto decisamente più dolce, tornando a percentuali molto più gestibili e, subito dopo, un pezzo pianeggiante mi porta sino alla breve serie di gallerie.
Esco dall’ultima galleria pronto per l’assalto finale, una manciata di tornanti e sarò in cima. Le pendenze di questi 500 metri sono comunque molto impegnative e sempre a doppia cifra, oramai poco importa, sono arrivato ed è questo quello che conta.

Finalmente ho conquistato anche lo Zoncolan, la perfetta chiusura della mia avventura tra le Alpi. Dopo dodici giorni e poco più di 1800 chilometri sono in cima all’ultima salita del mio viaggio… e che salita!
Con un senso di distensione, che accompagna ogni conquista, sfilo davanti al monumento dedicato al ciclista scalatore, al momento è affollato, mi fermo poco più in là insieme ad un paio di ciclisti saliti dall’altro versante.

Adesso posso voltarmi indietro e guardare con soddisfazione al grande giro fatto. Ripenso a tutte quelle salite e quei luoghi che ho attraversato negli ultimi dodici giorni; penso anche al fatto che appena due anni fa, una cosa del genere non era neanche lontanamente tra miei pensieri più remoti, la bici da strada nemmeno ce l’avevo.

Adesso provo un po’ di tristezza, ma doveva pur terminare il mio giretto nelle Alpi.
Scambio qualche chiacchiera con i due, alla fine ci scattiamo due foto reciprocamente davanti al monumento e ci salutiamo.
Metto su la mantellina e via verso valle, dopo un paio di chilometri, forse più, incontro sulla sinistra il Rifugio al Cocul, così decido di mangiare un boccone. Non ricordo il nome di cosa ho ordinato ma era un qualcosa di simile a dei ravioli: squisiti, veramente buoni.

Riprendo in velocità la discesa, oramai il mio viaggio è agli sgoccioli. Da qui una lunga galoppata di circa 75 chilometri fino ad arrivare ad Udine, la strada è molto trafficata ma anche molto larga e mi permette di viaggiare molto velocemente, adesso ho solo voglia di arrivare ad Udine e di chiudere il viaggio.

Verso le 16 e 30 sono in giro per i vicoletti del centro di Udine; questo è chiuso al traffico e ci sono una miriade di stand aperti, così prima di andare in alloggio faccio un bel giro per poi rientrare in casa, smontare la bici e preparare tutto per il rientro in treno in Abruzzo.
Termina così la mia traversata delle Alpi, con la promessa di tornare di nuovo l’anno prossimo e affrontare tanti altri Passi, di nuovi e di vecchi, in un’avventura, se possibile, ancora più impegnativa.

Nell’ultima tappa ho percorso 150 chilometri e 2400 metri di dislivello positivo.

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