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Puglia – Basilicata Coast to Coast

Diari, News • di 28 Ago 2018

Riceviamo dal nostro lettore Nicola Magro e volentieri pubblichiamo

di Nicola Magro – luglio 2018

Ci risiamo… altra estate altro cicloviaggio, rigorosamente in solitaria, per me è una sorta di appuntamento fisso per ricaricare le batterie dopo un anno di lavoro, per ritrovarmi solo con me stesso, per riportare il fisico e la mente a ritmi più lenti.

Dopo diversi cicloviaggi, più o meno lunghi e lontani, quest’anno ho deciso, per varie ragioni, di programmare un viaggetto breve in un posto vicino, che non mi obbligasse a prendere mezzi di trasporto diversi dalla mia amata bicicletta.

Dopo essere stato affascinato dal famoso film “Basilicata coast to coast”, da buon pugliese ho pensato che fosse cosa buona e giusta fare un salto nella vicina Basilicata, passando così dall’Adriatico (o quasi) al Tirreno, ovvero da Bitonto (a pochi chilometri da Bari) a Maratea. Al di là del punto di partenza e arrivo non c’era altro di definito, qualche traccia gps e il percorso delineato dal film, che non ho seguito pedissequamente ma giusto a grandi linee.

Detto fatto: bagaglio minimale, mountain bike in allestimento cicloturistico (con copertoncini più stretti, portapacchi e borse posteriori) e sono già fuori alla porta di casa mia, a respirare già il sapore della libertà che solo un cicloviaggio può regalare.

Si pedala verso l’entroterra murgiano aspro e solitario seguendo strade vicinali di campagna, circondate da distese sconfinate di ulivi e mandorli, in un caldo mattino di luglio, mitigato solo a tratti da qualche macchia boschiva che dona un po’ di refrigerio. Le pendenze, inizialmente dolci, diventano via via più importanti mentre mi addentro nella murgia barese in direzione di Altamura, da cui poi si entra in Basilicata puntando verso Matera.

Qui una sosta è d’obbligo, per ammirare i famosi sassi, case scavate e ricavate nella roccia calcarea che, assieme alle tante iniziative culturali in atto, le fanno meritare a ragione il titolo di capitale europea della cultura 2019. In questo sabato di luglio, poi, la città pullula di turisti di ogni provenienza, e l’anima commerciale del luogo, con bancarelle, negozi, souvenir e ristoranti, si esprime al suo massimo livello. Io però cerco la quiete dei piccoli borghi, per cui dopo la visita di Matera e una pausa per ristorarmi, decido di puntare verso Montescaglioso, grazioso paesino a circa 15 km da Matera.

La distanza è breve e la strada inizialmente anche in leggera discesa, ma osservando Montescaglioso arroccato in lontananza sulla cima di una altura capisco subito che per arrivarci bisognerà sudare… in effetti sarà così anche per tutti gli altri paesi lucani che attraverserò!

Arrivo a Montescaglioso nel primo pomeriggio, trafelato, assetato e affamato, quando ormai tutti gli esercizi commerciali sono chiusi… Fortunatamente l’ospitalità lucana è encomiabile e il proprietario di una pizzeria con le serrande semiabbassate si accorge di me e mi fa entrare per ristorarmi con un panino e una bottiglia di acqua fresca. Mi tratterrò un bel po’ parlando di viaggi e di biciclette (anche lui è un ciclista) e poi si prodiga per trovarmi a prezzi modici un bel bed & breakfast di un suo amico. Così sono già sistemato, e dopo una doccia e un bel riposino mi visito rin serata il borgo, piccolo ma con un centro storico grazioso, con le sue stradine strette e accoglienti che si snodano attorno alla piazza principale. Ovviamente per ricambiare la gentilezza ceno nella stessa pizzeria che mi aveva accolto nel pomeriggio, seduto a un tavolino all’aperto di fronte al tramonto rosso fuoco che si staglia in lontananza sulla diga di San Giuliano.

Il giorno dopo mi attendono i tipici sali-scendi per cui è famosa la Basilicata, percorsi rompigambe dove puoi trovare discese a rotta di collo ma anche salite al 10-12% che, con la bici carica e il caldo, ti tolgono letteralmente il fiato. Per fortuna che la fatica è ben ripagata dagli splendidi panorami sulle ondulate e desolate lande lucane. Giungo a Pomarico di primo mattino, una pausa per le gambe provate dalla dura salita e si riparte, anche se trovare la strada per Pisticci non è facile nel dedalo di stradine del centro antico. Anche qui ricevo l’aiuto provvidenziale di un gentile abitante locale col quale attacco conversazione e che mi invita addirittura a pranzo; io cortesemente declino l’invito perché ho la mia tabella di marcia, mi basta la sua cortesia nel farmi strada con l’auto accompagnandomi fuori dal centro abitato fin sulla retta via.

La strada in effetti è quella giusta, in direzione di Pomarico vecchia, per carità molto caratteristica, ma il manto stradale, come accade spesso in questa regione afflitta da problematiche idrogeologiche, non è dei migliori: avvallamenti, buche, smottamenti e ad un tratto compare persino il cartello di strada chiusa per frana… sono nel panico totale perché questo mi obbligherebbe a tornare indietro per diversi chilometri e per giunta in salita, ma per fortuna qualche agricoltore che incontro sulla via mi rassicura che la bici può agevolmente passare… e così è, meno male!

Sono già in direzione di Pisticci che fa capolino in lontananza su una collinetta e che attraverso velocemente per puntare decisamente verso l’interno della Basilicata. Pedalo prevalentemente su strade provinciali e in qualche breve tratto su statale; data la bassa densità di abitanti, qui il traffico è molto scarso e anche sulle statali può capitare di non incontrare nessun veicolo per diversi minuti. In ogni caso gli automobilisti lucani sono molto rispettosi verso i ciclisti e ti sorpassano a debita distanza (come vorrebbe il codice della strada).

Dopo qualche chilometro sulla statale di fondo val d’Agri, si inizia a salire verso Alianello e poi Aliano, ultima tappa di oggi. Inutile raccontare l’ennesima faticaccia per raggiungere il paesello, lungo interminabili tornanti di montagna, con il sole ormai a picco che mi fa sudare come in un bagno turco, per cui anche le mie tre borracce di acqua prima o poi finiscono. L’approviggionamento di acqua è uno dei problemi di questo cicloviaggio, i paesi sono molto distanti e per diversi chilometri trovi solo il nulla per cui per quanto si possa fare scorta di acqua può capitare di trovarsi a corto di liquidi, soprattutto col caldo. Nella lunga ascesa verso Aliano la mia fortuna è stata incontrare un gruppetto di case coloniche dove una gentile coppia di anziani si è prodigata per riempirmi le borracce, invitandomi anche a bere un caffè con loro, ulteriore conferma della straordinaria ospitalità dei lucani.

Grazie a questa pausa ristoratrice, quando appare come un miraggio il cartello all’ingresso del paese, la fatica è ormai dimenticata. Aliano è giusto un borgo con quattro case e una piccola piazzetta, dove si riposa all’ombra un manipolo di anziani sonnacchiosi, ma il suo fascino è unico, adagiato com’è a ridosso di una enorme gravina da cui si ammirano i famosi calanchi di roccia calcarea e friabile che il vento ha plasmato in forme davvero caratteristiche. Oltretutto è stato anche il paese di confino del famoso scrittore Carlo Levi che da qui trasse l’ispirazione per il suo famoso romanzo “Cristo si è fermato ad Eboli” e a cui il borgo (che accoglie le sue spoglie mortali) dedica ogni anno un concorso letterario e tante altre iniziative culturali.

Dopo cena mi godo il tramonto, seduto su una panchina a strapiombo sui calanchi, estasiato dalle tonalità del rosso che si fondono con l’ocra di questa terra lunare arsa dal sole.

Mi sveglio di mattino presto e lascio Aliano nella frescura della discesa che mi porterà sulla provinciale saurina che per diversi chilometri costeggia il fiume Sauro, in un tratto finalmente pianeggiante. La bici corre veloce sul tratto di asfalto ben tenuto, ma è una sensazione effimera perché so che prima o poi mi attenderanno di nuovo salite impegnative, verso Corleto Perticara. Qui è d’obbligo una sosta, non tanto per visitare il paese, che pure merita, quanto per fare scorta di acqua e cibo prima di immettersi nella provinciale 103 che per diverse decine di chilometri si snoda solitaria dentro il fitto bosco delle dolomiti lucane, tra continui sali-scendi e un panorama che ricorda molto i paesaggi alpini, con tanto di greggi liberi al pascolo.

E proprio qui mi imbatto in salita in tre enormi maremmani che non ne vogliono sapere di lasciarmi passare; scendo dalla bici e avanzo a passo d’uomo, di tornare indietro non se ne parla nemmeno, le tento davvero tutte, con le buone e con le cattive finché mi gioco l’ultima carta: provo a lanciargli dei crackers che ho con me e con mia grande sorpresa vedo che gradiscono molto, così diventano docili e mansueti. Dovevano essere proprio affamati… ma quando i crackers finiscono non ho nessuna intenzione di sacrificare il mio mega panino imbottito, unica fonte del mio pranzo… ma per fortuna sono ormai già lontani! Rimonto in sella e proseguo, sempre nel bosco, col timore di imbattermi in altre greggi o, come mi aveva avvertito un cacciatore di passaggio, anche in branchi di cinghiali e lupi.

Quando finalmente esco dal bosco mi sento come Dante che torna a riveder le stelle, ormai Viggiano è vicina ma per arrivarci mi devo sorbire, come al solito, l’ultimo strappetto di qualche chilometro con pendenze superiori al 10%. Per oggi la fatica fisica è finita, ma il riposo deve ancora attendere parecchio perché ci metto un bel po’ a girare per trovare un B&b libero, tutto occupato… anche se siamo in un giorno feriale!

Poi quando alla fine ne trovo uno disponibile, la proprietaria mi spiega che qui è tutto prenotato dalle tante maestranze che gravitano attorno al centro oli Eni di Viggiano. E già, purtroppo la splendida Val d’Agri è stata negli anni devastata e violentata da questa insensata corsa ai giacimenti petroliferi lucani, una terra trivellata come una gruviera e disseminata di pozzi petroliferi ovunque. La famosa Madonna nera di Viggiano, patrona della Basilicata, sembra proteggere benevola questa valle sfortunata dall’alto del suo maestoso santuario, anche se non so quanto sia efficace la sua intercessione, a giudicare dai gravi problemi di inquinamento che ne sono derivati negli anni!

All’indomani si punta decisamente verso ovest, verso la costa. Dopo aver passato la diga del Pertusillo e gli scavi di Grumento mi dirigo verso il monte Sirino percorrendo la provinciale 19 che si addentra in salita sulle pendici del monte, a tratti riparata dal sole dalla macchia boschiva. Dopo avere scollinato a quota 1100 metri (località Tempa del Conte) mi fiondo in discesa ma inizia a piovigginare per cui devo stare attento a non prendere troppa velocità. A tratti la pioggia si fa più insistente e mi costringe a ripararmi sotto qualche albero o tettoia, poi spiove e ricomincia… oggi sarà così, fino a Lauria e poi Trecchina, dove sono costretto a fermarmi sotto un balcone per un improvviso rovescio. Ne approfitto per fare una pausa pranzo e poi, quando spiove, riprendo a pedalare. Ormai la costa e il mar Tirreno sono vicini, si vedono in lontananza, anche se per ora, essendo ancora a quote elevate, mi avvolge un tempo autunnale freddo, umido e nebbioso. Man mano che scendo di quota il cielo si apre, torna il sereno e la sinuosità del golfo di Maratea con il suo mare blu intenso luccicante al sole è come un inatteso sorriso in questa giornata uggiosa.

Sistemato in un grazioso bed & breakfast di Maratea centro, in serata non mi resta che passeggiare pigramente lungo i suoi caratteristici vicoletti colorati affollati di turisti, ammirando sulla collina il Cristo Redentore illuminato a giorno che sembra proteggere dall’alto questa meraviglia della natura che è la costa di Maratea… e anche quando vien giù un improvviso acquazzone mi sembra tutto sommato che anche questo non tolga nulla alla bellezza di questi posti!

Dopo quattro giorni di pedalate e 350 km percorsi a tappe forzate di circa 90 km lungo estenuanti sali-scendi, termina la mia breve ma intensa avventura (anche se mi concederò un paio di giorni di relax totale nelle acque cristalline di Praia a Mare in compagnia di mia moglie).

Questo cicloviaggio mi ha dato l’opportunità di conoscere la Basilicata, terra solitaria, aspra ma accogliente ed ospitale, forse anche sottostimata nelle sue bellezze dai suoi stessi abitanti, soprattutto anziani, che più di una volta, vedendomi arrivare trafelato nei loro borghi sperduti a cavallo della mia dueruote, mi hanno accolto in tono benevolo con una esclamazione in dialetto locale del tipo: 《Ma c’ cazz tu fasc fa’ 》… non c’è bisogno di tradurre!!! :-).

PS. Se siete rimasti affascinati dal mio racconto vi invito a guardare un breve videoclip di questa avventura





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