MENU

Islanda in bici: il viaggio di Alberto

Diari, News • di 10 Set 2018

Riceviamo dal nostro lettore Alberto Montemurro e volentieri pubblichiamo.


Cavalli islandesi

Guardando una cartina dell’Europa, spostate lo sguardo un po’ più in su del solito. A Nord della Gran Bretagna, oltre un po’ di oceano Atlantico, troverete una piccola isola meravigliosa: L’Islanda.


Lo Jökulsárlón dalla tenda

“Terra di ghiaccio e fuoco”, l’Islanda si trova incastonata sulla più estesa cicatrice della crosta terrestre, la dorsale medio atlantica. La sua posizione e la sua storia l’hanno resa un luogo di estremi e di meraviglie, di geyser, deserti, ghiacciai e vulcani. Un luogo dove ogni giorno, è possibile sentire forte e chiaro il respiro della Terra.


Godafoss, la cascata degli dèi

Ma un ventenne sgangherato, come ci è finito a pedalare fra i ghiacci del paese più estremo d’Europa?


Ai piedi di Skògafoss, dove si può ascoltare la voce dell’Islanda

Ho passato gran parte dell’adolescenza a sognare insieme ai miei amici viaggi improbabili, sognando le stesse avventure di quei viaggiatori con la vita in spalla, e sempre una storia da raccontare. Eppure, puntualmente queste idee scomparivano. Finché un giorno, subito dopo la diagnosi di un infortunio al ginocchio, con la prospettiva di un intervento e mesi di riabilitazione, ho preso il biglietto per Reykjavík. La bici, la tenda e la storia sono venute da sé.


La magia del tramonto allo Jökulsárlón

Atterrato nella terra Islandese, ho capito subito che il viaggio sarebbe stato un po’ più complicato del previsto. La compagnia aerea mi aveva perso ogni singolo bagaglio, costringendomi a cinque giorni di campeggio improvvisato sul pavimento dell’aeroporto, con l’amara prospettiva di rinunciare alla traversata.


Il ghiacciaio Sólheimajökull

Riapparse armi e bagagli, sono salito in sella, pedalando verso Est. Per un mese non mi sono più fermato: 2000 km di fiordi, deserti, geyser e ghiacciai, facendo affidamento su uno sbilenco motore umano a due gambe, ascoltando vento artico misto a pioggia per giornate intere, benedicendo il sole sulle rocce, dormendo in tenda, per strada, sul muschio, in stalle, case abbandonate, capannoni, pavimenti, una piccola grotta, sulle sponde di laghi e lagune, fino a tornare a casa, per chiudere il cancello sulla più bella esperienza della mia vita.


Skaftafell, una cascata sgorga fra la vegetazione del parco

Pur essendomi informato sulle imperdibili meraviglie dell’Isola, non posso dire di aver preparato un percorso molto dettagliato: il piano era tenere il mare alla mia destra, descrivendo un anello sino alla seconda città islandese, Akureyri. Quindi avrei proseguito verso Sud, attraverso la leggendaria pista F35, una lingua sterrata che taglia il deserto interno e arriva fino alla capitale.


Dyrholaey, e un tramonto per ammalarscrutano le onde per una pesca serale

Dopo aver lasciato Reykjavík, mi sono diretto prima a Sud e poi ad Est, dove ho avuto il mio primo assaggio della magnifica desolazione islandese. Aree desertiche rocciose si alternano ad altre ricoperte da un sottile strato di muschio, che le rende stranamente simili alla gommapiuma. La solitudine è interrotta solo da alcune pecore, e una volta raggiunte le Krisuvikurberg cliffs, da stormi di gabbiani. Lungo la Ring Road (un nastro d’asfalto che descrive un anello lungo tutta l’isola) non mancano incontri con i numerosissimi cavalli islandesi, che con le pecore e le sternie costituiscono gran parte della fauna locale. Oltrepassato il paesino di Hella, pedalo verso tre fra le più famose cascate d’Islanda, che mi hanno infradiciato dalla testa ai piedi: Seljalandsfoss, dove è possibile girare attorno alla sua altissima colonna d’acqua; Gljúfrafoss, ovvero “la cascata nascosta”, raggiungibile solo attraverso una feritoia nella roccia, risalendo un piccolo torrente; Skògafoss, che mi ha lasciato, e mi trova tuttora, senza parole.


Il viaggio è proseguito attraverso i ghiacci del Sólheimajökull, una delle tante lingue visibili fin dalla strada, e le spiagge nere di Vìk, con le sue magnifiche colonne di basalto. Nel mentre, ho avuto due incontri ravvicinati di “strano” tipo: con un relitto di un aereo del 1973, e con le pulcinelle di mare, splendidi pennuti paffuti di fatto e di nome (Puffin). Svolazzanti sulla scogliera di Dyrholaey, in un tramonto mozzafiato, dove il mare, il cielo e un faro solitario riempivano gli occhi ed il cuore, sono stati parte della mia prima sindrome di Stendhal. E ancora non avevo visto il luogo più incantevole dell’isola: il lago Jökulsárlón, formato dallo scioglimento dei ghiacciai interni d’Islanda, fra cui il Vatnajökull, quarto ammasso glaciale del pianeta. I tantissimi iceberg si staccano dal ghiacciaio per attraversare la laguna, e scendere fino al mare. Hanno dei colori incredibili, dal bianco a qualsiasi sfumatura d’azzurro. Per effetto dei riflessi del sole sugli iceberg, si formano dei giochi di luce che rendono questo luogo il paradiso dei fotografi, e non solo. Sulla strada per raggiungerlo è una tappa imprescindibile il canyon di Fjaðrárgljúfur, vicino Kirk, e il parco di Skaftafell, con la magnifica cascata.


I Fiordi Orientali sono caratterizzati da una desolazione ancora maggiore, in un infinito saliscendi di curve, in cui la strada sguscia fra scogliere a picco ad Est, e i denti delle alture interne ad Ovest. Proseguendo verso Nord, l’Islanda non smette di offrire paesaggi mozzafiato, e dopo essermi spinto sino al paesino di pescatori di Húsavík, mi sono imbarcato per tentare l’’avvistamento di qualche balena ben disposta a mostrarsi. Dopo il lago Mývatn ed Akureyri, ho infine iniziato la sfida più grande: 200 km di sterrata nel deserto Islandese. È uno struggente territorio di terra e rocce, che non senza difficoltà mi ha condotto sino al famigerato territorio del “Circolo d’Oro”, nei pressi di Reykjavík. È così chiamata l’area comprendente la cascata di Gullfoss, il parco nazionale di Þingvellir e Geysir, dove ammirare lo stupefacente sbuffo dello Strokkur, il geyser più famoso d’Islanda. Purtroppo, dopo aver assaporato la bellezza silenziosa del deserto islandese, non è stato facile godersi appieno le meraviglie di un luogo un po’ troppo affollato da turisti. Così, è stato con la mente piuttosto affollata di pensieri che ho visitato Reykjavík, e ho pedalato per gli ultimi chilometri sino all’aeroporto.


l’atmosfera surreale del relitto aereo nella spiaggia di Sólheimasandur

L’Islanda è un terzo d’Italia a cui è rimasta solo la popolazione del Molise (300.000 abitanti), per di più tutti pigiati attorno alla capitale, Reykjavík, lasciando praticamente deserto tutto il resto del paese. Gli islandesi, oltre ad essere pochi, sono sempre stati anche un po’ isolati e tendenti all’autoescludersi dal resto del mondo. Così, quando nel 2010 l’impronunciabile Eyjafjallajökull eruttò, fermando i voli dell’intera Europa, il continente si è ricordato di quella sua isoletta su a nord.


tutte le stelle d’Islanda in una notte nella pista F35

Nello scaricargli addosso invettive e imprecazioni, le orde di turisti bloccati scoprirono le meraviglie del paese, grazie alla tempestiva campagna pubblicitaria lanciata dallo Stato islandese. Si generò un incremento esponenziale di visitatori negli anni successivi, sino a toccare quota due milioni nel 2017. Invece di frenare l’invadenza dei visitatori, i suoi 130 (!) vulcani attivi ne hanno acceso l’interesse, che nemmeno il fortissimo e incessante vento islandese è riuscito a smorzare. Per gli islandesi in piena crisi economica, tutta questa improvvisa notorietà è stata un bene, ma adesso la situazione rischia di degenerare. Le infrastrutture e i pochi abitanti hanno sostenuto a fatica il turismo di massa di questi ultimi anni, con il rischio di arrecare seri danni non solo all’immagine del paese, ma soprattutto al suo ecosistema. Secondo gli ultimi dati, la “bolla” islandese pare essere sul punto di scoppiare: nel 2018 per la prima volta il numero di turisti ha avuto un decremento massiccio rispetto all’anno precedente. Se questo sarà un bene o un male, solo il tempo potrà dircelo.


Gljúfrafoss, “la cascata nascosta”

Per ora, la chiave per mantenere vive queste e tante altre è educare il turismo di massa ad essere discreto, cominciando dal minimizzare il proprio impatto sul territorio, per permettere a chi verrà dopo di goderne allo stesso modo. Perché, quando la gente scopre qualcosa di bello, purtroppo ha la brutta abitudine di fare di tutto per rovinarlo. La salvezza potrebbero essere una tenda bagnata, un fornellino ad alcool, ed il delicato ronzio dei raggi di una bicicletta.


Lo Jökulsárlón in movimento

Percorso e Tappe:
Keflavik – Stokkseyri 97 km
Stokkseyri – Skogafoss 112 km
Skogafoss – Kirkjubæjarklaustur 102 km
Kirkjubæjarklaustur – Skafatfell 71 km
Skaftafell – Höfn 136 km
Höfn – Djúpivogur 104 km
Djúpivogur – Egilsstaðir 85 km
Egilsstaðir – Grimsstadir 132 km
Grimsstadir – Hùsavik 116 km
Hùsavik – Mývatn 57 km
Mývatn – Akureyri 96 km
Akureyri – Varmahlíð 93 km
Varmahlíð – Geysir 205 km
Geysir – Þingvellir 96 km
Þingvellir – Reykjavík 40 km
Reykjavík – Keflavik 48 km
(Più tutte le ulteriori piste interne, deviazioni, e aggiramenti effettuati lungo il percorso)


Casa alle spalle, il mondo all’orizzonte





Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *