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La Via Francigena del Sud: in bici da Bitonto a Roma

Diari, News • di 21 Set 2018

Riceviamo dal nostro lettore Nicola Magro e volentieri pubblichiamo

Luglio 2015
(Tratto e riadattato per Bikeitalia.it dal diario-romanzo “Due ruote e un’anima” di Nicola Magro, Alice ed.)

“Sai, forse è il caso che rinvii questo viaggio, i telegiornali annunciano un caldo africano per i prossimi giorni.”
“Sei il solito allarmista, lo sai che i TG dicono sempre un sacco di chiacchiere… ”
Sebbene queste parole non mi suonino molto rassicuranti, ormai il dado è tratto; se non parto ora – penso – non partirò mai più.
Il mio primo cicloviaggio mi porterà da Bitonto (in provincia di Bari) a Roma, lungo la Via Francigena del Sud. A 43 anni suonati sentivo il bisogno di lasciare tutto e partire, di abbandonare le mie certezze e sfidare le mie paure.
“Ci sentiamo appena posso.”
“OK… buon viaggio… anzi, buon cammino!”
Il tratto pugliese della via francigena si snoda per strade solitarie di campagna tra distese sconfinate di uliveti dove il verde intenso fa da contrasto all’ocra della terra riarsa dal sole. Pedalo verso Canosa di Puglia nel completo silenzio, rotto solo dal frinire insistente delle cicale, segno inequivocabile dell’aria rovente di questo weekend di luglio.

Incedendo lento ma risoluto sono già in Capitanata, terra dai mille contrasti, dove si respira la fatica delle attività agricole ma anche la calma dei ritmi dettati dalla natura, dove il dialetto locale si mescola agli idiomi più disparati delle varie etnie che mandano avanti il lavoro dei campi.


Ponte romano sul fiume Ofanto


Le onnipresenti pale eoliche in Capitanata

Il mio primo giorno di fatiche a pedali si conclude in una locanda all’aperto di Stornara, ad ammirare uno splendido tramonto rosso fuoco sul Tavoliere delle Puglie.
“Che giornata da cani…”
“Tutto bene?”
“Insomma… oggi ho avuto parecchi incontri ravvicinati con cani randagi; per fortuna sono ancora tutto intero!”
In effetti i cani sono gli unici esseri viventi che incontro attraversando borghi sperduti e sonnacchiosi, come Ordona e Borgo Segezia. Per trovare un po’ di presenza antropica devo arrivare a Troia, paesino arroccato alle pendici dei monti dauni, che visito di sfuggita, pur meritando molto più tempo, perché mi aspetta ancora una lunga ascesa sulle vette appenniniche. Pedalo in mezzo a campi sterminati di foraggio dalle mille tinte di giallo che poi pian piano lasciano il posto ai boschi di altura. Il panorama è una delizia per gli occhi ma un vero tormento per le gambe, complici le pendenze notevoli e l’eccezionale caldo africano di questi giorni.


Troia (FG)


I monti dauni

“È più dura di quanto pensassi…”
“Ce la farai… dovessi anche spingere a mano la bici…”
Che in effetti è l’unica cosa che mi resta da fare se non voglio capitolare, e probabilmente sarei arrivato comunque al capolinea se non avessi provvidenzialmente incrociato un cicloturista romano che procedeva in senso opposto al mio, che, apparso quasi come un miraggio, mi ha gentilmente rifornito le borracce ormai vuote per il gran caldo. Giungo così a Celle San Vito, il più piccolo comune di Puglia, arroccato a circa 800 metri di altitudine, uno dei pochi che conserva ancora nel suo dialetto locale, e nella nomenclatura delle vie, l’idioma franco-provenzale, retaggio delle sue origini francofone. Il panorama mozzafiato che si gode dalla sua sommità ripaga abbondantemente di ogni fatica!


La croce franco-provenzale di Celle San Vito


Panorama di Celle San Vito

Il primo tratto della strada che parte da Celle in direzione della Campania è tutto un tripudio di sensazioni: l’odore di rugiada e humus, i rumori tipici del bosco, il verde che allieta la mia vista. È un vero peccato che tutto ciò svanisca quando inizia la veloce discesa dalle cime appenniniche, seguita poi da dolci sali-scendi che mi portereranno gradualmente verso Benevento, città dal grande passato storico, di cui rimangono tante testimonianze architettoniche ben conservate.


Benevento

Lasciata la gloriosa città sannita, proseguo verso Montesarchio. I silenzi, ora ossessivi ora piacevoli, di questo cicloviaggio in solitaria sono interrotti ogni tanto da qualche battuta scambiata con la gente del posto, unico rimedio al bisogno di un contatto umano.
“Dove sei? Com’è la 《Campania felix》?”
“Sto attraversando una miriade di paesini sperduti: Paolisi, Arpaia, Forchia, Arienzo… vere oasi di quiete… meritano appieno questo appellativo!”

Ma la Campania è anche purtroppo aree industrializzate, periferie degradate, traffico caotico, soprattutto nella piana tra Maddaloni e Caserta, che cerco di attraversare il prima possibile, per raggiungere Santa Maria Capua Vetere, capolinea della tappa odierna.
Per fortuna non manca mai la proverbiale simpatia e disponibilità dei campani, come quella del proprietario del mio alloggio, infestato dalle zanzare, che si fa in quattro per fornirmi un arsenale chimico contro i fastidiosi insetti che minano il mio sacrosanto riposo. Vabbè, non era proprio la soluzione ideale… tanto vale allora uscire a respirare un po’ d’aria pura consolandosi con le tante bellezze archeologiche del luogo.


Santa Maria Capua Vetere

“Dopo tanta cultura sono a pezzi, mi sa che mi ritiro solitario nel mio letto…”
Beh, a dire il vero in compagnia di quelle poche ma fastidiose zanzare irriducibili che la chimica non è riuscita purtroppo a sterminare!
Lascio gradualmente la Campania alla volta del Lazio, attraversando luoghi ricchi di testimonianze storiche come Sessa Aurunca e l’area archeologica di Minturno, pedalando lungo la via Appia, che mi porta veloce verso Formia.


Sessa Aurunca


Area archeologica di Minturno

Con un po’ di invidia per i tanti vacanzieri che si godono le spiagge, vado alla ricerca di un alloggio economico, che riesco a trovare presso una casa per ferie gestita da suore, da cui sono accolto con la premura che si riserva a un vero pellegrino della Via Francigena.
Mi consolo comunque con una salutare passeggiata serale in riva al mare, respirando l’odore salmastro presente nell’aria e fissando i traghetti che sbuffano dalle loro ciminiere.


Formia

“Sono già rientrato, sai le suore non gradiscono ospiti che fanno le ore piccole.”
“Ma se non sei mai andato a letto tardi in vita tua…”
“Beh, in effetti è che sono stanco morto e domani mi aspetta un’altra dura tappa…”
“Allora a domani…”.
Riparto all’alba imboccando la SS7 in direzione Terracina, che dopo qualche ora si apre alla mia vista con il suo bel golfo e le sue acque placide di un azzurro intenso.


SS7 verso Itri e Fondi


Golfo di Terracina

“Mi fermo giusto il tempo per una pausa.”
“Sempre di fretta, prenditela comoda ogni tanto…”
Ma io, ignorando ogni raccomandazione, punto dritto verso Latina, attraversando le intricate strade migliari dell’agro pontino, tra le sconfinate distese di canneti e di mais, nel cui dedalo riesco persino a perdermi. Quando, finalmente, ritrovo la strada giusta, giungo al mio agriturismo nei pressi di Borgo Faiti, ormai spossato dal caldo e dai tanti chilometri sulle gambe.

Nel pomeriggio inoltrato visito una cappella mariana poco distante dal mio alloggio, un luogo di culto a me familiare da molti anni. Mi trattengo un po’ più del solito, mentre la calura cede pian piano il passo a una leggera frescura proveniente dai vicini monti Lepini che si stagliano maestosi sullo sfondo.

Ho giusto il tempo per una cena frugale in una locanda lì in zona, prima che inizi a calare il buio che rende pericoloso pedalare lungo queste strade a intenso traffico.
“Meno male… sono riuscito a rientrare praticamente al crepuscolo…”
“Non mi dire che vai già a dormire…”
“Beh, no… qui c’è un’invasione di gitanti del fine settimana, intenti a divertirsi… ma forse è meglio se mi ritiro a stilare il mio diario di bordo quotidiano.”
E, appena finito di adempiere il consueto rito di fine giornata, cado inesorabilmente tra le braccia di Morfeo.

La notte porta consiglio, si dice. E allora ho deciso che si prosegue a Roma in treno, per risparmiare le ultime energie fisiche rimaste a queste mie povere membra seriamente provate da questo primo cicloviaggio.

Carico la bici sul regionale e in 40 minuti sono già nella Capitale, a pedalare lungo le vie storiche del centro chiuso al traffico in una domenica d’estate, ammirando le tante bellezze che ai miei occhi assumono una luce diversa dalla prospettiva di un mezzo slow come la bici.


Roma

“Stai attento, il traffico di Roma è pur sempre quello di una grande metropoli…”
In effetti sono costretto a imboccare le vie contromano e a sfruttare anche i marciapiedi per ovviare alla scandalosa penuria di piste ciclabili. Così arrivo finalmente in piazza San Pietro, gremita di turisti in coda sotto la calura. L’attesa lunga e la calca mi fanno desistere dall’intento di entrare in Vaticano; mi basta scattare una foto con la Basilica sullo sfondo, in compagnia della mia fidata bici da supermercato che non ha battuto ciglio nei 400 km di questa avventura.

Domani la magia di questo cicloviaggio sarà finita, anche se rimarranno impressi nei miei ricordi i paesaggi, i volti sconosciuti incontrati per strada, i sorrisi, gli incitamenti ma anche i timori, le insicurezze e le sofferenze del corpo e dell’anima.
“Grazie per avermi supportato… da lassù…”
“Figurati… papà…”





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