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Quando lo Stato cercò di bloccare le bici

News, Rubriche e opinioni • di 22 Marzo 2019

Ieri sera la Critical Mass di Torino è stata soggetta a un attacco da parte della polizia. Gli agenti in tenuta antisommossa hanno infatti caricato il corteo di ciclisti che ogni giovedì sera si ritrovano per fare una pedalata collettiva al chiaro di luna.
La polizia ha agito secondo le norme contenute nel nuovo decreto Salvini (113/2018) in cui viene istituito il reato di blocco stradale, con pene da 2 a 12 anni di carcere.
Il tentativo di fermare la Critical Mass torinese è solo l’ultimo tentativo della forza pubblica di limitare l’utilizzo della bicicletta, uno strumento che dalla sua nascita è sinonimo di libertà e di indipendenza e per questo è considerato un mezzo sovversivo.

Nel corso della storia non è la prima volta che la forza pubblica cerca di impedire l’utilizzo delle biciclette, tuttavia sempre con scarsi risultati.

New York, 2004 – 2006

L’operazione di Torino riporta alla mente gli episodi che hanno coinvolto la Critical Mass newyorkese che dal 2004 al 2006 la polizia ha cercato in tutti i modi di fermare . I primi tentativi di bloccare questo movimento erano limitati all’arresto degli organizzatori, cosa molto difficile da perseguire data l’assenza di gerarchie e quindi di un leader a cui addossare le colpe. Contravvenzioni e arresti non sono serviti tuttavia a fermare l’onda di ciclisti della Grande Mela anzi, questa ondata di repressione ha portato a un maggior coinvolgimento della cittadinanza al corteo. Il risultato è stato di aver reso ancora più forte un movimento nato dal basso e da semplici cittadini. A corollario dell’azione, la città di New York ha dovuto risarcire i manifestanti per un ammontare complessivo di quasi un milione di dollari.

Bologna, 1944

Il caso più eclatante però rimanda alla memoria  il periodo in cui mezza Europa era sotto occupazione nazista, durante il quale si cercò in ogni modo di fermare l’utilizzo della bicicletta perché considerata uno “strumento terroristico”. Infatti, durante la Seconda Guerra mondiale la bicicletta era il mezzo più utilizzato dai partigiani (si veda anche la storia di Gino Bartali) e per questo venne messa al bando in molti Paesi europei, tra cui l’Italia.
Attraverso un proclama del 26 Aprile del 1944 fu imposto il divieto di circolare con le biciclette entro il perimetro della città di Bologna, allora delimitato dai viali: “Coloro i quali abitano entro il perimetro sopra descritto e che per ragioni di lavoro, debbono spostarsi con la bicicletta dal luogo di divieto alla periferia e poi far ritorno al centro, dovranno essere muniti di una speciale dichiarazione della ditta presso cui lavorano, vidimata dalla Questura di Bologna, ma per tutto il perimetro e le strade di divieto dovranno portare la bicicletta a mano con le gomme sgonfie o con la catena staccata dalla moltiplica e dal rocchetto”, questo il testo del provvedimento emanato per limitare l‘uso “sovversivo” delle due ruote.
Anche sotto l’occupazione militare, il provvedimento venne subito ritirato perché la bicicletta rappresentava il mezzo di spostamento per le masse di operai diretti in fabbrica e questo avrebbe significato fermare le principali città industriali.

I fatti di Torino riportano alla mente sgradevoli episodi del passato, ma se c’è una lezione che la storia insegna è che la libertà di andare in bicicletta non potrà mai essere limitata in nessun modo.






4 Risposte a Quando lo Stato cercò di bloccare le bici

  1. baldo uranio ha detto:

    Nazismo e biciclette a Roma.
    https://www.youtube.com/watch?v=8kPm1SG77kU

  2. Paolo ha detto:

    Informatevi popolo! La legge richiamata indica da 1 a 6 anni! Perciò l’articolo qua scritto divulga false notizie. Poi non è descritto in modo sufficiente in che situazione si trovavano i ciclisti per poter valutare a dovere la situazione e se la polizia abbia abusato della legge. BASTA IGNORANZA E FALSE NOTIZIE

  3. IAK ha detto:

    Mah, articolo assai discutibile…
    Una domenica mattina di alcuni anni fa stavo correndo al lavoro e fui bloccato da una Critical Mass che occupava intenzionalmente l’intero viale. Quella non era libertà, era banalmente confisca dei diritti altrui.
    Specifico che adoro la bici in città e non ci rinuncerei mai perché è un ottimo antistress. Ma non a danno degli altri

  4. Maurizio Lombardo ha detto:

    Come dice IAK, il critical mas si svolge quasi sempre fuori dalle rotte dei lavoratori, infatti hanno occupato un viale per alcuni minuti di DOMENICA, perchè il critical, si muove , piano ma si muove.
    invece spesso mi è capitato di stare in coda ore e ore, in decine di chilometri per colpa magari di 2 stolti automobilisti che facendo incidenti paralizzano intere tangenziali e Migliaia di lavoratori e questo succede un giorno si e un giorno no, ma x questo oramai non ci scandalizziamo più, è così non ci si può fare niente e somatizziamo.
    E INVECE NOOO…. IAK, ALLA PROSSIMA CRITICAL VIENI ANCHE TU così TI ACCOMPANIAMO AL LAVORO, ovviamente in bici…..

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