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Non è mai troppo tardi per imparare ad andare in bicicletta

Non è mai troppo tardi per imparare ad andare in bicicletta

C’era una volta un bambino di città che non sapeva andare in bicicletta. Da piccolo ci aveva provato, come spesso accade, cominciando a pedalare ai giardinetti su una due ruote giocattolo con le rotelle ai lati: troppo pericoloso imparare per strada, dove il traffico motorizzato aveva saturato quasi ogni spazio.

Passava il tempo e quelle rassicuranti rotelline restavano al loro posto, a garantire l’equilibrio, finché ne fu tolta una e poi anche l’altra: ma a quel bambino la precarietà e la sensazione di poter cadere a ogni pedalata non piacevano troppo.

E fu così che la bici venne progressivamente abbandonata, finendo ben presto in soffitta. Subentrarono altri interessi, i pomeriggi dopo la scuola erano pieni d’impegni – nuoto, judo, pianoforte – e quella mancanza non si fece sentire più di tanto.

Molti anni dopo, davanti a un capanno di attrezzi agricoli della casa di un parente che viveva fuori città, quel bambino ormai cresciuto vide una bici semiabbandonata in un angolo: freni allentati, telaio impolverato e ruote a terra.

Dopo una bella gonfiata e qualche giro di brugola il mezzo era pronto per essere pedalato: una mountain bike biammortizzata sarebbe diventata il mezzo-senza-rotelle su cui imparare il senso dell’equilibrio per la bici, provando e riprovando su una strada sterrata privata lunga qualche centinaio di metri, al riparo da occhi indiscreti in caso di probabili cadute.

Bastò qualche pomeriggio per riuscire a pedalare in linea retta, dapprima con la sella bassa per poter mettere subito il piede in terra in caso di necessità, poi acquisendo maggiore consapevolezza del mezzo e guardando avanti a sé senza distogliere l’attenzione per poter mantenere la traiettoria della bici.

L’equilibrio in sella era stato conquistato, ma pedalare per spostarsi in città era cosa assai diversa: andare in bici in mezzo al traffico in strade costruite a uso e consumo delle auto continuava a essere rischioso, forse troppo per un neofita delle due ruote a pedali che del ciclista provetto aveva solo la velleità.

La pratica in ambito urbano, prevalentemente nella zona a traffico limitato, avvenne pochi anni più tardi grazie all’introduzione sperimentale del bikesharing in città, praticamente a costo zero: con la prima mezz’ora gratuita (fino a un massimo di 4 ore al giorno) l’ex bambino-che-da-piccolo-non-pedalava prese confidenza con le strade e le vide dalla nuova prospettiva del sellino, imparando a impostare le curve e a passare a debita distanza dai pedoni a passeggio, così come dagli sportelli delle auto in sosta che potevano aprirsi all’improvviso causando cadute.

La prima bici arrivò al trentesimo compleanno, come regalo dai colleghi di lavoro: una city-bike nera – a sette velocità, con cambio revoshift sulla manopola destra – con cui le pedalate si fecero più assidue e le distanze in città si accorciarono.

In breve tempo quello che era nato come un piacevole passatempo divenne una passione e la bicicletta si trasformò nel mezzo perfetto per spostarsi in città e fuori porta, nonostante qualche difficoltà logistica dovuta alla carenza di infrastrutture dedicate o alla scarsa manutenzione delle poche presenti.

Oggi quel bambino che da piccolo non pedalava ha 8 biciclette, sale in sella ogni volta che può e da 12 anni si è liberato dell’auto di proprietà per muoversi in città. Della sua passione per la bici – cresciuta a poco a poco e maturata fino a diventare una scelta consapevole della propria identità – ha fatto un lavoro, anche grazie all’incontro con persone sensibili al tema della mobilità urbana come forma di emancipazione da una società dipendente dal petrolio e fossilizzata nel paradigma autocentrico.

Quel bambino ormai cresciuto assapora il senso di libertà che prova oggi pedalando ogni giorno in città affrontando le salite col sorriso sulle labbra: scaricando tossine e liberando endorfine quando spinge sui pedali. La magia si compie ogni volta che sale in sella e comincia a pedalare verso nuove avventure, con quel senso di equilibrio conquistato da grande, coltivato e custodito come un tesoro. Quel bambino sono io.

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Commenti

  1. Alessandro Falchini ha detto:

    È proprio vero.

    La bicicletta dà dipendenza !

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