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La nuova regola che vieta i manubri troppo stretti

La nuova regola che vieta i manubri troppo stretti
Manubrio bici da corsa, vista frontale (immagine generata con AI)

Dal 2026, tutti i manubri utilizzati nelle gare professionistiche dovranno essere larghi almeno 40 cm. Una scelta per la sicurezza che però divide il mondo del ciclismo.

L’UCI, l’Unione Ciclistica Internazionale, ha annunciato un cambio radicale nel regolamento tecnico che entrerà in vigore a partire dal 2026: addio ai manubri troppo stretti. La nuova norma impone una larghezza minima di 400 mm (40 cm) da estremità a estremità, una decisione che ha immediatamente scatenato un’ondata di critiche, in particolare dal mondo del ciclismo femminile (ma che avrà un impatto anche su molti corridori professionisti uomini di corporatura minuta, ndr).

La sicurezza prima di tutto (ma a che prezzo?)

Secondo quanto annunciato dall’UCI – anche se al momento non è stato emanato alcun regolamento ufficiale – la misura nasce da un’esigenza concreta: frenare la corsa all’estremo in fatto di aerodinamica, che spesso sacrifica il controllo e la stabilità in nome della velocità. Caschi “lunari”, ruote ipertecnologiche, tute avveniristiche… e manubri sempre più stretti, fino a raggiungere, in alcuni casi, larghezze inferiori ai 36 cm. L’UCI ha deciso di intervenire: «Serve maggiore uniformità, ma soprattutto sicurezza», hanno dichiarato da Aigle, sede dell’organo federale, come riporta Cicloweb.

La protesta delle squadre femminili: “Decisione miope e pericolosa”

Il fronte più critico – come sottolinea un articolo di Tuttobiciweb – arriva dalle squadre femminili. Fien Delbaere (AG Insurance-Soudal) è stata tra le prime a parlare: «Nel ciclismo femminile, manubri da 36 o 38 cm sono la norma. Forzarci a usare quelli da 40 cm è assurdo. Non abbiamo le spalle di un velocista olandese».

Dello stesso parere Lieselot Decroix, performance manager della FDJ-Suez: «Questa regola ignora completamente l’anatomia femminile. Per alcune atlete, come Niamh Fisher-Black, un manubrio più largo non è solo inefficiente: è pericoloso». Non a caso, Fisher-Black è diventata il volto simbolo della protesta, pubblicando su Instagram una foto ironica con un metro a nastro che segnava poco più di 30 cm di larghezza spalle. E in questa immagine frontale pubblicata qui di seguito si nota quanto sia stretto il manubrio che utilizza in gara (largamente al di sotto di 40 cm, ndr).

Gli uomini non sono tutti uguali: e gli scalatori?

Le critiche non arrivano solo dal ciclismo femminile. Anche nel World Tour maschile ci sono corridori di corporatura minuta – pensiamo agli scalatori sudamericani – per cui l’obbligo di un manubrio largo almeno 40 cm potrebbe comportare modifiche importanti nell’assetto in bici e una perdita di efficacia nelle fasi decisive.

Beppe Martinelli, ex DS di lungo corso e voce autorevole del ciclismo italiano, non le manda a dire: «La maggior parte delle cadute non è colpa dei manubri, ma di strade pessime o velocità esasperate. Il rischio è penalizzare chi ha fatto della posizione una scelta tecnica, non un vezzo».

Precedenti illustri: e se finisse come con gli Spinaci?

Chi ha buona memoria ciclistica ricorderà gli Spinaci di Cinelli, quelle appendici aerodinamiche che furono bandite negli anni ’90 per ragioni di sicurezza. All’epoca, come oggi, ci si interrogava: serviva davvero una regola, o bastava buon senso?

Il mercato reagì: gli Spinaci sparirono. Il timore ora è che lo stesso destino tocchi ai manubri stretti. «Se non si possono usare in gara, chi li comprerà più?», domanda più che lecita che si faranno i costruttori se questa regola dovesse entrare in vigore già dal 2026. Alcuni brand potrebbero rivedere le loro scelte produttive, con il rischio che i manubri stretti diventino progressivamente meno disponibili sul mercato, soprattutto per gli appassionati e gli amatori che ancora li preferiscono.

Regole assolute, problemi relativi

Il nodo sta tutto qui: può una misura uguale per tutti garantire davvero più sicurezza? O, come accaduto in passato, rischia di danneggiare chi, per struttura fisica o necessità tecnica, non rientra nello “standard”?

Mentre l’UCI promette una dichiarazione specifica entro fine giugno 2025, il mondo del ciclismo attende con il fiato sospeso. In gioco non c’è solo un numero su un metro da sarta, ma la libertà di scegliere il proprio modo di stare in sella.

La bici è un’estensione del corpo. Per questo ogni ciclista merita una posizione costruita su misura, con componenti che rispettino chi è davvero. Perché la vera sicurezza nasce dal rispetto delle differenze, non dall’imposizione di uno standard unico.

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