Non serve attraversare oceani o inseguire orizzonti lontani per vivere un’avventura memorabile: a volte basta salire in sella vicino a casa e lasciarsi sorprendere.
La Ciclovia Etruria è uno di quei percorsi capaci di ribaltare le aspettative: un itinerario che attraversa Lazio, Umbria e Toscana seguendo strade bianche, vie antiche e paesaggi modellati dal tempo e dalla geologia.
A raccontarlo, pedalata dopo pedalata, sono due cicloviaggiatrici esperte, Veronica Rizzoli e Simona Pergola, che lo scorso novembre hanno affrontato insieme tutto il tracciato. Viaggiatrici abituate a percorrere il mondo in bicicletta, qui hanno trovato la conferma che anche l’Italia può ancora regalare qualche sorpresa.
Un messaggio potente, soprattutto per chi sogna un viaggio in bici (anche una donna, anche da sola) e cerca ispirazione.

Perché la Ciclovia Etruria
La Ciclovia Etruria è un percorso cicloturistico che attraversa la Tuscia e l’Etruria storica, collegando borghi, laghi vulcanici, necropoli etrusche e antiche vie romane. La ciclovia è lunga circa 450 km, con 7000 metri di dislivello complessivo: un itinerario vario, mai banale, dove asfalto e sterrato si alternano continuamente, rendendolo perfetto per gravel, MTB e bici da viaggio.
Il tracciato non cerca scorciatoie: segue la storia del territorio, entra nei boschi, sale sui pianori di tufo e scende verso laghi e vallate. È una ciclovia che chiede attenzione e rispetto, ma restituisce molto di più.
La Ciclovia Etruria prende forma giorno dopo giorno, attraverso gesti semplici: una salita affrontata senza fretta, una sosta improvvisata, una risata dopo una foratura evitata per miracolo. Veronica Rizzoli e Simona Pergola la percorrono così, lasciando che sia la strada a dettare il ritmo.
Focus ➡️ Maggiori informazioni sul percorso: www.cicloviaetruria.com
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1ª tappa – da Anguillara Sabazia a Faleria
La partenza da Anguillara Sabazia è lenta, quasi meditativa. Veronica e Simona si prendono il tempo di osservare il Lago di Bracciano dall’alto, profondo e immobile, prima di caricare le borse e iniziare a pedalare. È il primo giorno e si sente: le gambe sono fresche, la testa curiosa.
Bastano pochi chilometri per lasciare la città alle spalle. Le strade diventano più strette, i campi coltivati a broccoletti si alternano a tratti sterrati dove la ghiaia inizia a cantare sotto le ruote. Le salite arrivano senza preavviso, ma il ritmo resta costante, senza fretta.
All’orizzonte compare il Monte Soratte: tra una rampa e l’altra, le due viaggiatrici scherzano sulle storie che circondano la montagna, immaginando bunker segreti e tesori nascosti. La luce del pomeriggio scalda gli ulivi e i noccioleti, tingendoli d’oro.
L’arrivo a Faleria è scenografico: il borgo si allunga sul pianoro di tufo come una nave pronta a salpare. L’ultima salita brucia, ma viene dimenticata in fretta davanti a una tavola imbandita. La ciclovia ha iniziato a raccontare la sua storia.

2ª tappa – da Faleria a Ronciglione
Il sole accompagna la partenza da Faleria, illuminando le colline di tufo della Tuscia. Veronica e Simona entrano subito in un territorio che non concede tregua: salite e discese si rincorrono come onde, costringendole a un continuo cambio di ritmo.
Le Cascate di Monte Gelato offrono una pausa fresca e rumorosa, poi la strada riprende a salire verso Mazzano Romano e Nepi. Le ruote scorrono su strade bianche, tra noccioleti e silenzi interrotti solo dal respiro e dal rumore dei copertoni.
A Sutri rallentano ancora. L’anfiteatro scavato nella roccia e la chiesa rupestre – un tempo tempio di Mitra – le trattengono più del previsto.
Nel pomeriggio la luce diventa dorata. Attraversano il celebre passaggio a livello cinematografico e, tra pini marittimi, si avvicinano al Lago di Vico. Ronciglione le accoglie con l’aria fresca della sera e la sensazione di essere entrate in un’altra dimensione.

3ª tappa – da Ronciglione a Orte
La giornata inizia con una lunga discesa. Le bici scivolano leggere fino alla Via Amerina, dove il basolato romano vibra sotto le ruote. Veronica e Simona abbassano il ritmo, quasi in punta di piedi.
Poco dopo si ritrovano immerse in una necropoli etrusca. Nessuna parola, solo lo sguardo che corre tra tombe scavate nel tufo e vegetazione che si riprende lo spazio.
A Corchiano la fame impone una sosta decisa. Il pranzo diventa un momento di condivisione semplice e autentico, uno di quelli che restano impressi quanto un bel panorama, e si riparte più leggere.
Nel pomeriggio attraversano campagne aperte e boschi di querce monumentali. Orte compare all’improvviso, sospesa sopra la Valle del Tevere. L’ultima salita mette alla prova le gambe, ma l’atmosfera del borgo ripaga ogni sforzo.

4ª tappa – da Orte a Sant’Angelo di Roccalvecce
La mattina si apre sotto una coltre di nebbia fitta. Veronica e Simona partono avvolte dal silenzio: i boschi sono scuri, le salite sembrano più lunghe del solito.
Poi, all’improvviso, la nebbia si dissolve. Il sole esplode sopra le loro teste e cambia l’umore in pochi secondi. La discesa verso il Tevere è liberatoria, così come l’ingresso in Umbria.
Una pizza bianca condivisa diventa carburante essenziale prima di tornare a salire. Quando raggiungono Sant’Angelo di Roccalvecce restano senza parole. Murales ovunque, personaggi delle fiabe che osservano dai muri, colori accesi nel silenzio del borgo.
Camminano tra le case come bambine curiose, ridendo e indicando dettagli ovunque. È uno di quei luoghi che non ti aspetti e che la bici sa farti trovare quasi per caso.


5ª tappa – da Sant’Angelo di Roccalvecce a Acquapendente
A Celleno si fermano ad ascoltare. La storia del borgo abbandonato prende forma attraverso racconti, plastici e oggetti che parlano di un passato ancora vivo. Veronica e Simona restano colpite da quanto la memoria possa resistere.
Si riparte pedalando in quota: la rupe di Civita di Bagnoregio appare improvvisa, fragile e potentissima. Si fermano a osservarla a lungo, in silenzio.
Il Lago di Bolsena accompagna gli ultimi chilometri, evocando passaggi di pellegrini e viaggiatori di ogni epoca. Le strade bianche verso Acquapendente le fanno divertire come in un parco giochi.
L’arrivo in paese, con il Monte Amiata sullo sfondo, chiude una tappa intensa, fatta di storie che si intrecciano.

6ª tappa – da Acquapendente a Marta
Poco fuori Acquapendente le cicloviaggiatrici si fermano davanti a un piccolo geyser naturale. Restano immobili, osservando l’acqua ribollire, testimone di forze profonde e invisibili. Poi la strada chiama.
La salita verso Valentano è impegnativa, ma ripagata dalla scoperta del Lago di Mezzano, nascosto e lontano dal turismo di massa. Un luogo intatto, che sembra appartenere a un’altra epoca.
Dal belvedere, il Lago di Bolsena appare enorme. La discesa verso l’acqua è un momento di pura libertà. A Capodimonte scorgono le isole, poi costeggiano il lago fino a Marta.
Il paese le accoglie con il rumore dell’acqua e il passo lento del lungolago.

7ª tappa – da Marta a Viterbo
Dal lago le due viaggiatrici salgono verso Montefiascone, affrontando una salita breve ma intensa. Un caffè veloce e poi giù, lungo un tratto della Via Francigena. Il basolato romano emerge dal bosco, evocando secoli di passaggi.
Veronica e Simona pedalano immaginando pellegrini, mercanti, eserciti. Il tempo sembra comprimersi, fondendo passato e presente.
Entrano a Viterbo attraversando campagne e aree termali naturali. Le porte medievali segnano la fine della tappa, ma la testa è già altrove: a un panino con la porchetta che diventa rito e celebrazione.

8ª tappa – da Viterbo a Tolfa
La giornata inizia tra le meraviglie di Viterbo, poi la ciclovia le conduce lungo una spettacolare tagliata etrusca. Le campagne si aprono, l’autunno colora ogni albero.
Attraversano Barbarano e il Parco Marturanum, tra animali al pascolo, discese veloci e sentieri che mettono alla prova concentrazione e gambe. Il divertimento è alto, la stanchezza anche.
La notte arriva all’improvviso. Quando Tolfa sembra vicina, l’ultima salita si presenta ripida e infinita. In cima, il monastero dei Cappuccini le accoglie nel silenzio. Stanche, soddisfatte, consapevoli di aver superato un’altra soglia.

9ª tappa da Tolfa a Anguillara Sabazia
La mattina si apre tra le nuvole, proprio come l’arrivo della sera prima. Poco dopo incontrano le maremmane, enormi e placide. Veronica si ferma incuriosita, inizia a fare domande al pastore. Simona torna indietro e la conversazione si anima, tra sorrisi e racconti.
Tolfa resta nascosta, avvolta dalla nebbia, come se non volesse svelarsi fino in fondo. Il cielo però cambia in fretta e le costringe a ripartire. La discesa verso il mare non arriverà mai: la ciclovia piega verso l’interno, regalando sterrati fluidi e divertenti.
La pioggia le sorprende prima di Bracciano. Arrivano fradice, ma una fraschetta con la porchetta ancora calda offre riparo e conforto. Aspettano che il cielo si apra di nuovo.
Gli ultimi chilometri verso Anguillara Sabazia scorrono veloci. Il lago riappare, il cerchio si chiude. La Ciclovia Etruria finisce così, lasciando addosso quella sensazione che chi viaggia in bicicletta conosce fin troppo bene: la voglia di ripartire subito.

Una ciclovia capace di ispirare
La Ciclovia Etruria non è solo un itinerario da pedalare: è un invito a guardare meglio ciò che abbiamo intorno. Il fatto che a testarla siano state due cicloviaggiatrici abituate a esplorare il mondo rende il messaggio ancora più chiaro: non servono mete esotiche per sentirsi lontani.
E soprattutto, la loro esperienza dimostra che la bici è uno strumento di libertà, accessibile, potente, capace di aprire strade – reali e interiori – a chiunque voglia provarci. Anche da sole, anche vicino casa.
















Ottimo ma è segnalato l’ itinerario