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Il ciclismo non è uno sport sostenibile

Il ciclismo non è uno sport sostenibile

Poche discipline sportive possono vantare un legame così diretto con la sostenibilità quanto il ciclismo. La bicicletta è da anni considerata una delle soluzioni più efficaci per ridurre traffico, emissioni e dipendenza dall’automobile. Eppure, come rileva Cyclingnews*, guardando da vicino il ciclismo professionistico, emerge un quadro molto più contraddittorio.

Il World Tour moderno vive di trasferimenti intercontinentali, flotte di auto al seguito, voli continui e partnership economiche spesso legate all’industria fossile. Un contrasto sempre più evidente, soprattutto in un momento storico in cui la crisi climatica sta modificando anche il modo in cui gli eventi sportivi vengono organizzati.

Negli ultimi anni squadre, organizzatori e federazioni hanno iniziato a parlare con maggiore insistenza di riduzione delle emissioni e neutralità climatica. Ma la domanda resta aperta: il ciclismo professionistico sta davvero facendo abbastanza oppure continua a sfruttare la propria immagine “green” senza cambiare davvero modello?

Jonathan Milan vince settimana tappa dell'Uae Tour 2026

Veicoli elettrici al seguito: il primo vero cambiamento visibile

Uno degli aspetti più discussi del ciclismo moderno riguarda la gigantesca flotta a motore che accompagna ogni corsa. Auto delle squadre, mezzi dell’organizzazione, televisioni, moto, mezzi tecnici e veicoli pubblicitari formano una lunga carovana che spesso finisce sotto accusa per il suo impatto ambientale.

In questo scenario, una delle esperienze più interessanti arriva dall’Arctic Race of Norway. Dal 2023 la gara utilizza una flotta completamente elettrica composta da oltre cento veicoli, supportata da infrastrutture mobili di ricarica che seguono la corsa lungo tutto il percorso.

La scelta più intelligente, però, è un’altra: le auto vengono fornite direttamente dagli organizzatori. Questo permette di evitare che ogni squadra debba trasportare i propri mezzi fino a una delle aree più remote del calendario internazionale.

Naturalmente non è una soluzione perfetta. Un sistema del genere funziona bene soprattutto in un Paese come la Norvegia, dove la diffusione dell’auto elettrica e delle infrastrutture di ricarica è già molto avanzata. Ma rappresenta comunque un segnale importante: quando gli organizzatori controllano la logistica possono incidere concretamente sull’impatto ambientale della corsa.

Anche i grandi giri stanno iniziando a introdurre auto ibride ed elettriche grazie agli accordi con le case automobilistiche. Tuttavia i dati pubblici restano vaghi e spesso più vicini al marketing che a una reale rendicontazione ambientale.

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Il problema nascosto: trasferimenti e calendario globale

Se la carovana di veicoli al seguito è la parte più visibile del problema, la logistica internazionale è probabilmente quella più pesante in termini di emissioni.

Il ciclismo professionistico vive ormai su scala globale. La stagione parte in Australia e Medio Oriente, attraversa l’Europa e si conclude tra Asia e Nord America. Squadre, materiali e staff viaggiano continuamente da un continente all’altro, spesso nel giro di pochi giorni.

I grandi giri rappresentano l’esempio più evidente di questa deriva. Le partenze all’estero sono diventate strumenti fondamentali di promozione territoriale e accordi commerciali: il Giro d’Italia, ad esempio, quest’anno è partito dalla Bulgaria.

Giro d'Italia 2026 partenza dalla Bulgaria

Il problema non riguarda soltanto gli aerei: anche i lunghi trasferimenti interni incidono pesantemente. Ore di autobus, mezzi tecnici che percorrono centinaia di chilometri tra una tappa e l’altra e strutture mobili che vengono montate e smontate quotidianamente.

Alcuni organizzatori stanno provando a ripensare questo modello. Il Tour de Suisse, per esempio, ha iniziato a lavorare su tappe più compatte e su una maggiore integrazione tra gara maschile e femminile, riducendo duplicazioni e trasferimenti inutili.

Le montagne iconiche e il rischio per gli ecosistemi

Le grandi salite alpine rappresentano l’essenza stessa del ciclismo. Il problema è che molte di queste località sono ecosistemi fragili, sempre più esposti agli effetti del turismo di massa e del cambiamento climatico.

Le immagini dei tifosi assiepati sui grandi colli fanno parte del mito del Tour de France, ma migliaia di auto parcheggiate lungo le montagne hanno un impatto evidente. Gli organizzatori hanno introdotto zone verdi, limitazioni al traffico e squadre dedicate alla pulizia delle strade, ma la questione resta aperta.

Nessuno vuole davvero eliminare gli arrivi in quota. Più realistico è immaginare un modello diverso di accesso del pubblico, con parcheggi nelle vallate e trasporto collettivo verso i punti più sensibili.

Altri sport si stanno già muovendo in questa direzione. Durante gli Europei UEFA più recenti, ad esempio, il biglietto della partita comprendeva anche l’uso gratuito dei mezzi pubblici. Nel ciclismo la situazione è più complicata perché le gare sono gratuite e diffuse sul territorio, ma il principio potrebbe comunque essere applicato.

Tour De France Femmes crediti A.S.O. /Pauline Ballet

Il nodo più scomodo: gli sponsor legati al petrolio

C’è però una contraddizione che il ciclismo continua a portarsi dietro e che rischia di indebolire qualsiasi discorso sulla sostenibilità: i finanziamenti provenienti dall’industria fossile.

Nel Tour de France 2025 sette squadre risultavano sponsorizzate da aziende o Stati collegati alla produzione di petrolio e gas. La stessa A.S.O., organizzatrice della Grande Boucle, ha annunciato una partnership con TotalEnergies per il 2026.

Il paradosso è evidente. Da una parte il ciclismo promuove la bicicletta come simbolo della transizione ecologica, dall’altra continua a dipendere economicamente da alcune delle industrie più inquinanti del pianeta.

La situazione è complessa anche dal punto di vista economico. Trovare sponsor nel ciclismo è sempre più difficile e rinunciare a grandi investitori può mettere a rischio interi progetti sportivi.

Eppure qualcosa si sta muovendo. Tennis Australia ha interrotto una partnership con una compagnia fossile dopo forti pressioni pubbliche. Anche nel rugby inglese alcune sponsorizzazioni petrolifere sono state rifiutate. Nel ciclismo, invece, casi simili restano ancora molto rari.

Nuova tassa guerra petrolio

Il cambiamento climatico sta già entrando in corsa

Forse il motivo più importante per cui il ciclismo non può più ignorare il problema è che la crisi climatica sta già influenzando direttamente le gare.

Il Tour Down Under convive ormai ogni anno con temperature estreme e rischio incendi. Le modifiche ai percorsi per motivi climatici stanno diventando sempre più frequenti.

Anche il Tour de France potrebbe presto affrontare situazioni simili. Studi recenti parlano di ondate di calore sempre più incompatibili con eventi sportivi di endurance disputati nel cuore dell’estate europea.

E non si tratta solo del caldo. Piogge estreme, vento violento e nevicate improvvise stanno rendendo molte corse più imprevedibili e difficili da gestire.

Il vero potenziale del ciclismo: cambiare le abitudini quotidiane

C’è però un aspetto in cui il ciclismo potrebbe avere un vantaggio enorme rispetto a qualsiasi altro sport: la capacità di influenzare concretamente il comportamento delle persone.

La bicicletta usata dai professionisti è lo stesso mezzo che milioni di cittadini possono utilizzare ogni giorno per spostarsi. Nessun altro sport ha un legame così diretto con una soluzione concreta alla crisi climatica.

I UCI Cycling World Championships 2023 hanno mostrato una possibile strada. L’evento scozzese ha costruito una strategia chiamata “Power of the Bike”, puntando non soltanto sullo spettacolo sportivo ma anche sulla promozione della mobilità quotidiana in bicicletta.

I risultati sono stati interessanti: gran parte dei visitatori ha raggiunto gli eventi con mezzi sostenibili e molti residenti hanno dichiarato di voler utilizzare di più la bicicletta dopo il mondiale.

È un passaggio fondamentale. Non basta rendere una corsa meno impattante: il vero obiettivo dovrebbe essere usare il ciclismo professionistico per spingere più persone a pedalare nella vita di tutti i giorni.

Un bivio che riguarda il futuro stesso del ciclismo

Il ciclismo resta probabilmente lo sport con il maggiore potenziale simbolico nella transizione ecologica. Nessun’altra disciplina può collegare in modo così immediato lo spettacolo sportivo a una soluzione concreta di mobilità sostenibile.

Proprio per questo, però, il professionismo non può più limitarsi alla narrativa. Servono scelte strutturali, dati trasparenti e una visione più coerente.

Ridurre le emissioni del convoglio è importante. Ripensare il calendario lo è ancora di più. Ma la vera sfida sarà decidere se il ciclismo vuole semplicemente apparire sostenibile oppure diventarlo davvero.

*[Fonte]

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Commenti

  1. Sardotrek ha detto:

    [Questo commento non è stato pubblicato > https://www.bikeitalia.it/linea-guida-moderazione-commenti-su-bikeitalia-it/ – Bikeitalia.it]

  2. AB ha detto:

    FlightRadar24 segnala anche quanta parte del traffico aereo è riconducibile ad altre discipline sportive, immagino. Altrimenti il caro Piotr deve avere smarrito il senso stesso dell’articolo, commentandolo con il più classico e scontato esempio di ‘benaltrismo’… E superficialità.
    Condivido le considerazioni e le preoccupazioni proposte, soprattutto quando si fa cenno alla difficoltà oggettiva (più che alla volontà) di abbandonare determinate sponsorizzazioni ‘discutibili’, ma indubbiamente remunerative. L’alternativa percorribile quale può essere? Federazioni nazionali che si fanno carico della ricerca di sponsor per i team del proprio Paese? UCI che si occupa delle partnership e inizia ad assegnare le licenze di diverso livello gratuitamente e sulla base di meriti reali per tutte le squadre? Altre opzioni?

  3. Piotr ha detto:

    Se avete l’applicazione di FligthRadar24 apritelo e vedete in tempo reale tutto il traffico mondiale dell’aviazione e poi mettetelo a raffronto con le manifestazioni di ciclismo: ridere è il meno, ergo parlare in questi termine del ns mondo è proprio andare a cercare il pelo nell’uovo, dopodiché sono d’accordo sul fatto che le manifestazioni come il Giro e il Tour vanno ripensate e stop ai trasferimenti dall’estero : il Giro d’Italia deve essere fatto in Italia e il Tour de France in Francia, punto.

  4. Theo ha detto:

    ricordo di un ciclista degno dello sport che amiamo, Urs Zimmerman credo si chiamasse. Quando il Tour iniziava a proporre trasferte chilometriche tra una tappa e l’altra, in aereo. Zimmerman, Ciclista con la “ci” maiuscola si oppose, tant’è che lo squalificarono per una trasferta non convenzionale. All’aeroplano preferì la vettura del massaggiatore, dopo lo sciopero di tutto il gruppo, fu riammesso in gara e al “processo” ne uscì a testa alta con una battuta degna del Cuclista che è: «il tour de France è una bellissima cosa e ci verrò ancora, ma solo se lo facciamo in bicicletta».

  5. Felice Casarotto ha detto:

    Credo che l,’auto elettrica sia ina buona soluzione ma, l’energia che serve x ricaricare come e prodotta?in Italia siamo lontani a questa transizione. Togliere le tappe di montagna il giro perderebbe il suo fascino .Fare dei bus navetta o oblligare la salita in bici può essere una buona idea .

  6. Mario ha detto:

    Con tutto l’inquinamento globale che c’è al mondo, questo giornalista sta facendo le unghie ad uno sport il cui impatto ambientale della sua carovana motorizzata è bassissima. Ma poi che ipocrisia: i fenomeni dei norvegesi utilizzano le auto elettriche come carovana e meccanica di assistenza per un mondo più sostenibile. Sveglia! La produzione delle batterie ha un impattato ambientale, come inquinamento, nettamente peggiore che dei motori termici.

    [Questo commento è stato moderato prima della pubblicazione – Bikeitalia.it]

  7. christian ha detto:

    [Questo commento non è stato pubblicato > https://www.bikeitalia.it/linea-guida-moderazione-commenti-su-bikeitalia-it/ – Bikeitalia.it]

  8. Alessandro Lorenzoni ha detto:

    Il ciclismo professionistico si è esasperato al massimo e non sembra più ciclismo. Intanto la tecnologia non è più da bici, freni a disco idraulici, cambio elettronico, carbonio e tubeless….ma va’…. Poi se vogliamo ricordare un campione si guarda ancora a Marco Pantani, E.Merckx o Gimondi perché quello che conta sono le gambe. Se bucava Coppi aveva il tubolare a tracolla, se forava Gimondi gli cambiavano la ruota…. adesso se buca Pogi…. gli cambiano tutta la bici 😯. È esasperazione si è perso il senso della meccanica semplice (che mi ha fatto innamorare) della bici.

  9. Daniele ha detto:

    Nessuno sport a livello professionale è sostenibile, dovrebbe essere la politica ad incentivare l’ uso della bici e dei mezzi pubblici con incentivi a livello nazionale, ma il governo preferisce scontare i carburanti anche a me che non ne ho bisogno

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