Mobilità

Perché non si può andare al lavoro in bici

Perché non si può andare al lavoro in bici

“Chi usa sempre l’auto non ha mai provato davvero ad usare la bici”.

Non è così. C’è chi ci prova, come Cristina. Che voleva smettere di buttare la propria vita nel traffico e che, nonostante tutto, è tornata in auto.

Per una serie di validi motivi.

Il caso Cristina

Cristina lavora in Bikeitalia da più di 3 anni e si sposta regolarmente in auto.

Qualche giorno fa Cristina e un collega si sono trovati a fare una commissione in un posto a un chilometro e mezzo di distanza dall’ufficio.

Lui in bici, lei in auto.

Al ritorno in ufficio, hanno scommesso su chi sarebbe arrivato prima.

Dopo aver guadagnato qualche metro nei primi secondi, Cristina ha trovato una fila di auto incolonnate. Una macchina parcheggiata in doppia fila stava bloccando il traffico. Dopo poco il collega in bici supera lei e le altre auto, ferme incolonnate.

Io, in ufficio, vedo arrivare il collega da solo. Dopo 6 minuti, ecco anche Cristina.

Al rientro in ufficio Cristina ammette “sto perdendo la mia vita in macchina”.

Cristina non è una di quelle persone culturalmente sedentarie. In passato è stata una mezzofondista agonista e le piace l’outdoor. Non è una di quelle persone che non ha mai valutato alternative perché la macchina è l’unico mezzo di trasporto degno di rispetto.

E poi, Cristina una volta c’ha provato a venire in ufficio in bici.

Il tentativo

Cristina abita a Bollate e per andare in ufficio percorre ogni giorno circa 15 km e, quando va bene, in una quarantina di minuti è in ufficio.

40 minuti di auto per fare 15 chilometri significa mantenere una velocità media di 22,5 km orari, un’andatura più da bicicletta che da automobile. Ma per chi si sposta in auto nella periferia nord di Milano è normalità passare le mattinate così: a passo d’uomo per la maggior parte del tragitto. 

Il tanto tempo trascorso in auto, spesso sprecato, e i racconti dei colleghi che, chi più chi meno, praticano o hanno praticato bike to work, hanno smosso qualcosa.

Un giorno ha deciso di provarci anche lei.

Non è andata benissimo.

Quel giorno, in ufficio non era la solita: l’abbiamo vista stanca e poco attiva, in controtendenza con i benefici del bike to work dimostrati da numerosi studi.

Cristina ci dice che è arrivata in ufficio dopo un’ora e un quarto.

Il tragitto

Cristina spiega che già nella preparazione del percorso si è accorta che qualcosa non andava: il tragitto ideato da Google Maps risultava lungo e tortuoso, ben più di quello che era solita fare in auto. Comprensibilmente voleva evitare di stare con una bicicletta in mezzo al traffico mattutino di camion, auto e moto. Quindi, ha scelto il percorso calcolato in automatico per le biciclette.

Google Maps per i percorsi in bicicletta predilige le piste ciclabili, che nella periferia nord di Milano non corrono lungo le arterie del traffico principali. Le ciclabili esistenti spesso non sono pensate per chi deve coprire una lunga distanza nel minor tempo possibile. Sono invece realizzate per chi vuole andare a spasso nei parchi, oppure in spazi ibridi, su marciapiedi o su strade poco e male collegate con le altre infrastrutture ciclabili.

Quello disegnato da Google Maps non è un percorso ciclabile ma una corsa a ostacoli. Perché le infrastrutture ciclabili ci sono anche, ma sono inadatte per chi deve andare a lavoro e vorrebbe arrivare puntuale senza perdere tempo in attraversamenti, semafori, strettoie e marciapiedi.

Insomma: chi guida un’auto può scegliere l’autostrada e la tangenziale, pensate per far girare il traffico in maniera scorrevole. All’estero esistono infrastrutture ciclabili analoghe, ma in Italia chi guida una bici non ha nulla di tutto ciò.

Il parcheggio

Poi Cristina ci parla della sua  bicicletta. Aveva preso una city bike bianca, adatta a spostamenti cittadini. Parcheggiarla in ufficio non è un problema, ma a casa la situazione è diversa. Pensava di tenerla nel cortile di casa. Secondo il regolamento sarebbe vietato parcheggiare veicoli in cortile, ma alcuni inquilini del condominio ci lasciano regolarmente le auto. Quindi, ci dice, pensava non ci sarebbero stati problemi a lasciare una bicicletta.

Ma parlando con chi di dovere ha scoperto che le auto sono tollerate, le bici no.

Non avendo alternative, l’ha dovuta portare su per due piani di scale per tenerla nel suo monolocale.

Le conseguenze

Il giorno dopo vediamo Cristina arrivare con la sua Smart. Ci confiderà che il ritorno a casa è andato allo stesso modo. Un’ora e un quarto di girovagare per la periferia nord, prima di risalire due piani di scale non potendo lasciare la bici nel cortile dove le auto vengono abusivamente parcheggiate perché “è di troppo e dà fastidio”.

Nei giorni seguenti, la bici è stata venduta. Adesso Cristina non ha più una bici ed è tornata a usare l’auto.

Perché è andata male?

La storia di Cristina è la storia di molte altre persone che si approcciano alla prospettiva di muoversi in bici con entusiasmo, ma per le quali una sola giornata in strada è sufficiente per capire che, al momento, tutto questo non fa per loro.

E queste persone sanno che così facendo stanno buttando un sacco di tempo all’interno di una scatola con quattro ruote, per la maggior parte ferma imbottigliata in mezzo ad altre scatole con quattro ruote.

Ma a un certo punto bisogna pesare i pro e contro e, per loro, sono troppi gli ostacoli che devono fronteggiare nell’utilizzare la bicicletta per il tragitto casa-ufficio: il parcheggio, il tempo, il senso di sicurezza…

No, in queste condizioni, usare la bicicletta per gli spostamenti quotidiani non è cosa da tutti.

Gli ostacoli da superare nell’utilizzare un mezzo non a motore al posto dell’automobile sono tanti. Troppi.

E non possiamo colpevolizzare chi non lo fa.

Perché molte di queste persone non utilizzano la bici non per motivi ideologici basati su falsi o deboli fondamenti, ma per una serie di carenze strutturali del contesto nel quale si ritrovano a muoversi.

Secondo Cristina, se esistesse una ciclabile in sede separata che corre parallela alle strade più scorrevoli percorse dalle auto, un’infrastruttura scorrevole, protetta, come succede in moltissimi paesi del nord Europa, già questo le farebbe rivalutare seriamente l’idea di usare la bici per andare al lavoro.

Se esistesse poi un posto sicuro dove lasciare la bicicletta vicino casa, senza doverla portare su per due piani di scale per tenerla in un piccolo monolocale… E se magari esistessero incentivi statali per spingere le aziende a realizzare parcheggi bici e spogliatoi con docce…

Ecco, a quel punto la scelta dell’auto non sembrerebbe più così obbligata. E, forse, anche a chi ha usato l’auto per tutta la propria verrebbe voglia, anche solo per un giorno, di provare l’ebbrezza di salire in sella a una bicicletta e poter poi decidere, in libertà, quale mezzo usare.

Resta una domanda: quanto traffico avremmo sulle strade se le persone come Cristina potessero usare la bicicletta?

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