Il “bere e guidare”, una pratica pericolosa quanto diffusa, rappresenta una delle principali cause di incidenti stradali in Europa. Secondo stime della Commissione Europea, ben il 25% di tutte le vittime stradali nell’UE è riconducibile all’alcol, e si stima che ogni anno si potrebbero evitare circa 6.500 decessi se tutti i conducenti rispettassero le norme sul cosiddetto drink driving.
Una panoramica europea sul drink driving
L’Europa è la regione in cui il consumo di alcol raggiunge livelli elevati, con fenomeni di consumo episodico intensivo che coinvolgono oltre un quinto della popolazione adulta. I dati del rapporto dell’OMS evidenziano come, nonostante un calo negli anni ’90, il consumo si sia successivamente stabilizzato a livelli superiori rispetto al periodo 2004-2006, con una media di 9,2 litri di alcol puro per anno. Questa realtà si traduce in un rischio esponenzialmente maggiore per chi guida in stato di ebbrezza: ad esempio, un tasso alcolemico (BAC) di 1,5 g/l comporta un rischio di incidenti con lesioni 22 volte superiore rispetto a un conducente sobrio, e il rischio di incidenti mortali aumenta di circa 200 volte.
Il caso italiano: una normalità pericolosa
Nonostante questi dati allarmanti, in Italia il drink driving viene spesso considerato quasi normale. Una delle evidenze di questa mentalità è il ritardo nell’adozione di misure regolatorie specifiche. Fino a poco tempo fa, infatti, non esistevano in Italia regolamenti o sperimentazioni governative dedicate all’uso di interblocco alcolici, dispositivi tecnologici in grado di impedire l’avvio del veicolo in presenza di alcol nel sangue. [SCARICA IL FOCUS SULL’ITALIA ➡️LINK]
Nel 2018 la Fondazione Ania ha avviato un progetto pilota nel settore dei trasporti pubblici: su una flotta di autobus, sono stati installati 53 sistemi di interblocco alcolico. Il test, condotto su una flotta di circa 300 autobus che percorrono complessivamente 15 milioni di km l’anno (con 10,4 milioni di km coperti dai veicoli equipaggiati), ha dimostrato l’efficacia del sistema, poiché i conducenti non hanno mai superato lo zero alcolemico, come richiesto dal Codice della Strada per i professionisti.

La retorica a sostegno del consumo di alcool
A conferma di una cultura che deresponsabilizza il consumo di alcol, spicca l’esternazione del ministro dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste Francesco Lollobrigida, intervenuto recentemente agli Stati Generali del vino. In una dichiarazione alquanto paradossale, Lollobrigida ha sostenuto che, se assunto in maniera moderata, il vino non solo non è dannoso ma può addirittura apportare benefici alla salute, paragonando in modo provocatorio l’abuso di vino a quello di acqua – sottolineando come “anche l’abuso di acqua può portare alla morte”. Tale affermazione, destinata a difendere il vino da chi lo demonizza, evidenzia come in Italia il consumo di vino sia profondamente radicato e considerato quasi un diritto culturale, contribuendo a una percezione che minimizza i rischi e banalizza comportamenti che in altri contesti sarebbero oggetto di maggiore attenzione e restrizione.
Le implicazioni di una cultura che banalizza il rischio
Il problema del drink driving va ben oltre la semplice mancanza di normative adeguate: è una questione culturale. Anche piccole quantità di alcol possono compromettere le funzioni cognitive e motorie, riducendo la capacità di giudizio e la motivazione a rispettare le norme di sicurezza. In un contesto dove bere è spesso parte integrante della socialità quotidiana, il confine tra consumo responsabile e guida in stato di ebbrezza diventa troppo labile.
Progetti come il programma SMART (Sober Mobility Across Road Transport), che mirano a ridurre gli incidenti legati all’alcol attraverso analisi dettagliate e campagne di sensibilizzazione, dimostrano l’importanza di un approccio integrato, basato su dati e misure tecniche. Tuttavia, in Italia il percorso verso un reale cambiamento è ostacolato da una mentalità che, per troppo tempo, ha normalizzato il “bere e guidare”.
L’impatto del nuovo Codice della Strada sui consumi nei ristoranti
Da quando il nuovo Codice della Strada è entrato in vigore lo scorso 14 dicembre, con la sua politica di tolleranza zero nei confronti della guida in stato di ebbrezza, si è registrato un netto calo del consumo di alcol nei ristoranti, bar e locali. Come riporta un articolo di Today.it, i ristoratori di città come Bologna e Roma hanno segnalato una diminuzione delle ordinazioni di vino, tanto che alcuni clienti scelgono addirittura di rinunciare a un calice per evitare ogni rischio. Secondo l’associazione Fiepet Confesercenti, le vendite di alcolici sono diminuite tra il 10% e il 20% dall’entrata in vigore delle nuove regole, spingendo il settore a cercare soluzioni alternative – come l’introduzione di vini dealcolati e l’installazione di etilometri – per mantenere l’attrattività nei confronti della clientela, soprattutto in zone dove le alternative di trasporto sono limitate.
Perché in Italia è normale bere e guidare?
I dati parlano chiaro: il drink driving rappresenta una minaccia reale e quotidiana sulle strade europee e, in particolare, in Italia si è instaurata – negli anni – una situazione paradossale in cui il bere e guidare è considerato una prassi quasi consueta. Almeno fino all’introduzione del nuovo Codice della Strada a dicembre scorso, che sembra stia modificando i comportamenti, anche se è ancora troppo presto per trarre conclusioni basate su dati statisticamente rilevanti.
Se da un lato esistono progetti e proposte legislative capaci di ridurre il numero di incidenti e salvare vite umane, dall’altro la cultura del “bere e guidare” da noi resta ancora profondamente radicata. D’altra parte è proprio nel nostro Paese che la maggior parte delle persone che guidano ritengono di saperlo fare meglio della media (altro aspetto che contribuisce all’aumento dell’incidentalità stradale, ndr).
Dunque persiste questa mentalità diffusa che banalizza il rischio di mettere in pericolo la vita sulla strada: sarebbe necessario un cambiamento culturale che ponga la sicurezza stradale al primo posto, quantomeno prendendo coscienza del fenomeno del “bere e guidare” senza pregiudizi e preconcetti, per poi poterlo affrontare compiutamente.
[Fonte]











I commenti che non rispettano queste linee guida potranno non essere pubblicati