Il Mont Ventoux è un totem piazzato in mezzo alla Provenza e alla storia del Tour de France, una montagna che ogni ciclista sogna prima o poi di scalare. È una salita a parte, un’eccezione alle regole climatiche, geologiche e ciclistiche. Io sono arrivato in cima qualche settimana prima di compiere cinquant’anni, colmando una delle lacune più grandi della mia collezione di valichi alpini. Era tempo che non mi emozionavo così, tanto che – sotto la torre dell’Osservatorio meteorologico – ho dovuto condividere al telefono quella gioia troppo grande per stare soltanto dentro di me.
La valle del Méouge
Sono salito il 24 luglio, due giorni dopo l’arrivo in quota del Tour de France e al terzo giorno del mio viaggio estivo sulle strade di Francia. Poco dopo le 7 del mattino ho lasciato alle spalle Barret-sur-Méouge pedalando in mezzo alla nebbiolina sottile del respiro dei campi. Mentre l’umidità andava via via diradandosi sono arrivati il giallo dei girasoli e il lilla della lavanda. A Séderon mi sono gratificato con qualche viennoiserie, consapevole che il dislivello in programma mi avrebbe assolto ampiamente da ogni peccato di gola. Poi, debitamente rifocillato, ho scaldato i muscoli lungo un valico dal nome poco rassicurante: Col de l’Homme Mort.
In mezzo ai campi di lavanda, prima della sommità, ho visto per la prima volta la cima biancastra del Mont Ventoux. La discesa verso Sault è stata un cambio di scenario simile a quelli di quando, a teatro, si riapre il sipario. Verso sud il mio sguardo è stato libero di correre verso un orizzonte totalmente libero da ostacoli. Un asfalto perfetto ha fatto correre veloci le mie ruote fino a Sault.

Uno scrigno di biodiversità vegetale
Il 26 aprile 1336 è Francesco Petrarca, insieme al fratello minore Gherardo, a salire fino ai 1909 metri della cima più alta della Provenza. La Lettera dal Ventoso scritta dopo quell’ascensione, fa sì che l’impresa compiuta dai fratelli Petrarca sia considerata da molti come la prima scalata alpinistica della storia. Da secoli il Ventoux è considerato uno straordinario scrigno di biodiversità vegetale, capace di racchiudere in pochi chilometri specie mediterranee e alpine. Si stima che siano oltre 1500 le specie vegetali presenti su questa montagna battuta dal mistral per gran parte dell’anno, con raffiche che arrivano fino a 160 km/h.
Le particolari condizioni climatiche di questa salita sono uno dei fattori che la rendono temibile anche per i ciclisti più allenati. Al netto delle pendenze, i principali ostacoli sono rappresentati da due fattori atmosferici: il caldo o il vento. Nella mia scalata sono stato molto fortunato perché ho trovato una temperatura mite e una condizione di bassa ventosità. Il consiglio che ho ricevuto e che mi sento di girare a tutti coloro che vogliano salire in vetta al Ventoux è di arrivare alla sua base in mattinata, in modo da evitare le ore successive al mezzogiorno, le più calde della giornata.


La salita che profuma di lavanda
Alla base della salita, il vento consegna alla mia memoria olfattiva il profumo della lavanda. La cartellonistica segnala che per raggiungere i 1910 metri occorrerà superare un dislivello di 1150 metri in 26 km, un dato traducibile in un 4,5% di pendenza media. L’ascesa è affollatissima da persone di tutte le età, con bici muscolari o a pedalata assistita. La nazione straniera più rappresentata è l’Olanda. Lo si capisce dalle maglie societarie e dalle targhe dei familiari che fanno assistenza lungo il percorso. Italiani non pervenuti.
La prima dozzina di chilometri è pedalabile, con frazioni chilometriche le cui pendenze non oltrepassano mai il 6%. L’ingresso nel bosco di conifere ripara dal vento e, in qualche frangente, dal sole. Un’amministrazione locale particolarmente attenta all’ambiente ha disposto una serie di cestini per l’immondizia lungo l’ascesa, in modo da renderla a prova di incivili. Gli 8 chilometri che precedono Chalet Reynard sono i più facili, con una pendenza media del 2,5%.

Quando il bosco si dirada sul lato sinistro della strada, lo sguardo può correre senza ostacoli ad abbracciare gran parte del paesaggio provenzale: oltre i boschi di conifere, ci sono i campi e i rilievi del Luberon, più lontano si scorge la sagoma della Montagne de Lure. Una volta arrivati a Chalet Reynard, la strada che arriva da Sault incontra quella che sale da Bedoin, il lato più famoso del Mont Ventoux. Rimangono 6,2 km con un dislivello di 490 metri e una pendenza media del 7,7%.

Un deserto alpino
Dopo Chalet Reynard è salita vera, quella in cui si sono decise le tappe del Tour de France, sia che si arrivasse in vetta, sia che il traguardo fosse in qualche località della Provenza. I primi passaggi sul Tour de France nel 1951, nel 1952 e nel 1955 sono transitori e vedono scollinare in testa tre talenti transalpini dell’epoca: Lucien Lazaridès, Jean Robic e Louison Bobet.
Soltanto nel 1958 Jacques Goddet, per mezzo secolo direttore del Tour, fissa il traguardo in cima al Monte Ventoux al termine di una cronoscalata con partenza da Bedoin. Vince Charly Gaul, l’Angelo della Montagna. Da quel momento il Gigante della Provenza diventa una delle montagne più ambite dai grimpeur: da Raymond Poulidor a Eddy Merckx, da Bernard Thévenet a Marco Pantani, da Christophe Froome a Thomas De Gendt, la lista dei vincitori è una sequenza di campioni del pedale che pochi traguardi in quota possono vantare.
Lasciato alle spalle il trivio di Chalet Reynard si entra nel deserto alpino. Qui la strada s’impenna, senza alcuna forma di protezione dagli agenti atmosferici. La Torre dell’Osservatorio meteorologico diventa il punto di riferimento della parte conclusiva di un’ascesa che si fa progressivamente più dura. A un chilometro e mezzo dalla sommità, in un tratto al 9%, una stele ricorda la morte in corsa di Tom Simpson. Il 13 luglio 1967, durante la tredicesima tappa del Tour de France, l’inglese della Peugeot perse la vita a causa di un mix di caldo, fatica e anfetamine. Al Col des Tempêtes le pendenze arrivano in doppia cifra per continuare ad aumentare fino al 12% degli ultimi 400 metri di ascesa.
Arrivati in vetta, il panorama di cui si può godere è davvero impareggiabile. Il soprannome di Gigante della Provenza calza a pennello. Tutti i rilievi che attorniano il Ventoux sembrano dei lillipuziani. Mi godo il panorama. La discesa verso Malaucène è ampia e veloce, termina in Avenue Petrarque. Un omaggio al nostro connazionale che fu il primo ad arrivare in cima.



Le altre facce del Mont Ventoux
Il versante di Sault è il più lungo e il più facile dei tre. L’ascesa di Bedoin che – come anticipato in precedenza – condivide con il versante sudorientale i 6 km che da Chalet Reynard portano alla vetta è lunga 20,8 km e ha una pendenza media del 7,7%. La parte più dura dell’ascesa è quella che va da Saint Estève a Chalet Reynard, una decina di chilometri al 9% di pendenza media.
Il versante di Malaucène è molto simile a quello di Bedoin sia in termini di lunghezza (21 km) che per quanto riguarda la pendenza media (7,5%). La parte più impegnativa dell’ascesa è il chilometro all’11% di media che precede Mont Serein. Rispetto agli altri due versanti che convergono a Chalet Reynard, la salita da Malaucène è maggiormente protetta dagli agenti atmosferici. Poco importa da quale lato decidiate di scalarlo, arrivare in cima sarà sempre una delle imprese più belle nel vostro curriculum di grimpeur.





















Confermo quanto scrivi : primo giorno salito da Bedoin e sceso a Malaucène. Secondo giorno partenza da Bedoin verso Sault transitando per le Gorges della Nesque : bellissimo il paesaggio ed asfalto top. Poi sosta golosa in pasticceria a Sault e via a smaltire salendo 😂. Esperienza bellissima con tempo amico fatta a giugno dello scorso anno 😉👌🤗 Da fare almeno una volta ☺️
una delle strade più belle da fare in zona è quella della Gorge de Nesque. Da fare assolutamente quando si arriva e comoda perché collega Sault a Bedoin. Anch’io fatto il Ventoux durante un cicloviaggio sulle Alpi Francesi e poi tutta la Provenza, da Avignone a Arles, da Cassis a Cotignac e poi Saint Tropez e Nizza.