C’era un tempo in cui il viaggio in bici era una cosa per pochi spericolati avventurieri, non molto diversi dagli esploratori che cercavano nuove terre emerse, l’Eldorado o le sorgenti del Nilo. Era un tempo in cui le informazioni andavano cercare nelle biblioteche, negli istituti cartografici e nei racconti di qualcuno che aveva già compiuto imprese inenarrabili.
Era un tempo in cui qualunque cosa doveva essere fatta a mano in modo artigianale e i materiali erano tutto fuorché leggeri e resistenti.
Questa è la storia di di Hartmut Ortlieb che nel 1982 iniziò a sperimentare le prime borse impermeabili cucendole con la macchina da cucire della madre e a Norimberga diede vita all’omonima azienda capostipite del viaggio in bicicletta.

Da allora il mondo è cambiato: lo sviluppo delle telecomunicazioni hanno portato il viaggio in bicicletta alla portata di tutti, i materiali sono diventati (quasi) indistruttibili e sono proliferate le aziende specializzate che, in nome della concorrenza, hanno reso molto più accessibili i prodotti pensati per il cicloturismo.
Al netto delle innovazioni, oggi restano due approcci di base per affrontare il viaggio in bicicletta con due filosofie di base differenti ma che consentono ibridazioni: il modo “classico” in cui si àncora la borsa al portapacchi anteriore o posteriore (e che richiede, pertanto, una bici predisposta a tale scopo) e la modalità bikepacking che prevede il fissaggio direttamente sul telaio o componenti della bicicletta.
Queste due scuole sono spesso considerate agli antipodi dai puristi ma sono semplicemente risposte differenti a bisogni diversi: il modo “classico” utilizza borse semirigide (i cosiddetti pannier) con capienze non indifferenti, le borse da bikepacking sono borse morbide comprimibili con una capacità di carico limitata.
La differenza, per uscire dal mondo della bici, è la stessa che corre tra un trolley e uno zaino.

Con la configurazione “classica”, l’assetto a pieno carico permette il trasporto fino a un massimo di 110 litri di volume divisi tra borse posteriori (la francese Zefal propone le gamma Z Traveler la cui dimensione massima arriva fino a 30 litri per singola borsa), pannier anteriori da montare sul bortaborse alla forcella (BRN con la linea avventura offre opzioni che vanno dai 6 ai 12 litri), borse da manubrio (7 litri) e un’eventuale “salsicciotto” o drybag da montare a cavallo delle borse posteriori che consente il trasporto fino a ulteriori 20 litri.


La configurazione in modalità bikepacking consente invece un volume massimo di trasporto di 54 litri così suddivisi (faccio riferimento alla linea Adventure dell’azienda italiana Miss Grape):
- Borsa manubrio: 16 litri
- Borsa sottosella: 20 litri
- Borsa telaio: 6 litri
- Borse sulle forcelle: 2×6 litri

Bastano questi dati per comprendere la prima differenza tra i due approcci: bastano due pannier XL da montare sul portapacchi per trasportare tutto quanto sta su una bici montata in modalità bikepacking.
Ma ogni scelta è un compromesso perché i pannier assicurano maggiore capacità di carico ma sono più pesanti (ricordiamoci anche del portapacchi), sono meno aerodinamici perché sporgono dai lati della bicicletta e aumentano nel complesso l’ingombro su strada con tutte le implicazioni del caso sia in positivo (maggiore visibilità) sia in negativo (maggiore probabilità di toccare da qualche parte).
La soluzione “pannier” è quindi più indicata quando si fanno lunghi viaggi e percorsi con climi più rigidi (cioè si portano più indumenti), quando si vuole essere più autonomi (con le borse da bikepacking se si vogliono trasportare tenda, sacco a pelo o strumenti per cucinare, occorre essere ultraminimalisti). O quando si viaggia con dei bambini (e quindi bisogna trasportare anche le loro carabattole).

La soluzione bikepacking è invece l’ideale per chi cerca spedizioni rapide e non vuole portare peso aggiuntivo, non vuole essere condizionato dall’aerodinamica. La soluzione bikepacking è particolarmente indicata per chi interpreta il viaggio in chiave gravel, trail o in bici da corsa per attraversare a tutta velocità un territorio.
Fino a pochi anni fa un importante discrimine era anche la velocità di montaggio e smontaggio delle borse all’inizio o alla fine delle soste: i pannier sono generalmente dotati di sistemi di smontaggio rapido, in cui tirando una leva o premendo un bottone le borse si sganciano dal portapacchi e possono essere trasportate facilmente in modo indipendente. Questo aspetto è particolarmente importante a fine giornata, quando al termine della pedalata si vuole portare in camera le proprie cose con rapidità, oppure se si deve caricare la bici sul treno.
Generalmente le borse da bikepacking sono ancorate al telaio, al manubrio o alla sella attraverso delle cinghie o fibbie che non sono esattamente pratiche. Ultimamente, però, anche i produttori di borse da bikepacking hanno puntato su sistemi a sgancio rapido che consentono il montaggio e smontaggio in pochi secondi utilizzando degli innesti a baoinetta. Tra i primi ad aver brevettato questi sistemi, c’è l’azienda italiana BAC, nata dall’intuizione di Alfonso Cantafora, che ha vinto il Compasso d’Oro e ha visto i propri prodotti esposti all’ADI, il museo del design di Milano.
Al di là della praticità, il tema delle cinghie per il serraggio delle borse da bikepacking ha delle implicazioni di un altro tipo: le borse, una volta ancorate al telaio o al tubo reggisella, non stanno ferme, ma oscillano e questo si trasforma in continui sfregamenti che necessariamente finiscono per intaccare la vernice.
Per ovviare al problema alcuni produttori, come Canyon, offrono, insieme alla bici, anche un kit di adesivi in plastica trasparente che hanno il compito di proteggere la vernice dalle abrasioni.
Quello che, però, ancora nessuno è riuscito a risolvere per quanto riguarda le borse da bikepacking è il trasporto una volta smontate dalla bici: i pannier generalmente sono equipaggiate con una tracolla che ne facilita il trasporto, mentre le borse da bikepacking una volta smontate vanno trasportate in mano, sotto l’ascella e in mille altri modi fantasiosi.
Sui materiali, ormai c’è poco da dire: oggi una buona borsa da bici deve prima di tutto proteggere il contenuto, resistere nel tempo e restare funzionale anche sotto stress. La scelta ricade sempre su fibre sintetiche come nylon, PVC, poliuretano.
Alcuni marchi insistono di più sull’impermeabilità, altri sulla resistenza meccanica o sulla capacità di mantenere la forma durante il viaggio, ma l’obiettivo è lo stesso: offrire un accessorio che possa accompagnare il ciclista sia negli spostamenti di tutti i giorni sia nelle uscite più lunghe.

In generale, le borse presenti oggi sul mercato mantengono tutte la stessa promessa: sono in grado di accompagnare chi le usa per decine di migliaia di km.
Nell’eterna lotta tra fautori del metodo classico e dello stile bikepacking sono consentite anche delle soluzioni ibride: pannier all’anteriore e borsa sottosella oppure pannier sul portapacchi posteriore e borse da bikepacking montate sulla forcella.
Tutto dipende dalla tipologia di bicicletta che si utilizza (se ci sono predisposizioni per il montaggio del portapacchi/portaborse) e dalla quantità di materiale che si vuole trasportare.
Un ultimo aspetto è quello economico: se l’obiettivo è minimizzare il costo per litro trasportato, la cosa migliore da fare è puntare sui pannier. Da quel punto di vista sono assolutamente imbattibili.
Se poi oltre alla teoria, vi interessa la pratica e volete toccare con mano questi prodotti, alla Fiera del Cicloturismo 2027 – a Padova, dal 19 al 21 marzo – troverete tra gli espositori i brand menzionati nell’articolo che sapranno rispondere a ogni possibile domanda sul tema.


















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