Noi che ci prendiamo cura dei sentieri MTB

Noi che ci prendiamo cura dei sentieri MTB

Chi segue BikeItalia lo sa: il tema dell’attivismo ciclista qui è di casa. Ciclabili, case avanzate, sicurezza stradale, diritto alla mobilità in città. Sono battaglie reali, necessarie, e negli ultimi anni hanno ottenuto risultati concreti. Ma esiste un altro tipo di advocacy ciclistica, meno visibile, meno urlata, che si svolge non sulle strade ma nei boschi, nei parchi, negli uffici degli enti locali. È quella che portano avanti  ogni giorno IMBA Italia (International Mountain Bicycling Association) al fianco di moltissime associazioni locali di mountain bike, lavorando perché i sentieri restino aperti, percorribili e legalmente accessibili a chi pedala.

Sono due mondi che si conoscono poco. Ed è un peccato, perché avrebbero molto da imparare l’uno dall’altro.

La stessa lingua? Non proprio.

Partiamo da una constatazione semplice: chi lotta per una ciclabile in città e chi negozia l’accesso a un sentiero parlano, tecnicamente, della stessa cosa. Entrambi vogliono che le persone possano pedalare in modo sicuro, legale e dignitoso. Entrambi si scontrano con sistemi che spesso non hanno pensato alla bici come parte dell’equazione.

Ma il vocabolario è completamente diverso.

L’attivismo urbano parla di spazio pubblico, di gerarchia tra utenti della strada, di sicurezza stradale, di dati sugli incidenti, di diritti del pedone fragile. I suoi interlocutori sono assessori alla mobilità, uffici tecnici comunali, polizia locale. I suoi strumenti sono le petizioni, le Critical Mass, i flashmob, le campagne sui social.

L’advocacy per i sentieri parla di ecosistemi, di fauna selvatica, di erosione del suolo, di usi civici, di regolamenti di parco. I suoi interlocutori sono i direttori degli enti parco, le associazioni di categoria dei cacciatori, i Corpi Forestali regionali, i proprietari di fondi agricoli. I suoi strumenti sono i tavoli tecnici, le convenzioni, i progetti pilota, la presenza costante sul territorio.

Stessi valori, lingue diverse. E il primo passo per costruire ponti è riconoscere questa distanza, senza per questo considerarla incolmabile.

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Il nodo dell’accesso e come cambia fra dentro e fuori città

C’è una differenza strutturale che vale la pena capire bene, perché cambia tutto.

In città, quando i ciclisti chiedono una corsia protetta o una casa avanzata al semaforo, il conflitto è tra utenti che si dividono uno spazio pubblico. Il suolo urbano appartiene alla collettività per definizione: la questione è come viene ripartito, non a chi appartiene. Si tratta di convincere un’amministrazione a fare scelte diverse: spesso difficile, a volte frustrante, ma concettualmente lineare.

Sui sentieri il problema è spesso di natura diversa. Quando una bici percorre un tracciato in aree antropizzate vicino ai centri urbani o in montagna, è frequente che stia attraversando proprietà private: fondi agricoli, boschi di proprietà familiare, terreni soggetti a diritti di uso civico, aree in concessione a soggetti terzi. Non esiste un diritto di accesso automatico e universale. Esiste, invece, una rete di relazioni, accordi formali e informali, concessioni revocabili, tolleranze consolidate nel tempo.

Questo rende la tutela dell’accesso strutturalmente più fragile. Non basta una delibera comunale: serve costruire e mantenere rapporti di fiducia con soggetti diversi, spesso con interessi legittimi che vanno rispettati e non semplicemente aggirati. Un accordo che ha richiesto anni di lavoro può venire meno per colpa di un utente maleducato, con il cambio di un proprietario o di un dirigente di un Ente. È un lavoro mai finito, fatto di relazioni prima ancora che di diritti.

Il tavolo: cacciatori, forestali, enti parco

Chi non ha mai partecipato a un tavolo di questo tipo fatica a immaginarne la complessità. IMBA ci si siede regolarmente, e i soggetti che si trovano di fronte non sono (quasi mai) “nemici della bici”: sono portatori di interessi legittimi, con i quali bisogna costruire una proposta condivisa.

Le associazioni venatorie, per esempio, hanno una preoccupazione reale: il disturbo alla fauna selvatica durante il periodo di caccia, la presenza di utenti non prevedibili su percorsi che incrociano le aree di battuta. Non è una posizione ideologica, è una questione di gestione del territorio. Il modo per avanzare non è ignorarla, ma trovare soluzioni pratiche: sentieri che non interferiscono con le zone più sensibili, calendari di fruizione condivisi, comunicazione reciproca.

I Corpi Forestali e gli enti parco hanno responsabilità di conservazione che non possono essere messe in discussione. Aprire un sentiero in un’area protetta richiede che qualcuno si faccia garante dell’impatto ambientale, della capacità di carico del tracciato, della gestione degli utenti. IMBA porta a questo tavolo competenze tecniche concrete: metodologie di progettazione che minimizzano l’erosione, sistemi di monitoraggio, dati internazionali sull’impatto reale della MTB sugli ecosistemi. La conversazione cambia tono quando si parla la stessa lingua tecnica.

I proprietari privati, infine, vogliono semplicemente sapere che il loro terreno verrà rispettato, che non dovranno farsi carico di costi o responsabilità imprevisti, che chi effettua interventi di manutenzione sui loro terreni li ha contattati e non li ha ignorati. Spesso bastano la trasparenza e il rispetto formale per aprire porte che sembravano chiuse.

La responsabilità come moneta di scambio

C’è un principio che distingue profondamente l’advocacy IMBA dall’attivismo urbano classico, e che vale la pena rendere esplicito.

In città, il modello implicito è: lo Stato deve garantire i diritti dei cittadini che si muovono in bici. La richiesta è legittima, il destinatario è chiaro, la responsabilità è dell’amministrazione. L’attivista chiede, l’ente deve rispondere.

Nell’advocacy per i sentieri questo schema funziona raramente. Quello che funziona, invece, è un approccio diverso: chi chiede l’accesso si assume anche la responsabilità. Responsabilità di mantenere il tracciato in buone condizioni, di sensibilizzare gli utenti a un comportamento rispettoso, di presidiare il territorio, di segnalare problemi, di essere interlocutore affidabile nel tempo.

Non è una rinuncia a rivendicare diritti: è il riconoscimento che, su un terreno, spesso letteralmente, privato e complesso, l’accesso si guadagna dimostrando di meritarlo. È un patto bidirezionale. E i patti reggono nel tempo se entrambe le parti ci tengono.

Questa responsabilità diffusa ha un effetto collaterale prezioso: tiene i sentieri vivi. Un tracciato che nessuno percorre e nessuno cura si chiude nel giro di pochi anni. Uno su cui c’è una comunità attenta e presente resta aperto, sicuro, monitorato. Il bosco intorno a quel sentiero è un bosco più conosciuto e più protetto.

Cosa l’attivismo urbano può imparare dall’advocacy MTB

Il movimento ciclista urbano ha conquistato una visibilità straordinaria negli ultimi vent’anni. Ha imparato a fare rumore, a occupare lo spazio mediatico, a costruire campagne capaci di mobilitare migliaia di persone. È una forza politica riconoscibile.

Ma c’è qualcosa che l’advocacy silenziosa dei sentieri conosce bene e che in città si rischia di dimenticare: la pazienza del lungo periodo.

Un sentiero non si apre in seguito a una manifestazione. Si apre dopo anni di presenza costante, di riunioni a cui si torna anche quando sembra inutile, di piccoli gesti di fiducia accumulati nel tempo. Si apre costruendo alleanze con soggetti che all’inizio sembrano distanti: il guardaboschi, il presidente dell’associazione cacciatori locale, il funzionario dell’ente parco che in realtà è anche lui un appassionato di montagna.

Questa capacità di dialogare con gli “avversari” senza diventarne ostaggio, di trovare interessi comuni dove sembrano esserci solo conflitti, è una competenza preziosa. L’attivismo urbano, a volte, ne ha bisogno.

Cosa l’advocacy MTB può imparare dall’attivismo urbano

Il debito, però, non è a senso unico.

Il mondo MTB e dei sentieri ha un problema di visibilità. Le sue battaglie si svolgono lontano dalle telecamere, i suoi successi (al contrario delle sconfitte) raramente finiscono sui giornali. La comunità dei biker è appassionata, competente, presente sul territorio ma fatica a diventare un soggetto politico riconoscibile agli occhi dell’opinione pubblica generale.

L’attivismo urbano ha risolto questo problema: ha imparato a comunicare, a creare immagini potenti, a costruire narrazioni capaci di parlare anche a chi non va in bici. Ha trasformato una nicchia in un movimento. Ha fatto capire che il tema della mobilità ciclistica non è un tema di settore, ma una questione di qualità della vita per tutti.

L’advocacy MTB ha ancora questa strada (o sentiero) davanti. Il potenziale c’è: i numeri del cicloturismo off-road, l’impatto sui borghi, la rigenerazione delle aree interne sono storie che meritano di essere raccontate ad alta voce. Manca ancora, troppo spesso, chi le racconta con la stessa efficacia con cui il movimento urbano ha imparato a raccontare le sue.

Il sentiero è uno spazio politico

C’è una riflessione finale che vale la pena fare.

Un sentiero in un bosco sembra lontano dalla politica. Eppure è uno spazio conteso: c’è chi vuole che rimanga chiuso alle bici, chi vorrebbe aprirlo solo ad alcune categorie, chi lo considera una risorsa da valorizzare e chi una minaccia da contenere. Ci sono interessi economici, culturali, identitari in gioco. Ci sono decisioni che vengono prese, o rimandate per non essere prese, da enti e istituzioni.

In fondo, non è poi così diverso da una corsia ciclabile in centro città.

Entrambi sono spazi pubblici, o che aspirano a diventarlo, dove si gioca una partita su come vogliamo vivere e muoverci. Entrambi richiedono qualcuno disposto a sedersi a un tavolo, a fare un passo indietro quando serve, ad avanzare quando il momento è giusto. Entrambi esistono perché qualcuno, da qualche parte, ha deciso che valeva la pena lottarci.

Il punto di incontro fra advocacy e attivismo non è un’idea astratta. È già lì, sui sentieri. Bisogna solo andarci a pedalare insieme.

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