Un’inchiesta di Ciclismoweb a firma di Andrea Fin solleva il caso della comunicazione affidata alla società del figlio del Presidente. Intanto esplode la polemica con Roberto Pella per il commissariamento della Lega e il Tour de France evidenzia la crisi di risultati. Tutti i retroscena di un momento delicatissimo per la FCI
Il ciclismo italiano attraversa uno dei momenti più complessi e delicati della sua storia recente. Tra i risultati sportivi che latitano ai massimi livelli internazionali e le forti tensioni politiche e istituzionali che scuotono la governance del movimento, il secondo mandato del presidente della Federazione Ciclistica Italiana (FCI), Cordiano Dagnoni, si trova al centro di un furioso dibattito.
A far esplodere il caso è un’articolata inchiesta giornalistica – pubblicata su Ciclismoweb.net a firma del direttore Andrea Fin – FCI: il papà Presidente, la fortuna del figlio*, che accende un faro sul tema del conflitto d’interessi e sulla gestione della comunicazione federale, affidata alla società del figlio del Presidente e di un dipendente federale.
Nel rispetto del diritto di cronaca e di critica, mettiamo in fila tutti gli elementi emersi dalle fonti giornalistiche per ricostruire una vicenda che unisce gestione amministrativa, scontri istituzionali e una profonda crisi tecnica del ciclismo in Italia.
La comunicazione FCI, la “Dadimatto Agency” e il conflitto d’interessi
Secondo quanto ricostruito e documentato da Andrea Fin su Ciclismoweb, la gestione dei canali di comunicazione e dei profili social della Federciclismo negli ultimi anni ha seguito una traiettoria che solleva pesanti interrogativi di opportunità e trasparenza.
Tutto inizia nell’estate del 2022, un anno dopo la prima elezione di Dagnoni a numero uno della Federazione (e nello stesso periodo in cui fece rumore il controverso tesseramento della moglie del Presidente come dipendente per ottenere l’accredito agli Europei di Monaco). La FCI aveva urgenza di realizzare alcune copertine per il proprio profilo Spotify e contenuti per i social network. Senza passare per alcun bando di gara pubblico, la scelta ricadde sulla “Dadimatto Agency”, all’epoca una ditta individuale appena costituita da Ludovico Dagnoni, figlio del Presidente federale, insieme a Gianluca Di Loglio.
La figura di Di Loglio è centrale nella ricostruzione di Ciclismoweb: già dal 2021 risultava collaboratore della FCI con recapito telefonico e mail ufficiale sotto la voce “Comunicazione”, per poi essere tesserato nel 2022 come vero e proprio dipendente federale.
L’accusa di nepotismo
Andrea Fin commenta questo intreccio con estrema chiarezza: «Qui, però, non è solo fortuna. Qui c’è anche il tocco di classe del Presidente Dagnoni. Qui si va oltre la fortuna e si entra… sì, esatto! Qui si entra nel vecchio, caro e sano “nepotismo”».
Negli anni successivi, la collaborazione tra la FCI e la società del figlio del Presidente si consolida e si amplia:
L’accesso esclusivo al Velodromo di Montichiari (2024)
In vista delle Olimpiadi di Parigi 2024, la Dadimatto realizza un video promozionale con Elia Viviani (oggi Team Manager delle nazionali) girato all’interno del Velodromo di Montichiari. L’impianto in quel periodo era inagibile e interdetto al pubblico, con accesso limitato rigorosamente ai soli atleti per la preparazione olimpica.
Il video sulla sicurezza stradale (2025)
La start-up firma la campagna video sulla sicurezza stradale che vede come protagonista proprio Cordiano Dagnoni. Il Presidente federale promuove il contenuto sui canali istituzionali, mentre l’agenzia del figlio lo ricondivide esponendo con fierezza la partnership ufficiale con la FCI.
Il salto a Società a Responsabilità Limitata (2026)
Dal gennaio 2026 la Dadimatto fa il salto di qualità trasformandosi in una s.r.l., con il capitale sociale ripartito esattamente al 50% tra il dipendente federale Gianluca Di Loglio e il figlio del Presidente, Ludovico Dagnoni, che ne assume anche la carica di amministratore.
I dubbi contabili e il nodo dei marchi olimpici
Nell’articolo di Ciclismoweb vengono sollevati ulteriori rilievi formali e sostanziali. La Dadimatto non risulta tra i partner o gli sponsor ufficiali della Federazione né del CONI, ma opera di fatto come fornitore esterno. Nonostante ciò, ha potuto associare il proprio brand alle maglie azzurre e ai simboli olimpici — protetti da stringenti normative anti-ambush marketing (Legge n. 31/2020) — accrescendo notevolmente il proprio prestigio patrimoniale e di portfolio grazie ai contenuti federali.
A fare da sfondo c’è la gestione delle risorse economiche federale. Nel bilancio preventivo 2026, la voce “comunicazione” impegna 340.000 euro (erano 385.000 nel 2025), una voce articolata che include uffici stampa, influencer, spese di trasferta, rassegne stampa e le collaborazioni esterne, inclusa quella con la Dadimatto. Fin sottolinea come ai tesserati e alle società affiliate non venga fornita alcuna specifica trasparente su come questi fondi pubblici e federali vengano ripartiti nel dettaglio.
Una situazione che il giornalista di Ciclismoweb riassume con un affondo diretto agli organi di controllo della Federazione: «La vera fortuna del Presidente Dagnoni è quella di avere un Consiglio Federale […] che non fa domande e che, troppo spesso, vota ad occhi chiusi avvallando ogni tipo di decisione».
Il commissariamento della Lega Ciclismo Professionistico e lo scontro con Pella
Il metodo di governo federale evidenziato dal caso comunicazione si riflette anche nei burrascosi rapporti istituzionali. L’ultimo atto in ordine di tempo è il commissariamento della Lega Ciclismo Professionistico deciso dal Consiglio Federale della FCI, che ha azzerato la governance della Lega nominando commissario straordinario il Generale dei Carabinieri Mauro Capone per presunte “gravi violazioni delle convenzioni”.
Una mossa che ha scatenato un durissimo scontro legale e politico. Sulle colonne de La Stampa, il Presidente della Lega Ciclismo — l’onorevole Roberto Pella — ha difeso a spada tratta l’onore e l’autonomia dell’ente, definendo la scelta della FCI «ingiusta e illegittima». Pella ha rivendicato la correttezza della propria gestione, ricordando che i conti della Lega sono stati verificati e giudicati impeccabili anche dai referenti inviati in precedenza.
A rafforzare la tesi dell’illegittimità del provvedimento è ancora una volta l’analisi di Andrea Fin su Ciclismoweb, che evidenzia un’anomalia giuridica di fondo: la Lega Ciclismo e la FCI sono due enti completamente separati. La Lega ha un proprio codice fiscale autonomo, paga la propria sede di Milano con fondi propri, non è un’associazione affiliata alla Federazione e i suoi dirigenti non sono tesserati federali.
Fin commenta l’accaduto ricorrendo a un’eloquente metafora: «È come se il Consiglio Federale avesse commissionato il “Bar della Peppina” perché non rilascia scontrini o perché ha il WC fuori norma. Si tratta cioè, a tutti gli effetti, di una società esterna, sulla quale la FCI non ha alcuna giurisdizione e non può esercitare alcun controllo […] Siamo di fronte a una sorta di “bullismo istituzionale”».
L’effetto immediato di questa prova di forza è la paralisi: gli organizzatori delle storiche gare del calendario professionistico italiano e femminile della seconda parte di stagione si trovano ora nell’incertezza totale riguardo alle copertine televisive, al montepremi e ai servizi logistici che la Lega garantiva.
Crisi del ciclismo italiano: Tour de France 2026, giovani e sicurezza

Mentre i vertici federali sono assorbiti da affidamenti familiari per la comunicazione e bracci di ferro giudiziari con le leghe autonome, la realtà della strada restituisce la fotografia di un movimento agonistico in profonda sofferenza.
Il Tour de France 2026 attualmente in corso è lo specchio fedele di questa crisi di sistema. Il bilancio per i colori azzurri è desolante: nessuna vittoria di tappa all’attivo e nessun corridore italiano presente nella Top 10 della classifica generale. In un gruppo dominato da fuoriclasse stranieri e nuove scuole di ciclismo che investono su tecnologia e multidisciplinarietà, l’Italia gioca un ruolo da comparsa. L’unica flebile speranza di agganciare le prime dieci posizioni di Parigi è affidata alla generosità e al talento del giovane Davide Piganzoli, un’eccezione individuale che conferma la regola di un digiuno preoccupante a tappe e nei Grandi Giri.
Questa carenza di competitività al vertice non è un incidente di percorso, ma il risultato diretto dei problemi che logorano la base:
- La crisi del settore giovanile: i vivai italiani soffrono di un drastico calo di tesserati tra giovanissimi, esordienti e allievi. Le società di base, schiacciate da costi burocratici e organizzativi sempre più insostenibili, chiudono o rinunciano a organizzare gare, privando il movimento del suo naturale bacino di reclutamento.
- L’emergenza della sicurezza stradale: l’altro grande dramma quotidiano è quello della sicurezza dei ciclisti in strada. Al di là dei video promozionali e degli slogan social pubblicati sui canali federali, sulle strade italiane si continua a morire a ritmi inaccettabili. Manca un pressing istituzionale efficace per ottenere infrastrutture protette, leggi più severe sulla distanza di sorpasso e una reale tutela per chi si allena ogni giorno su asfalto.
I nodi al pettine del secondo mandato
L’accostamento oggettivo dei fatti — dall’affidamento senza bandi della comunicazione federale alla società del figlio del Presidente Ludovico Dagnoni e del dipendente Gianluca Di Loglio, passando per uno scontro istituzionale senza precedenti con la Lega Ciclismo dell’onorevole Pella fino al vuoto di competitività del Tour de France 2026 e alla crisi dei vivai — disegna un quadro eloquente per il ciclismo italiano.
Senza bisogno di aggiungere giudizi di valore, le ricostruzioni documentate da Ciclismoweb e La Stampa pongono il movimento ciclistico di fronte a una riflessione non più rimandabile sulle priorità, sulla trasparenza e sulla direzione politica del secondo mandato presidenziale di Cordiano Dagnoni.
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