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Calabria: storie, profumi e colori lungo la Ciclovia

Calabria: storie, profumi e colori lungo la Ciclovia

Parlare della Calabria attraverso la qualità del suo cibo, la bellezza dei borghi, la sconfinata e variegata natura così come del calore delle persone risulterebbe parecchio scontato e riduttivo. In questo viaggio lungo la Ciclovia dei Parchi abbiamo provato a sondare sotto la superficie, alla ricerca di ciò che c’è ma non si vede, di ciò che non emerge sempre, ossia i legami tra i territori e tra le persone. Abbiamo incontrato le passioni, le visioni e la saggezza di gente virtuosa che pur in condizioni non sempre agevoli valorizza e fa scoprire la Calabria in tutta la sua spietata bellezza.

In principio la Ciclovia era un’idea, l’idea poi si è fatta linea, la linea si è fatta strada e la strada ricamo, un ricamo di luoghi ma soprattutto di persone, un filo rosso che collega differenti realtà, una via di comunicazione dove il termine ‘comunicazione’ è da leggere in senso letterale perché permette a Nicola del Pollino di fare rete con Antonio dell’Aspromonte così come a Giacinto di trovare in Biosila, nel cuore della Sila Greca il luogo adatto per realizzare il suo evento artistico culturale, il Siluna Fest e poi c’è Mario che mostra al mondo la sua creazione, il MaBos, un intero bosco dedicato all’arte ed alle residenze d’artista.

La Ciclovia dei Parchi dà la possibilità a tutte queste persone di connettersi e così tante realtà collegate tra loro elevano la Ciclovia a orchestra dove ogni ‘musicista’ mette a disposizione le sue competenze e le sue specificità per interpretare uno spartito.

La rivoluzione dolce di Nicola

“La rivoluzione non si fa con le armi ma con le mani, oggi possiamo cambiare le cose solo con il nostro comportamento e la buona volontà, inoltre l’impegno che mettiamo speriamo che sia di esempio per altre realtà perché crediamo che le cose possono cambiare in meglio, non bisogna essere disfattisti o passare il tempo a lamentarsi, qui le amministrazioni non riescono a salvare una sola cosa ma noi recuperando qua e là abbiamo salvato un pezzo di paese, bisogna crederci”

Nicola è un pazzo, è un saggio, è un visionario, è un missionario che dopo anni di lavoro in azienda in Centro Italia decide di tornare nel suo paese natio, non per sedersi sull’uscio e godersi la pensione ma per fare una sua personale ‘rivoluzione’. Nicola ha una missione che lo anima, tenere in vita il borgo in cui è nato che anno dopo anno vedeva le sue case svuotarsi in una lenta agonia, “qui la gente buttava le porte di casa risalenti al 1600 per comprarle in alluminio all’Ikea”.

Nicola gestisce l’Associazione il Nibbio a Morano Calabro, incantevole borgo nel Parco Nazionale del Pollino e lui, con la sua associazione no profit, ha realizzato un museo naturalistico per fare scoprire i lati più affascinanti della natura del Geoparco Unesco visitabile dai ragazzi delle scuole così come dai turisti, ha creato inoltre un sistema di ospitalità diffusa ristrutturando parte del borgo antico per mettere a disposizione dei visitatori mini appartamenti arredati a tema con oggetti del passato, la classica ‘roba vecchia’ che molti buttano via lui la rigenera, la riusa ridandole vita in un museo vivo, organico, fruibile da tutti, il risultato è un tuffo nel passato e dormire tra le vie strette di Morano Calabro è un’immersione nel silenzio e nella magia autentica di un antico borgo che rinasce pezzo dopo pezzo.

Prima di congedarci ci parla dell’ultimo progetto a cui si sta dedicando, ristrutturare una vecchia chiesa sconsacrata che si trova all’ingresso del paese per farne una scuola di musica gratuita destinata ai giovani. Nicola non ci fa andare via a mani vuote, ci regala dei bastoncini di liquirizia, un succo al bergamotto e una pietra portafortuna che mi sono tenuto in tasca per tutto il viaggio.

Giacinto, la poesia, il paesaggio e la comunità

Arriviamo all’imbrunire con una breve deviazione dalla traccia che seguiamo sul navigatore, per la precisione siamo in quella che si chiama Sila greca, che deve il suo nome agli influssi culturali bizantini ed albanesi, il territorio è caratterizzato da ampi boschi di latifoglie ed è proprio su una bella strada immersa in questi boschi che raggiungiamo ‘Biosila‘, azienda agricola a gestione familiare da 3 generazioni che fonda la sua identità sulla qualità dei prodotti e sull’azzeramento della distanza tra produttore e consumatore. Ci accoglie Salvatore, il titolare, che non perde tempo nel darci una stanza e farci sedere a tavola dove ci offre i prodotti dell’Azienda e ci presenta Giacinto con cui abbiamo appuntamento per parlare della Ciclovia, del Paesaggio Calabria e del ‘terzo paradiso’.

Giacinto è il curatore del Siluna Fest ed è tornato in Calabria dopo molti anni vissuti a Milano, in genere quando si parte lo si fa anche per poter tornare ma a lui non bastava, voleva tornare per dare qualcosa alla sua terra, forse quello che non ha potuto dare negli anni trascorsi al nord, e proprio qui, nei terreni di Biosila ha trovato il luogo adatto dove far atterrare il suo sogno diventato prima progetto e poi realtà, il Siluna Fest appunto, che dal 2018 anima il territorio di artisti ed invita i visitatori alla scoperta delle bellezze naturali e delle risorse che la Calabria tutta sa offrire, quest’anno infatti il programma prevedeva un viaggio itinerante lungo la direttrice della Ciclovia per toccare diverse zone e diverse realtà della Regione assumendo la forma di azione itinerante.

Come atto simbolico Giacinto ha creato personalmente una installazione di 58 Pini Laricio nei terreni di Biosila disposti secondo il ‘Terzo Paradiso’ di Michelangelo Pistoletto, simbolo che vuole rappresentare cambiamento e rinascita. Se il primo Paradiso è quello in cui gli esseri umani erano totalmente integrati nella natura il secondo invece è il paradiso artificiale, sviluppato dall’intelligenza umana, fino alle dimensioni raggiunte oggi con la scienza e la tecnologia, il terzo Paradiso vuole quindi essere la fusione tra i primi due dove natura e tecnologia trovano un’armonia.

Il Terzo Paradiso vuole condurci ad assumere una personale responsabilità ma in una visione globale. Il termine Paradiso deriva dall’antica lingua persiana e significa “giardino protetto”, noi siamo quindi i giardinieri che devono proteggere questo pianeta e curare la società umana che lo abita.

MaBos, il matrimonio di arte e paesaggio celebrato da Mario

L’arte è al servizio del paesaggio o è il paesaggio che si mette al servizio dell’arte? Non credo che Mario si sia posto questa domanda quando ha creato il MaBos perché per lui arte e paesaggio vivono in stretto legame e se è vera la prima affermazione è altrettanto vera la seconda.

Mario Talarico ha gli occhi abbastanza profondi per contenere le sue due grandi passioni, quello per la sua terra e quello per l’arte, ad un certo punto della sua vita decide di farle incontrare e crea il MaBos, il Museo d’Arte del Bosco in collaborazione con Roberto Sottile, curatore e critico d’arte, nel cuore della Sila Piccola.

Mario ci accompagna tra i sentieri del bosco che circondano il Parco Hotel Granaro, di cui è gestore, e ci accorgiamo fin da subito di essere in un museo a cielo aperto dove sculture, installazioni e suggestioni si susseguono in una perfetta combinazione, però è chiacchierando che scopriamo che il bosco non è solo spazio museale, che già di per se basterebbe, ma bensì un luogo di incontro e di confronto dove gli artisti creano le loro opere direttamente sul posto durante le residenze, ispirati dalla natura circostante, dall’aria pura e dai silenzi della Sila, dove i giovani possono partecipare a laboratori creativi e dove i visitatori possono assistere a varie esibizioni e indovinate un po’… quest’anno il Siluna Fest è passato di qua, trovando nel MaBos un palcoscenico perfetto.

Il contesto bosco come punto di congiunzione tra ambiente e arte spiazza il visitatore perché esce dagli schemi tipici del classico museo, la natura ne ridimensiona la sacralità facendo la sua parte nella trasformazione delle opere, temperatura, umidità, pioggia, animali mantengono le opere in mutamento continuo, si trasformano, sono ‘vive’.

Mario non ci lascia andare via senza offrirci i prodotti del territorio nel suo hotel, alle pareti decine di opere della sua collezione privata, in sottofondo un vinile dei Pink Floyd che ascoltiamo sorseggiando del buon vino. Io e Alex ci guardiamo, non vorremmo andarcene ma c’è un lavoro da finire.

Il “Boschetto fiorito” e l’ospitalità diffusa

‘Boschetto’ e ‘fiorito’ sono due belle parole, ma se le metti insieme diventano bellissime. ‘Boschetto fiorito’ è il nome di un associazione fondata da una manciata di ragazzi e ragazze che dopo diverse esperienze e percorsi personali hanno deciso di rimanere in Calabria, precisamente ad Antonimina, antico borgo incastonato nel versante Nord-Orientale dell’Aspromonte, per investire le loro energie nella rivalutazione e nella promozione del territorio, anche il rifugio che gestiscono si chiama “Boschetto fiorito” e sorge sui piani dello Zomaro, dove passa il sentiero del Brigante e funziona da punto tappa per partire o arrivare dai vari percorsi che la zona offre.

Oltre ai posti disponibili in rifugio offrono l’ospitalità diffusa mettendo a disposizione gli appartamenti del borgo lasciati vuoti dagli emigranti che si sono trasferiti al nord, case vuote che sarebbero state destinate all’oblio e alla decadenza ma che invece risultano un ‘portale’ che ti conduce nel cuore di Antonimina rivelandone la sua storia “inizialmente non è stato facile convincere i paesani ma alla fine hanno compreso che risulta un bene per tutti, i piccoli commercianti lavorano tutto l’anno, i proprietari si pagano un po’ di spese degli appartamenti lasciati vuoti, i visitatori hanno modo di scoprire le bellezze di Antonimina entrando nel cuore del paese e per noi l’orgoglio di mantenere vivo il borgo nel quale siamo nati e cresciuti”.

Anche ‘ospitalità diffusa’ è un bel connubio di parole e messe insieme fanno un bell’effetto, ma lo fanno anche nel concreto e l’esperienza di soggiornare in un borgo del 1400 tra le montagne dell’Aspromonte è stata sicuramente genuina e sincera, questi giovani ragazzi fanno un bel lavoro di conservazione e difesa della memoria.

Antonio, Teresa e Sansone: un rifugio in Aspromonte

Per chi è cresciuto nei ’70 e ’80 Aspromonte è un nome che evoca episodi oscuri dovuti al suo passato efferato, ma in tutta onestà può un territorio essere malavitoso? Può un territorio ereditare la reputazione di luogo malvagio, oscuro? No, non può ed i malcelati pregiudizi di molti o gli atavici timori sono del tutto infondati, i venti che attraversano i boschi e le foreste secolari hanno lo stesso suono di tutti i boschi di montagna che conosciamo, i profumi ti inebriano nello stesso modo e le energie sprigionate da queste zone sono molto pacificanti.

Antonio è calmo, ha occhi chiari e l’Aspromonte lo conosce molto bene perché è una guida e porta i visitatori a scoprirlo nei suoi luoghi più affascinanti, è anche il proprietario del rifugio che ha interamente costruito più di 20 anni fa, credendoci da sempre, da quando nessuno era disposto a farlo ma, anno dopo anno, l’Aspromonte gli ha dato ragione ed ora questa sua fiabesca ‘creatura’ ospita turisti di ogni dove, viandanti, camminatori, gente che va a cavallo ed ora anche i ciclisti che percorrono la Ciclovia, “l’importante e che non vengano quelli in moto, fanno solo rumore” dice sorridendo. Teresa, la moglie, ci accoglie offrendoci del tè e dei biscotti fatti in casa davanti al camino acceso, sul tavolo si tagliano le castagne e Sansone, il pastore abruzzese di casa, mette il naso sull’uscio per controllare che tutto vada bene. Teresa anche si occupa del rifugio e la sua cucina casalinga, quella vera, semplice e genuina ti scalda il cuore.

Nel centro del terreno troneggia un grande Biancospino, pianta usata da secoli nell’erboristeria in quanto abbassa la pressione riequilibrando il ritmo del cuore e di conseguenza calmante del corpo, come in un gioco di vasi comunicanti la sensazione di calma e serenità che si percepisce è davvero tangibile, dopo una giornata in bici trovare un luogo del genere è un regalo per gli occhi e per l’anima, un vero rifugio dove ti senti protetto e riscaldato.

Un turismo ben architettato e sostenibile, un turismo non ammassato ma distribuito sia nello spazio che nel tempo, un turismo che porti benessere senza impoverire i luoghi, prevede che i suoi attori facciano rete, i territori devono necessariamente orchestrare e su questo devo dire che l’Italia intera pecca da tempo immemore perché le piccole e provinciali guerre tra campanili sono tutt’altro che superate. Ovviamente perché tutto funzioni al meglio serve un direttore d’orchestra, qualcuno che sappia interpretare lo spartito e lo sappia raccontare in egual misura ai Parchi in questione, alle strutture interessate, ai comuni ed infine ai viaggiatori, sempre in cerca di nuove esplorazioni. A tal proposito devo dire che per la Ciclovia dei Parchi della Calabria stanno facendo un lavoro virtuoso che dovrebbe essere preso d’esempio, non a caso nel 2021 hanno vinto il Green Road Award, l’Oscar Italiano del Cicloturismo.

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