“Bomba o non Bomba, arriveremo a Roma” cantava Venditti. E lo canta anche il papà di Chiara mentre in tandem sta per entrare a Roma, con altri 5 tandem. Sono partiti 8 giorni prima da Bologna: 315 km e 5750 metri di salite. È l’ottobre del 2022 quando questo gruppo viaggia da Bologna a Roma su strade secondarie, sterrati e sentieri off-road, affrontando dislivelli importanti come quelli di Montesole o di Radicofani e gli immancabili “mangia-e-bevi”.
Fin qui, sembra una delle tante imprese che ogni giorno vediamo replicate e raccontate sui social di chi vuole cimentarsi in un’impresa più o meno grande. Ma questa è un’impresa particolare, forse più avventurosa di altre, perché realizzata da un gruppo di amici che praticano del cicloturismo inclusivo. Un gruppo di persone con diversi gradi di dis/abilità.
Le prime uscite inclusive in bici in Emilia-Romagna
È cominciato tutto da un incontro fortunato tra una guida cicloturistica, Matteo, e un ragazzo non vedente, Davide Valacchi, durante una vacanza in Trentino.

Matteo Brusa, della Fondazione Silvia Parente, si occupa di proporre attività sportive volte all’inclusione, e realizza percorsi ciclabili offroad utilizzabili dalle persone con disabilità. Facendo le debite considerazioni con Davide, e riflettendo che “non ci interessano i luoghi dedicati alle persone con disabilità, ma vogliamo rendere accessibili a chiunque tutti i luoghi”, dopo qualche tempo e qualche uscita organizza un cicloviaggio nel piacentino e nel modenese fino a Bologna. Il viaggio diventa un docufilm realizzato dal regista Lorenzo K. Stanzani, disponibile su rai play: Tanta Strada.
Bologna – Roma in tandem
Dopo la prima esperienza, il gruppo della Comunità L’Arche, si è ritrovato a pedalare ogni settimana nelle colline intorno Bologna, grazie anche ai volontari di Italian Army Cycling.
Di conseguenza per celebrare il ventennale della Comunità, si è deciso di alzare l’asticella. Così un anno fa, dall’8 al 16 ottobre 2022, 16 persone con disabilità accompagnate da 6 guide, tra cui lo stesso Matteo Brusa, hanno pedalato da Bologna a Roma. Otto tappe in tandem pedalate ovunque, su qualunque terreno. Solo per qualche spostamento all’interno delle singole tappe e per raggiungere i luoghi del pernottamento, sono stati utilizzati dei pulmini.

Anche in questa occasione Lorenzo K. Stanzani ha realizzato un docufilm. L’Arche lo presenta in diverse città per coinvolgere sempre più persone nelle proprie attività e raccogliere fondi per l’acquisto di tandem.
Il tandem, una bicicletta per le relazioni
Il tandem si è rivelato essere il mezzo adatto a creare una relazione con le persone disabili perché non sono semplicemente al traino di chi pilota. Dovendosi coordinare nella pedalata, infatti, si crea una relazione vicina e contemporaneamente distante, che dura molte ore. Permette di stare accanto mantenendo lo spazio necessario all’autonomia. Si è presenti se c’è bisogno di parlare, di poggiare una mano sulla spalla per sostegno, ma si è liberi di rimanere in silenzio.
La possibilità di vivere esperienze inclusive complete è dovuta anche ad un’accurata preparazione e progettazione di tutta l’esperienza. Senza preparazione sarebbe molto complicato superare gli ostacoli dovuti alla natura, al terreno e alle differenti disabilità.
La progettazione dei percorsi

Curare il percorso di una traccia, avendo in mente chi la deve percorrere, permette a tutti di fare esperienze importanti in bicicletta. Si viaggia immersi nel paesaggio, superando i terreni sconnessi, qualunque abilità si abbia. Cambiano le necessità, ma il percorso è lo stesso per tutti. A destinazione ci si arriva tutti insieme.
Con questo obiettivo Matteo Brusa, la Fondazione Silvia Parente e in2thewhite hanno realizzato outdoor365. Si tratta di una mappa interattiva, con sentieri dedicati ad ogni necessità e mezzo, che siano handbike offroad, Mountain Tandem, sedia a rotelle.
Spingersi un po’ più in là
Franco Chioccioli, detto Coppino e vincitore del Giro d’Italia 1991 a 32 anni contro ogni pronostico, a chi gli chiedeva se era stata la mano di Dio ad aiutarlo rispose che poteva essere, ma soprattutto che “a sudare su quella bicicletta c’ero io”.

Nello stesso modo Davide, Yuri, Federica, Sara, Chiara, Antonia, Steve, Gianluca, Alessandro hanno messo corpo, anima nei pedali. Completando la Bologna – Roma con gli educatori e gli accompagnatori, hanno dimostrato che “spingersi un po’ più in là” si può. Ci hanno fatto capire inoltre che la bicicletta rende viva questa sensazione perché, come dice uno dei protagonisti: “siamo arrivati in cima”.
Coraggiosi come moderni cavalieri, in sella alle loro handbike, trike, mountain tandem, hanno intrapreso dunque un lungo cammino fatto di salite faticose, sterrati, cadute nel fango, percorsi off-road, sudore e fatica. Pieni di volontà, impegno e speranza contribuiscono a cambiare la percezione e il vissuto dell’inclusione e della disabilità, per non relegare le persone dentro categorie e quindi strutture e percorsi confinati e separati.
Un insegnamento che educatori, familiari e operatori hanno detto di aver imparato dai disabili (anzi, abili a modo loro) è che l’andatura non la fa il primo, ma l’ultimo. La fa quello che in quel momento sta faticando di più e che non lo dice per pudore.

Condividere una sensibilità di questo tipo in un ambiente come quello del ciclismo – e anche della vita di tutti i giorni – dove prevalgono la forma, la prestanza, l’essere più veloce, più alto, più forte significa dare spazio anche a chi è “più lento, più profondo, più lieve” (Alex Langer).
Il che non vuol dire rinunciare a voler superare i propri limiti, ma essere consapevoli che se troveremo un limite invalicabile, andrà bene lo stesso. Significa che per riprendere fiato occorre fare una pausa di tanto in tanto. Che poggiare una mano sulla spalla dell’amico è rassicurante. Che arriveremo in fondo, perché è relazione, non competizione.
Perché “bomba o non bomba, arriveremo a Roma”, ci arriveremo tutti e sicuramente ci arriveremo in tandem.




















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