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Il Repack Downhill: com’è cominciata l’avventura della mtb

Bikelife, Mountain bike, Mtb • di

fonte: forums.mtbr.com

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Ogni esperienza umana ha la sua epica, fatta di racconti veri e leggendari di uomini e donne capaci di cambiare il corso delle cose e di segnare epoche, influenzando le generazioni future. Questo è vero per il ciclismo su strada, dove i nomi dei corridori dell’epoca eroica rimandano a storie di sudore, fatica e imprese epiche (“Un uomo solo al comando, la sua maglia è bianco-celeste, il suo nome è Fausto Coppi“, disse un giorno il radiocronista Mario Ferretti), ma lo è anche per la sua sorella più giovane, la mountain bike. Una storia forse meno elegante, cominciata con dei ragazzi che morivano dalla voglia di lanciarsi giù da una discesa e che non è certo ancora terminata.

Si dice che Octave Lapize, eccellente corridore delle prime edizioni del Tour de France, capace di dare degli “assassini” agli organizzatori che avevano imposto la scalata del Tourmalet nel programma del Tour del 1910, amasse allenarsi pedalando in mezzo ai campi con la sua bici da corsa, per migliorare tecnica e fare fiato. Anche se questo aspetto può essere più un’anticipazione di quello che sarà poi il ciclocross piuttosto che della mtb vera e propria, è comunque un fattore importante, che dimostra come la voglia di trasportare quel mezzo semplice qual è la bicicletta in luoghi lontani e solitari sia sempre esistita. Passeranno parecchi anni e si dovrà attraversare un oceano per rivedere di nuovo delle vecchie biciclette in acciaio correre libere in mezzo alla natura. Siamo a metà degli anni ’70, Jimmy Carter viene eletto presidente Usa, in Urss Leonid Breznev non lo scalzano nemmeno le granate e nelle discoteche di tutto il mondo imperversa “la febbre del sabato sera”. Da noi la situazione è un po’ più triste, sono gli anni di piombo, quelli delle Br, del compromesso storico e della crisi petrolifera. In California (già, quella sognata dai Dik Dik) un gruppo di giovani, tra cui i futuri imprenditori Joe Breeze, Gary Fischer, Charlie Kelly e Tom Ritchey, recupera delle vecchie biciclette da postino della casa Schwinn, ormai inutilizzate. Si tratta di pesanti bici in acciaio, a un’unica velocità e con freno al mozzo, usate in larga misura dalle poste statunitensi negli anni trenta e quaranta. Mezzi robusti e con pochi fronzoli, pensati per resistere a strade con manutenzione inesistente e per non lasciare mai a piedi i postini. Questi ragazzi prendono le loro vecchie biciclette e si lanciano giù da una pista tagliafuoco del monte Tamalpais, un sentiero stretto e scosceso, disseminato di buche, alberi e rocce. L’incoscenza fa parte del gioco, ma se l’essere umano non fosse incosciente non avrebbe inventato nulla. L’avventura dei ragazzi diventa una gara e semplicemente vince arriva giù impiegando meno tempo, limando più degli altri l’uso del freno. Se davvero esistesse un’epica della mtb, allora la cavalcata delle Valchirie questa volta accompagnerebbe la discesa di ragazzi dai capelli lunghi, le barbe sfatte, camicie di flanella a quadri e jeans stracciati.

fonte: sonic.net

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Le biciclette vengono messe a dura prova durante le spericolate discese, e ben presto si rivelano inadatte allo scopo. La prima modifica attuata è il montaggio di due copertoni artigliati, si dice recuperati da una vecchia motocicletta. La voce si diffonde, il desiderio di scoperta di una generazione forse stanca della staticità del ciclismo su strada (sono gli anni in cui “il Cannibale” Eddy Merckx è capace di vincere tutte le classiche, il Giro d’italia, il Tour de France e di stabilire il record dell’ora in una sola stagione. Non ce n’è per nessuno) trova finalmente espressione, la passione divampa e la competizione si fa serrata. Nasce così il Repack Downhill, la prima gara di biciclette fuoristrada di cui si abbia notizia. Il nome stesso è l’indice di qualcosa di nuovo e per certi versi assurdo: repack in inglese significa “rimettere”, perché il grasso che lubrificava i freni a mozzo evaporava per il troppo calore e l’eccessivo utilizzo, per cui i contendenti dovevano cospargere nuovamente di grasso i freni dopo ogni discesa. Ora, con un sacco di ragazzi agguerriti, per arrivare davanti non basta l’incoscienza, non basta la tecnica, serve qualcosa di più: la bicicletta giusta.

Joe Breeze è un ragazzo biondo dall’aria discreta, nonostante i capelli lunghi come vuole la moda del sopraggiunto 1977. Lavora come telaista presso un artigiano di biciclette e quando non è in officina, si lancia a rotta di collo giù per i sentieri della Repack Downhill. E’ bravo, Joe, ha talento e quel briciolo d’incoscienza che contraddistingue le persone capaci di cambiare la storia. Così, insieme ai compagni Fischer, Kelly e Ritchey, comincia a modificare quelle vecchie bici da postino, per trasformarle in qualcosa di nuovo che possa sbaragliare gli altri partecipanti. Il telaio viene ridisegnato e saldato daccapo, aggiungendo due tubi trasversali in più, per conferire maggiore rigidità e stabilità alle alte velocità. Il manubrio è rubato da una Bmx, che fa apparire la bici come quei mastodontici chopper alla “Born to be Wild”. Il cambio viene sottratto a una bici da corsa mentre una sella Brooks in cuoio completa il quadro: è nata la Breezer #1, ma non chiamatela ancora mountain bike. Il mezzo viene testato sulle piste tagliafuoco del Repack e costantemente migliorato (“La mia bici era il mio ufficio” arrivò a dire Tom Ritchey). Funziona. Il mezzo è stabile, veloce, morde la pista e non lascia scampo agli avversari. Joe vince la Repack, poi si riconferma, diventa l’Eddy Merkx di quel piccolo universo sperduto in un angolo di California. Saranno 10 le gare dominate da Joe, sul totale di 24 disputate.

fonte: worldbikeparks.com

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Che la bici creata da Joe sia qualcosa di mai visto, che sia l’arma che gli permette di dominare la Repack lo si capisce in fretta. Tanto che altri ragazzi cominciano a chiedere a Breeze di costruire altre “Klunkers”, il termine con il quale venivano chiamate quelle biciclette, incroci tra bici da corsa, bmx e motociclette.
La voce gira, la richiesta aumenta, la moda dilaga. Fischer, Kelly e Ritchey si uniscono in società per costruire questo tipo di biciclette, con la volontà bruciante di chi sia riuscito a trasformare la propria passione in un lavoro. Joe Breeze invece continuerà da solo a lavorare ai suoi progetti. Nasce il termine “mountain bike”. Come ogni aspetto dell’epica, la realtà si fonde alla leggenda, e la creazione del nome viene attribuita a Kelly, che si dice l’abbia sentito pronunciare da un meccanico.
E’ il 1978 e quella che è nata come una gara tra fricchettoni giù per una discesa impolverata è diventata un nuovo modo di vivere la bicicletta, che ha strappato le due ruote dall’altezzosa nobiltà del ciclismo classico, tanto da far pronunciare a un famoso imprenditore del settore che “la mtb ha salvato il culo alla bicicletta”.

Sarà la Specialized, con la Stumpjumper, a creare il primo modello di mountain bike prodotta industrialmente. Ma siamo già nel 1981 e forse l’epica è terminata per lasciare spazio alla storia.

fonte: thesoiledchamois.net

fonte: thesoiledchamois.net





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