Corsica in bici: I miei primi ricordi dell’isola risalgono a quando avevo 4 o 5 anni. Passavo ore a sfogliare le pagine dell’atlante geografico, senza un motivo preciso preciso. Solo per curiosità. Mi affascinava leggere quei nomi di luoghi dai suoni strani e poco familiari, quell’italiano che sembra inventato con tutte quelle “j” e quelle “u”, che sembravano appartenere a un mondo di fantasia.
Probabilmente anche per questo m’è balzata in testa l’idea di andare alla scoperta di quell’isola. Ho aperto RideWithGps e ho cominciato a tracciare, seguendo le strade che più mi ispiravano. Curve, punti panoramici, riserve naturali, isolate zone dell’entroterra: perfetto. Una volta terminata la tracciatura scopro che per buona parte del viaggio seguo le strade della GT20, la “grande traversata” in bici dell’isola ideata dall’Agenzia per il Turismo della Corsica, per incrementare i viaggi in Corsica in bici.
Corsica in bici: come raggiungere l’isola

Ad alcuni piace preparare un viaggio nel dettaglio, pianificando tutto il pianificabile nei mesi precedenti alla partenza. Ad altri piace pianificare il minimo indispensabile e improvvisare sul momento. A me piacciono entrambi gli approcci: nonostante pianifichi sempre tutto nel minimo dettaglio, una volta sul posto mi piace improvvisare qua e là.
Poi, a volte, sono contrattempi, cause esterne, a scompigliare i piani e chiamare in gioco le proprie abilità di improvvisazione.
Per recarmi in Corsica prenoto un traghetto notturno da Savona. 36 ore prima della partenza Corsica Ferries mi comunica la cancellazione del traghetto. Decido quindi di spostare la prenotazione sulla tratta con partenza nel primo pomeriggio da Livorno. Mi costa una sveglia alle 4 del mattino (o della notte?) per prendere l’unico Intercity buono per arrivare a Livorno in tempo, ma almeno mi fa guadagnare una mezza giornata – ovvero, un paio d’ore di bici e una notte in più in terra corsa.
Un problema trasformato in opportunità: che sia di buon auspicio per la mia Corsica in bici?
Al porto di Livorno do un’occhiata agli altri passeggeri: genitori indaffarati a tenere a bada i figli, ragazzi in canotta sneakers e Rayban, qualche coppietta pronta a una vacanza romantica, ma c’è anche chi porta scarpe tecniche e zaino da trekking. Un vario ecosistema del quale, purtroppo, sono l’unico ad essere accompagnato da una sola bicicletta. Ma il significato è chiaro: la Corsica è un’isola che accontenta un po’ tutti, e dalla quale mi devo aspettare un po’ di tutto.

Il viaggio passa veloce e in un attimo la Corsica è in vista. Dalla sua silhouette mi sembra molto, molto montagnosa – avrò poi modo di testare sulla mia pelle (sulle mie gambe) questa impressione. Poi ecco emergere sempre più definiti i contorni di Bastia. Non aspettatevi la città portuale sgargiante da cartolina costruita ad hoc per il turista. Bastia è la seconda città più grande della Corsica (dopo Ajaccio) ma snodo commerciale principale dell’isola.
Appunto: una vera, grossa città, costruita e vissuta dai corsi, specchio dei suoi abitanti. Una città seria, ermetica, indaffarata. Così, a primo impatto, non un posto che tende la mano al forestiero appena sbarcato. Anzi: lo accoglie con un fracasso di clacson e un traffico che non ti mette proprio in mood “relax estivo”.
Anche per questo, una volta sbarcato e sistemate le borse sulla bici, la attraverso di fretta e punto verso ovest, subito in salita: direzione Col de Teghime.
Corsica in bici: si parte!
Il Col de Teghime è un importante via di comunicazione tra Bastia e la costa nord della Corsica. Me lo aspettavo abbastanza trafficato, invece le auto vanno diminuendo man mano che lascio alle mie spalle la periferia di Bastia.

Fa caldo, ma il sole è già sceso dietro la montagna. Ormai sono le 18 passate. Dietro di me sopraggiungono due ragazzi in bicicletta: vorrei scambiarci due parole, ma mi passano a tutta velocità ansimando. Pazienza. Giro la testa verso sinistra e mi godo il panorama sullo stagno di Biguglia.
Dopo un’oretta di pedalata circa sono sulla cima del Colle. La vista si apre sul Golfo di San Fiorenzo. Sono le 7 di sera e il sole si specchia nel mare proprio davanti a me. Per la notte ho individuato un interessante spot per fare wild camping distante ancora 20 km, la maggior parte di discesa: dovrei riuscire a montare la tenda prima che faccia buio, godendomi per bene il tramonto.
Mi butto giù per la discesa tra curve veloci e scorci mozzafiato. Nonostante la tortuosità della strada una macchina mi sta alle calcagna e la lascio passare in uscita da un tornante. Me la prendo con calma: in questo momento preferisco guardarmi attorno all’adrenalina della velocità. E poi devo ancora abituarmi al peso delle borse attaccate alla bici, meglio non rischiare.
A un certo punto lascio la strada principale per tagliare verso nord, passando per i paesini di Patrimonio e Farinole. Nel primo, tre vecchietti mi guardano incuriositi. Nel secondo, un altrettanto incuriosito cane decide di inseguirmi per qualche metro dando voce ai suoi migliori abbai.
La discesa finisce che mancano 5 km da percorrere lungo la D80, la strada costiera che circumnaviga la penisola di Capo Corso. Mi dirigo a nord, verso Nonza, passando dal piccolo villaggio marinaro di Negru. Questi 5 km possiedono tutte le caratteristiche della strada costiera corsa standard:
- scavata nella roccia
- a picco sul mare
- stretta
- tortuosa
- spesso e volentieri senza parapetto
C’è a chi piace di più e a chi può piacere di meno. A me, per fortuna, piace molto di più.
Per raggiungere lo spot devo percorrere un sentiero che pensavo semplice e breve ma che, nella realtà dei fatti, cosi semplice e breve non è. Appena iniziato, incrocio due gruppi di curiosi che stanno risalendo: i primi mi salutano e passano via veloci con un “Bonsoir”, i secondi commentano pure con un “Quel courage!”.
In effetti devo mettermi d’impegno per scendere il sentiero trasportando la bici a mano su un paio di scarpe concepite non per camminare, ma per restare attaccate a dei pedali. Ormai sono quasi le 20 e il sole sta per toccare la linea d’orizzonte. Giungo con non poca fatica in fondo al sentiero. So già che la mattina dopo dovrò smattare per tornar su, ma non importa.
Mi trovo su un promontorio a picco sul mar Tirreno. Alle mie spalle le rovine di un convento. Chi l’ha voluto costruire qua dev’essere stata una persona con gusto. Appoggio la bici, mi tolgo casco e zaino, entro a dare un’occhiata. Non rimane molto dentro. Riconosco l’altare ma l’attenzione si posa su alcune botole per terra, probabilmente tombe, ormai vuote. Mi giro e il sole sta irrompendo attraverso la porta, che fa da cornice. Mentre lo guardo, mi fermo: realizzo che c’è silenzio. Le mura del convento (quel che ne rimane…) schermano pure le onde del mare, pochi metri sotto di me. Non una voce, una suoneria, un ticchettio. Nulla. 2 ore prima ero nella febbrile Bastia. 8 ore prima al caotico porto di Livorno. 16 ore prima stavo pedalando nella tutt’altro che quieta notte di Milano.

Ora mi trovo in un luogo dimenticato, isolato, dove regna quel silenzio vero, sempre più difficile da trovare. Talmente difficile da essere qualcosa di talmente estraneo al nostro essere che, in quanto tale, fa paura.
Forse per questo interrompo il momento e torno alla bici. Svuoto le borse, monto la tenda, gonfio materassino e cuscino, mangio. Proprio davanti a me il sole viene risucchiato dal mare. Lo spettacolo finisce e si abbassa un sipario di stelle. Entro in tenda e dormo. Il primo giorno è già finito.
Corsica in bici: il secondo giorno
La mattina dopo mi sveglio con le prime luci dell’alba. Fuori, trovo ancora una luna piena in splendida forma. Mi godo ancora per un po’ il silenzio della terrazza naturale, risalgo il ripido sentiero con non pochi problemi e dopo una decina di minuti sono di nuovo in sella. Sto compiendo a ritroso la strada del giorno prima, direzione ovest.

Il sole è ancora basso e fa fresco, pedalo con un buon piglio e alle 8 del mattino sono a San Fiorenzo. Si tratta di un borgo di pescatori con antiche origini, risalenti all’epoca romana, anche se oggigiorno è famoso per le vicine spiagge e per la cittadella edificata durante il dominio genovese. Io me la ricorderò per sempre per lo SPAR nel quale ho fatto la mia spesa corsa. Individuo nei canistrelli, prodotto locale simile ai cantucci toscani, un ottimo integratore di carboidrati. Mi rifornisco di liquidi e riparto.
Dopo San Fiorenzo una salita mi porta in uno dei territori più selvaggi e brulli dell’isola: il Deserto delle Agriate. Non è un soffice deserto di dune di sabbia: è un deserto secco, roccioso, un deserto da gariga, la versione arida della macchia mediterranea. La statale trafficata passa più giù, di macchine qua ce ne sono ben poche. Incontro solo qualche gruppo in quad pronto a avventurarsi per le strade sterrate del deserto.
Sono nell’unica zona della Corsica dove non è presente una strada costiera e la lontananza dal mare si sente: il venticello cala, il sole sale e la temperatura aumenta. Mi attacco al boccaglio del gilet idrico e in poco tempo finisco il litro e mezzo di acqua che ho nella camel bag (mai acquisto fu più azzeccato). La strada non offre punti di ristoro, ma non ho nemmeno voglia di fermarmi. Sto pedalando con la curiosità di vedere cosa c’è dietro la prossima curva – e di curve ce ne sono tantissime.

Terminato il tratto nel deserto, torno sulla costa con una bella discesa panoramica. La strada costiera è bellissima ma purtroppo super trafficata. Per fortuna, sono abituato a districarmi nel caos di Milano. Nulla di nuovo.
Lungo la statale passo prima da Ile-Rousse e poi da Calvi. Ile-Rousse è un gioiello. Si trova su una baia delimitata a nord-ovest dai piccoli isolotti rocciosi di porfido rosso, dai quali prende il nome. Una baia talmente particolare da essere stata abitata già in epoca pre-romana, e da essere scelta dal leader del movimento per l’indipendenza corsa Pasquale Paoli (vero idolo, qua in Corsica) come porto franco alternativo a Calvi, ai tempi controllato dai genovesi. Io ne approfitto per fare una capatina in un Auchan e rifornirmi di cibo e acqua.
A Calvi, invece, ci arrivo all’ora di pranzo. Compro due cose in un Auchan, mi parcheggio nell’accogliente pineta alle porte della città per mangiare, poi mi sposto nell’adiacente spiaggia per il primo bagno del viaggio. Tempo di uscire dall’acqua che sono già asciutto – è il 10 di agosto e il sole picchia forte.
Ho percorso 100 km ma sono ancora piuttosto pimpante. Sapere che il pezzo “noioso” di saliscendi lungo la trafficata statale è stato completato mi fa venire voglia di risalire in bici e andare a vedere la Corsica più nascosta. Mi aspetta una lunghissima strada che in fase di pianificazione mi stuzzicava l’appetito: una sequenza di curve e controcurve a picco sul mare che si snoda per 70 km lungo la costa nord-ovest. E’ la D81, inserita pure nel database di dangerous roads come “one of the best experiences for driving (correggo: cycling) through the island”.
Col senno di poi, non solo ha raggiunto le aspettative. Le ha ampiamente superate.
Dopo Calvi, in poche pedalate si arriva al punto panoramico di Punta Revellata, penisola che si distacca alla sinistra della città. A questo punto, in molti girano verso la penisola alla ricerca dello scatto fotografico migliore. Io tiro dritto e succedono due cose:
- l’asfalto peggiora sensibilmente, rendendo la strada difficilmente praticabile per bici da corsa:
- inizia quella che è la strada costiera più bella che abbia mai percorso.
- Un serpentone scavato nella rocca lungo il quale la fanno da padroni curve, controcurve, salitelle, discesine, ponticelli, rocce, calanchi, scogliere, una vallata con vigneti, calette, spiagge sabbiose… e zero traffico. L’ABC, ma anche il DEF e L’XYZ, della perfetta strada costiera è racchiuso qua.

Insomma, mi sto divertendo un mondo ma sono quasi le 18 ed è meglio fermarsi. A metà della D81 c’è un campeggio di quelli giusti per un viaggio in bikepacking: 15 € di pernottamento con doccia con acqua calda e l’ombra di una tranquilla pineta. La signora alla reception parla pure inglese, cosa che ho imparato essere tutt’altro che scontata qui in Corsica. Mi accampo e mi metto in tenda presto. Non vedo l’ora che sia domani: ancora 30 km di meraviglia lungo la costa e poi punterò verso l’entroterra della Corsica tramite il passo asfaltato più alto dell’isola, i 1477 metri della Bocca di Verghju.
Il terzo giorno

Riparto che non sono ancora scattate le ore 8:00. Come ieri in queste ore mattutine fa ancora fresco e, come ieri, pronti via mi aspetta una lunga salita: i 10 km della Bocca di Palmarella. Ho lasciato temporaneamente la costa e pedalo su un 3-4% di pendenza lungo la montagna. Una quarantina di minuti dopo sono in cima. Davanti a me si apre una spettacolare vista sul Golfo di Girolata e, dopo qualche km, vedo sotto di me il Golfo di Porto. Là dietro, una montagna a picco sul mare che pare appartenere più a un fiordo norvegese che a una penisola corsa. È la penisola dei Calanchi di Piana e di Capo Rosso, una delle scogliere più alte d’Europa e uno dei motivi per cui, prima o poi, in Corsica ci tornerò.

Il tratto finale della D81 è probabilmente più spettacolare. Questa strada è talmente fuori di testa da sembrare esser stata costruita apposta per fare da scenario all’inseguimento finale tra l’Agente 007 e il cattivo di turno in uno dei film della saga. La carreggiata si fa sempre più stretta e incastonata nella roccia mentre si passa tra le “calanche di figa baleri”. Una lunga balconata a picco sul mare.
Nei pressi di Porto mi fermo a uno SPAR per una meritata pausa cibo. Mi siedo a un tavolo là fuori e, mentre mi rifocillo, rivivo mentalmente gli ultimi spettacolari chilometri. Le gambe cerco di tenerle distese per rilassare i muscoli, che tra poco mi serviranno al massimo delle loro capacità. Un gatto molto invadente mi vede banchettare e si arrampica su di me per dare un’occhiata al tavolo imbandito di cibo. Condivido con lui un po’ del mio cibo, d’altronde siamo entrambi randagi e tra simili ci si deve dare una mano.
Poi riparto. Lungo la Bocca de Verghju ogni 2 chilometri appare un cippo che segnala i km mancanti per la vetta e la pendenza media del tratto seguente. Quando vedo il primo segnalare 32 km mi parte il più classico dei momenti “ma chi * me l’ha fatto fare”, ma ben presto mi tolgo dalla testa quel numero così ingombrante. So bene che saranno più di 2 ore di salita e non ci devo pensare. Sono in vacanza, me la devo prendere con calma e gustarmi ogni metro pedalato.
Il sole adesso picchia davvero. È l’una e mezza, sono ancora molto basso di quota e la salita è esposta al sole. Per fortuna dopo pochi km il lato destro della strada viene ombreggiato dal versante della montagna che sto risalendo. Non ci sono tornanti, la strada è tortuosa e prosegue decisa verso l’entroterra. Qualche passaggio scenografico tra roccioni e i tanti maiali selvatici a bordo strada la rendono meno monotona di quanto lo sarebbe altrimenti.
Nel paese di Evisa mi fermo a rifornire le riserve idriche. Sono le 3 del pomeriggio e adesso sto davvero scoppiando di caldo. Inzuppo l’asciugamano in microfibra che ho con me e me lo butto sul collo. Mi mancano solo 10 km tra il 5 e il 6% di pendenza – ho fatto ben di peggio, ma il caldo sta rendendo tutto più difficile.
Poi, un paio di km dopo il paese, attorno a me il paesaggio si trasforma. Mi trovo improvvisamente in una foresta di maestosi larici: la Foresta d’Aitone. E chi se l’aspettava? Nel giro di 24 ore, sono passato da un arida zona desertica a una foresta che pare essere stata portata qua dal parco del Triglav.
Così me la godo un po’ di più: un cippo dopo l’altro conquisto i 1477 metri della cima. Lassù trovo solo alcuni escursionisti, un paio di motociclisti e un cicloamatore che ha appena terminato la salita dall’altro versante, che a breve scenderò. Dal passo riesco a scorgere la mia destinazione, il Lago di Calacuccia.
Sono le tre e mezza e comincio ad avere una certa fame. Giù in paese mi posso rifornire a un Proxi, l’alimentari di riferimento per i paesini periferici della Corsica. Spinto dalla voglia di abbuffarmi risalgo in sella e mi lancio in discesa. Una bellissima discesa, su strada ottimamente asfaltata e anch’essa immersa in una foresta.
In fondo, ancora una volta, il paesaggio cambia completamente. Mi trovo nella regione del Niolo, una piccola pianura arida incastonata tra le montagne caratterizzata da ranch, fattorie e campi.
Poi passo nei pressi di un antico ponte romano e sento degli schiamazzi provenire da sotto di me: alcuni bambini si divertono a tuffarsi in un torrente dalle acque talmente cristalline da sembrare una piscina. Lì accanto, dove l’acqua è più bassa, alcune persone si rilassano con le gambe a mollo. Penso che abbiano avuto un’ottima idea. Cerco il sentiero per scendere e mi unisco a loro.
Dopo essermi sistemato, cerco dove sono: “Baignades Ponte Altu”, 4 recensioni su Google Maps. Il ruscello non è un ruscello qualsiasi ma il fiume Golo, il più lungo della Corsica. Attorno a me, da una parte il massiccio del Monte Cinto, la vetta più alta dell’isola. Dall’altra parte il massiccio del Rotondo. Anch’esso con vette alte più di 2000 metri. Due muraglie che fanno da culla al Niolo. Sono nel cuore della Corsica, una terra che resta nascosta al turismo di massa, che non si trova sulle cartoline dei negozi di souvenir e nelle pubblicità dei social. E questa Corsica è bellissima.
Passo la notte presso un campeggio sulle rive del lago di Calacuccia. La reception si trova presso un vicino benzinaio. Mi accoglie un anziano signore col quale riesco a parlare in italiano. Nel mentre, sta chiacchierando con dei clienti seduti a un vicino tavolo in un linguaggio che, lì per lì, mi sembra un italiano strano che credo non riuscire a capire in quanto troppo stanco e con limitate capacità cognitive. Il che è vero, però dopo un po’ mi accorgo di aver avuto un primo approccio con il dialetto corso.
Mi accampo che sono stanco. In due giorni e mezzo ho già percorso più di 4000 metri di dislivello. Guardo le montagne colorate di rosa dal sole delle 7 di sera e mi lascio abbracciare dal vento che soffia piacevole. Stacco il cervello e respiro a pieni polmoni. Sono incredibilmente fortunato a essere lì, in quel posto, in quell’esatto momento. Poi mi riconnetto e penso che domani pedalerò lungo la spina dorsale della Corsica, un lungo su e giù per le montagne dell’entroterra, senza una vera e propria meta. Vedrò lì sul momento dove e quando fermarmi. Vado a dormire che non vedo l’ora di svegliarmi. Una delle più belle sensazioni che si possano provare.
Il quarto giorno del mio viaggio in Corsica in bici

In Corsica, le strade raramente sono semplici vie di comunicazione. Spesso sono opere ingegneristiche di notevole bellezza. Poco dopo essere ripartito capito su una di esse.
La valle che sto percorrendo si restringe ed entro nel Canyion di A Ruda. La strada che lo attraversa è la Scala di Santa Regina: costruita a fine 1800, prende il nome dalla conformazione particolare delle formazioni rocciose attorno alla strada, che sembrano delle scalinate. La gola è uno stretto e inospitale corridoio di rocce di granito rosso che, percorso col sole ancora basso delle 8 del mattino, assume un aspetto spettrale. I silenzi, come i rari rumori, risuonano amplificati. In basso, il fiume Golo scorre placido. Riesco facile a vedere cosa c’è là sotto dato che alla mia destra ho un burrone pressochè verticale e i parapetti sono ridicolosamente bassi, se non inesistenti.
Nei primi chilometri scendo a velocità di contemplazione. Poi la strada è talmente divertente che prendo velocità e entro nel flow: in brevissimo sono fuori dal canyon. Giro a destra, scavalco il Golo e mi dirigo verso Corte, la storica capitale della Corsica. Percorro una pedalabile salita a un ritmo allegro, sento che a differenza di ieri la gamba gira bene.
La strada sale docile in un paesaggio boscoso, interrotto da qualche sporadico rudere a bordo strada. Su di essi, qualcuno ha voluto ricordare personaggi di spicco del panorama indipendentista Corso e il suo supporto per il FLNC. In realtà una costante da inizio viaggio: penso di non aver visto un muro graffitato per qualcosa che non fosse l’indipendentismo dell’isola. Un tema troppo poco conosciuto qua da noi in Italia, a differenza del ben più pubblicizzato indipendentismo Catalano o Basco. Eppure la Corsica è a un tiro di schioppo dall’Italia e ha a che fare con la nostra penisola ben più di catalani e baschi.

Attraversando Corte, noto diversi indizi che mi fanno pensare che qua i francesi del continente non sono proprio ben visti. Tipo cartelli bilingue in corso e francese con la scritta in francese cancellata con un pennarello. D’altronde Corte, rintanata tra le montagne e ben lontana dalle influenze turistiche delle località marittime, è la sede del gruppo indipendentista “Ghjuventù indipendentista” e l’università porta il nome del “padre della patria” Pasquale Paoli, considerato il capostipite del movimento nazionalista della Corsica.
Corte è anche l’ultima vera città prima di Porto Vecchio, quasi 200 km più avanti. Mi fermo dunque a un Auchan per un po’ di spesa e un po’ di peoplewatching. Con mia poca sorpresa vedo un bel via vai di stranieri in abiti da trekking: Corte, oltre a avere una certa importanza sotto l’aspetto culturale, è anche punto di partenza per alcuni dei migliori escursioni dell’isola.
Riparto lungo una statale piuttosto trafficata, salgo fino al paesino di Venaco e scendo per qualche km. Adesso mi trovo ai piedi della salita più dura di tutto il viaggio: la Bocca di Sorba, 13 km di salita con pendenze fino al 9%. E’ mezzogiorno. Come ieri, il sole è alto, picchia forte e la strada sembra esposta. Come se non bastasse, le prime pendenze sono le più complicate. Ancora una volta penso metro per metro, mi godo il panorama, attraverso un paio di volte una ferrovia (mica facile portare un treno quassù) e il paesino di Vivario. Giungo a un bivio: la statale prosegue a destra, io giro a sinistra. Lì di fianco un tabellone luminoso avverte “ATENTION VIGILANCE ORANGE CANICULE”. Ma non mi interessa, mica conosco il francese.
Dopo il bivio si apre una splendida visuale sul fianco della montagna che devo scalare: davanti a me, in cima, scorgo gli ultimi tornanti e il passo. Mancano ancora 6 km e la strada adesso è di vera montagna: si fa più esposta, ventosa, mi pare di essere ben più in altorispetto ai 1000 metri effettivi. Affronto gli ultimi 4 tornanti – i primi da inizio viaggio, ai corsi a quanto pare non piacciono granchè – e mi trovo davanti il cartello del passo. Bocca di Sorba, 1311 metri sul livello del mare. Penso i 1311 metri più falsi che esistano.
Il sole, il vento, la strada che risale la montagna, la vegetazione che nell’ultimo km si fa sempre più rada, la vista che in vetta si apre, sono tutti indicatori di vera, alta montagna. 1311 metri sono un’altitudine modesta per chi è abituato ai 2000 metri delle Alpi. Ma è davvero l’altitudine a fare la montagna? Questi 1311 metri valgono quanto i 1311 metri di altitudine di un qualsiasi posto in Veneto, in Trentino, in Lombardia? Non lo so. Non penso. Davanti a me una sterminata vallata coperta da una fitta boscaglia. In quel momento, sulla cima della Bocca di Sorba, mi sembra di essere sul trono della Corsica.
Scendo e attraverso il paesino di Ghisoni.

Lungo la discesa mi sale un certo languorino e come per magia compare un tavolino da picnic all’ombra di un alberello. Mangio e mi sale la sete. Noto che dall’altra parte della strada c’è una fontanella. Che fortuna. Riempio gilet idrico e borracce e riparto. Comincio a salire verso il Col de Verde, la strada procede in quella fitta boscaglia che con i suoi giochi di luce-ombra rende tutto un po’ più magico. Lungo le docili pendenze del Col de Verde la sensazione di fatica viene meno.
Le gambe girano da sole. Entro in uno stato di flow che mi accompagna fino alla sommità. Ho percorso già 100 km e 2000 metri di salita, secondo i miei più ottimistici piani mi sarei dovuto fermare là, ma mi sento paurosamente bene, mi sembra di aver cominciato a pedalare 5 minuti fa.
Riempio l’acqua a una fontanella e proseguo. La bici continua a galleggiare sulla strada, sospinta dalle gambe come se pesasse quanto una piuma. Una quindicina di km di leggera discesa e la strada risale ancora, verso il Colle de la Vaccia. Attraverso un paio di villaggetti e mi fermo allo SPAR di un benzinaio per prendere due cose da mangiare per la sera. Mi è venuta una particolare voglia di olive e, guardacaso, le trovo in una confezione di plastica, ottima per essere trasportata nella seatbag.
Riparto che sono le 17 e 30. Il sole comincia a farsi più basso, le ombre si allungano, sono a quasi 2500 metri di dislivello, ma la bici rimane leggera. Procedo così fino all’Auberge presso il quale passerò la notte. Mi accoglie un ragazzo del posto che non parla nessuna lingua che non sia il francese ma con un po’ di google translate e un po’ di italiano riusciamo a capirci. Hanno due dormitori da 4 e 8 posti letto.
Mi aspetto di condividere la camerata con qualcuno, magari col quale scambiare due parole. Sono 4 giorni che non ho una vera conversazione con un essere umano. Entro e non c’è l’ombra di nessuno. Mi faccio la doccia e torno fuori per bermi una Pietra all’ombra del dehors fuori dall’Auberge. Poi vado a sedermi su un muretto lì vicino. Sono le 19 e davanti a me il sole si sta abbassando dietro alle montagne.
Il silenzio è interrotto solo da un furgoncino che sta risalendo la strada a tornanti sotto di me. Tiro fuori posate, olive, sardine e noccioline. Inizio a banchettare. Carlo Cracco, scusami, ma una cena migliore di questa non me la potrai mai preparare. Penso che domani a quest’ora mi starò accampando per passare l’ultima notte in terra Corsa. Mi sale un po’ di nostalgia, che scaccio subito via. Adesso non è il momento. Adesso è il momento di gustarmi queste noccioline corse.
Il quinto giorno di viaggio

Per la prima volta mi trovo a fare una bella colazione completa seduto a un tavolo. Pane, marmellata fatta in casa, burro dolce e salato (tanta roba quest’ultimo), succo, una focaccia al miele, cappuccino. Mi godo la tranquillità del Col de la Vaccia ancora un po’ e poi vado alla ricerca di qualcuno per pagare.
La sera prima il ragazzo con cui avevo “parlato” mi aveva fatto capire che avrei potuto pagare la mattina successiva. Peccato che in giro sono spariti tutti. Dopo un po’ trovo una ragazza ma pure lei parla solo la lingua locale. Io nel frattempo qualche parola l’ho imparata: le dico dormitoire, une biere, e riusciamo a capirci. Alle 9 sono in strada, direzione Col de l’Ospedale, Porto Vecchio e Bonifacio.
Pedalo prima in discesa, poi in salita, sempre in zone boscose. A differenza di ieri attraverso molti paesi: Aullena, Serra di Scopamene, Quenza. Sullo sfondo intravedo le Aiguilles de Bavella, guglie rocciose che ricordano il profilo delle Dolomiti del Triveneto. A Zonza tengo la sinistra seguendo i cartelli per l’Ospedale.
Incrocio parecchi ciclisti che stanno percorrendo la strada in senso inverso. Probabilmente provengono dalla pianura sottostante, distante soltanto qualche decina di chilometri, e stanno approfittando delle fresche ore mattutine. Il sole si sente poco ed è un piacere pedalare all’ombra degli alberi.
Però tutte le cose belle sono destinate a finire e superata la diga dell’Ospedale mi trovo affacciato sulla punta sud della Corsica: sotto di me noto distintamente il Golfo di Porto Vecchio e poco altro, perchè il resto della pianura è avvolto da una foschia di umidità poco invitante. Comincio a abituarmi all’idea che là sotto morirò di caldo ma pazienza: tempo un paio d’ore e sarò in spiaggia a riposarmi.
Dalla cima del Col de l’Ospedale mi lascio alle spalle le meravigliose montagne della Corsica e ridiscendo per l’ultima volta verso il mare. Metro dopo metro, sento che la strada sprigiona sempre più calore. Giunto in pianura inizio ad avvertire delle vampate bollenti scottarmi la faccia. Un caldo del genere l’avevo provato soltanto un anno prima, nei dintorni di Pachino, nei pressi della punta sud della Sicilia. Avevo poca acqua con me e per poco ci rimanevo secco. Ora, ben più attrezzato, mi attacco alla camel bag e cerco di tenermi idratato il più possibile.
A Porto Vecchio l’unico supermercato raggiungibile senza grosse deviazioni è interamente al sole. Parcheggio la bici alla mercè dei suoi raggi e quando ci risalgo devo mettere i guanti, che altrimenti mi scotto le mani ad appoggiarle sulle manopole.
Vado nella zona del porto per cercare un punto ombreggiato dove fare picnic. Trovo un piccolo prato proprio davanti all’attracco degli yacht. C’è un cartello, indica “Pelouse interdite” e sotto una frase in corso. Non ho voglia di controllarne il significato, immagino significhi qualcosa del tipo “vietato agli animali” e io, non rientrando nel target, mi ci piazzo.
Dopo una decina di minuti passano due ragazzi della polizia portuale, mi guardano di traverso, uno si avvicina e uno indica il cartello parlandomi in francese. Io, un po’ perplesso, gli dico qualcosa in inglese tipo “all good?”. Vengo fulminato da uno sguardo misto scoramento, disprezzo e pietà. Il poliziotto mi dice qualcos’altro misto inglese-francese che non capisco benissimo, ma capisco che mi sta dicendo che non posso star lì.
Gli rispondo che non c’è nessun cartello che me lo vieta. Poi mi viene il dubbio e gli chiedo “The sign is for animals, right?”. Mi viene restituita un’altra risposta in anglo-francese che non capisco. Nel dubbio, chiedo se mi devo spostare o posso star lì. Il poliziotto si trova davanti un poveraccio dall’aspetto probabilmente piuttosto trasandato con un panino da 300 grammi in mano, un sacchetto di patatine, un te alla pesca e una coca cola aperti davanti a se, mezzo sdraiato, e visibilmente scosso dalla sola idea di dover abbandonare l’unico metro quadrato di ombra nell’arco di chissà quanti km. Mi fa che posso finire di mangiare, ma che poi mi devo spostare.
Lo ringrazio e vado a cercare che significa “pelouse interdite”.
“Vietato calpestare il prato”.
Mannaggia.

La ripartenza è tragica. Sono le ore 14, il Garmin segna 45 gradi e devo attraversare la torrida pianura del sud della Corsica per raggiungere la zona costiera dove voglio passare il resto della giornata. Ho 30 km da percorrere. Un’orettina e mezza normalmente basta e avanza, ma sono cotto e sui due saliscendi da fare non la muovo.
Ora i gradi sono 44 e il poco vento che c’è sembra provenire da un forno. A metà strada passo dal paese di Figari. C’è uno SPAR e mi ci fermo più che volentieri. Prendo il cibo per sera e mattina e qualcosa come 5 litri di liquidi tra acqua, te alla pesca, te all’aloe, fanta, oransoda, una bibita strana al mate e una redbull.
Mi ricordo distintamente quel momento perché non ho mai preso così tanta roba da bere, e non ne ho mai bevuta così tanta in un sol colpo. Ma oh, siamo al 12 di agosto, sono le 2 e mezza del pomeriggio e mi trovo in Corsica. Me l’aspettavo che sarebbe successo. Mi faccio forza pensando che tra una mezz’oretta sarò a mollo.

E dopo una mezz’oretta o poco più mi trovo per l’appunto a mollo. Sono giunto in una delle zone costiere più selvagge della Corsica, a ovest di Bonifacio. Un alternarsi di spiagge sabbiose e calette di roccia e sassi. Passo il pomeriggio in spiaggia per cercare di mitigare l’abbronzatura bicolore maturata negli ultimi giorni – con scarsi risultati.

Quando il sole comincia ad abbassarsi, mi sposto in cerca di uno spot dove piazzare la tenda.
Trovo una caletta che fa al caso mio. Sta cominciando a salire un bel vento, dunque rendo più stabile la tenda utilizzando qualche sasso. Gonfio materassino e cuscino e mi arrampico sugli scogli per cenare con un’ottima insalata di tonno gustandomi un sole rosso fuoco scendere piano piano al di là del mare.
Nel frattempo, nei pressi della caletta affianco alla mia arriva un’enorme jeep. Scende una famiglia di 5: mamma, papà, le 2 figlie più grandi e il figlio più piccolo. Sistemano sedie e tavolo per una cena con vista. Guardo la scena con curiosità. Vedo un mastodontico fuoristrada che ha percorso un paio di km all’interno di una zona protetta su sentieri vietati ai veicoli a motore. Pure qua arrivano, che palle…
Però vedo anche una famiglia che ha scelto di passare assieme una cena ammirando uno degli spettacoli più belli che esistano e che no, non viene trasmesso dalla televisione. Certo, arrivarci con un 4×4 non è proprio la maniera più delicata che esista. Ma il fine è rispettabile e condivisibile. E poi, d’altronde, li sto guardando con gli occhi di un tizio che ha passato i 5 giorni precedenti col culo su un sellino muovendosi solo con la forza delle proprie gambe. Anche non volendolo, forse sono diventato un po’ estremista. Per deformazione professionale.

Poi i pensieri scappano da tutt’altra parte. Mi perdo tra il ricordo del primo frenetico giorno passato tra treno, traghetto e bici, i clacson di Bastia, la quiete interiore del convento abbandonato. E poi l’isolotto color ocra di Ile-Rousse, le strade a picco sul mare, le calette, i calanchi, i maiali selvatici, le mucche, i canistrelli, il migliacciu, la Pietra, le Baignades del Golo, i colli e le bocche, i canyon e i calanchi, i cartelli in lingua corsa, le scritte in francese cancellate, il dialetto che sembra italiano, l’irredentismo che trasuda da ogni muro, ogni roccia, ogni albero dell’isola.
Entro in tenda con un mix di pensieri che mi frullano nella testa, ma sono stanco e non faccio troppa fatica a prendere sonno. Oltre al mio respiro, solo il suono delle onde che sbattono contro gli scogli 2 metri più avanti.
Il giorno dopo copro i 10 km per Bonifacio in dormiveglia. Arrivo a Bonifacio quasi senza rendermene conto. Avevo poco cibo per colazione, ho fame e ne approfitto per un’ultima spesa corsa. Nello SPAR risuona un brano dei Diana di l’Alba:
Noi canteremu sta nova canzona
Tutta la ghjente la devi amparà
E cumbattimu u ré di i burboni
A tarra hé nostra un s’hà da tuccà
Esco e mi dirigo verso il porto. Un’ora e mezza dopo arriva il traghetto che stavo aspettando. Fa la spola tra Bonifacio e Santa Teresa Gallura ed è pieno zeppo di turisti pronti a farsi una giornata in Corsica. Gli addetti cominciano a farli scendere. Chi è a piedi esce subito, ma le macchine sono tante e, inevitabilmente, si crea una lunga e lenta coda. Non vedo nessuno in bici.

Vedo però che il finestrino dell’auto accanto a me si abbassa. Un ragazzo mi chiede, incuriosito: “che giro fai in Sardegna”? Io sussulto: è la prima volta da quando sono partito che qualcuno mi rivolge la parola non per lavoro, spinto dalla curiosità. Gli rispondo che la voglio girare tutta. Mi aspettano ancora 10 giorni di bici. Voglio scendere a Cagliari passando da ovest per poi risalire verso la Corsa Smeralda da est, tramite il Gennargentu. Lui mi fa: “Grande! Anch’io ho fatto qualche viaggio. Un anno fa sono stato in Marocco” “Atlante?” “Sì, bellissimo”. La coda di auto si smuove e riparte. Ci salutiamo al volo.
Io mi imbarco tra i primi e mi scelgo un comodo posto ombreggiato per guardare le falesie di Bonifacio farsi sempre più lontane sullo sfondo. Sono ormai a qualche km di distanza dalla Corsica e mi assopisco. Tanto, con la tecnologia moderna, la traversata delle Bocche di Bonifacio non è nulla di che. Ci sono cose ben più pericolose. Tipo, dire a un cittadino corso che la Corsica è un semplice dipartimento francese buono solo per passarci le ferie estive poltrendo in spiaggia.
Omu si nasce ribellu si more
Ma sin’a l’ultima avemu a sparà
E si murimu purtate ci un fiore
E una preghiera per ‘ssa liberta















Bravo. Io l’ ho girata in perimetro Bastia to Bastia,7 giorni :settembre-ottobre 2016. Mi ricordo il “dito”, prima tappa di 120 km, divisa in semi-tappa per rifocillarmi a Cape Nord, davanti al faro…(feci i primi 60 km costieri con un solo caffé ristretto in corpo, tanta era la serotonina che mi avrebbe accompagnato durante il viaggio) Arrivai a St Florent, poi Calvi, Porto Pollo, Ajaccio, Propiano, Bonifacio, Alenzara ed infine Bastia.
Oltre alla bellezza dei panorami, tra calanchi e calette, strade ben tenute, toilette con docce pubbliche e una pulizia generale… colpisce ancora di più la giovialità dei Corsi e di chiunque sia in transito: generalmente non chiedono documenti al check in nei campeggi, per poi non farsi trovare alla reception al check out – trovi facilmente tavole ancora apparecchiate dai camperisti, ormai in branda, alla mercé degli affamati-scrocconi – cortesia e chiacchere in italocorso a chiunque chiedi consigli/informazioni(fá eccezione un gestore italiano di un campeggio nei pressi di Bonifacio che non mi permise di passarvi una notte in sacco a pelo… guarda caso dovetti ricredermi sistemandomi su un divanetto all’ interno di una veranda posta di fronte al bar di proprietà, dove all’ alba venni svegliato con un sorriso e un bonjour dalla titolare) – incontri casuali che si trasformano in amicizia istantanea – poca polizia(non mi ricordo di aver visto un agente in tutto il viaggio)
Insomma, ci sarebbero tante altre cose, dettagli a definire la Corsica, una terra che merita di essere visitata e magari poi dove stabilirsi
vai troppo veloce. sembri di corsa..da milanese. la bici è un viaggio lento. la Corsica è fatta di profumi di eucalipto salumi e formaggi di maialini neri ..il porcu che dopo ogni tornante rischiano di farti finire per terra.
grazie per avermi riportato nella mia amata Corsica. nei primi anni ottanta l ho girata in sella ad un ” cancello ” di ferro con un 42 x 28 come rapporto più agevole. sono andato in pensione con il proposito di tornare ma …
chissà 0
Sono un nuovo iscritto e questo è il primo articolo che leggo: non potevo capitarmi di meglio! Complimenti per il tuo racconto, molto coinvolgente e piacevole da leggere! Lo salvo perché non si sa mai…!!!😉
Bellissimo. Me lo sono appena divorato questo “diario di viaggio” perché ho la Corsica in obiettivo da un paio di anni. L’avevo girata in moto 13 anni fa e ne conservo un ricordo stupendo. Complimenti. È stato un piacere leggerti… 🙂🙃