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La memoria di Bartali non va dimenticata

News, Rubriche e opinioni • di 30 gennaio 2017

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Trovarlo non è facile, le indicazioni per chi da Firenze vuole raggiungere il museo del ciclismo dedicato a Gino Bartali di Ponte a Ema sono piuttosto scarne: la struttura si trova proprio dirimpetto alla casa natale dell’indimenticato corridore ma la sua fruibilità è ridotta a sole 12 ore a settimana e i cimeli contenuti all’interno dello spazio espositivo non versano in buone condizioni. Il piano di rilancio promesso dal Comune di Firenze – che lo gestisce da ottobre 2015 – non è mai partito e a portare avanti la memoria storica legata alla figura e alle imprese ciclistiche di Ginettaccio ci pensa il volontariato dei soci dell’Associazione degli Amici del Museo del Ciclismo “Gino Bartali”.

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Visitare il museo nella Giornata della Memoria, il 27 gennaio, vuol dire incontrare due classi elementari di una scuola di Greve in Chianti con bambini di 9 anni che guardano meravigliati le decine di bici presenti nella sala illuminata a giorno: non solo quelle appartenute a Bartali, ma anche tante due ruote che sono state donate da ex ciclisti professionisti o da semplici appassionati per valorizzare la consistenza dell’esposizione. E la storia si mescola con la Storia quando si ripercorrono le gesta del Bartali-eroe, che pedalando trasportava documenti falsi per consentire agli ebrei perseguitati dal nazifascismo di sfuggire alla deportazione nei campi di concentramento.

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Il museo, inaugurato nel 2006, versa oggi in condizioni difficili e tutti i materiali esposti avrebbero bisogno di manutenzione: sotto teca ci sono solo alcuni pezzi appartenuti a Bartali così come i trofei, ma molti cimeli non sono adeguatamente valorizzati. Nella sala espositiva non hanno trovato spazio decine di donazioni che giacciono a piano terra, accanto al garage, in una sorta di scantinato freddo e illuminato con luci al neon: si tratta di bici d’epoca che presentano chiari i segni del tempo ma anche dell’incuria dovuta a una non corretta conservazione, con punti di ruggine che attaccano i telai e le cromature, movimenti centrali bloccati, ingranaggi grippati e tubolari a terra.

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Oltre alla grande sala espositiva c’è anche una piccola saletta dove viene proiettato un documentario che narra la vita, o meglio le vite, di Bartali: immagini in bassa definizione e su supporti obsoleti, con un audio appena udibile. Le raccolte di articoli di giornale sono consultabili in formato cartaceo e le prime pagine storiche sono raccolte in apposite teche-espositive da sfogliare. Intanto la raccolta di firme per salvare il museo del ciclismo lanciata negli scorsi mesi online e pubblicizzata sui social network dalla nipote di Gino, Lisa Bartali, ha raccolto circa 650 adesioni: ora si attende il passaggio per Ponte a Ema del Giro d’Italia, che quest’anno compie cent’anni, per attirare l’attenzione sul museo e cercare di risollevarne le sorti.

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“Siamo stanchi di aspettare e di veder gestire male il nostro patrimonio”, dice Andrea Bresci – presidente dell’Associazione Amici del Museo del Ciclismo “Gino Bartali”. L’attuale gestione da parte del Comune di Firenze non sta dando buoni frutti: “l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare” avrebbe detto schiettamente Gino. Intanto il progetto è ripartire dai ragazzi, coinvolgendo maggiormente le scuole del circondario. Andrebbero rivisti e ampliati anche gli orari di apertura: la memoria di Bartali non va dimenticata, ma ricordata giorno per giorno.

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