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Viaggio in bicicletta tra Reatino e Abruzzo (2/2) – Dal lago del Turano ad Avezzano

Diari • di 16 Ottobre 2012

Viaggio in Bicicletta tra Reatino e Abruzzo (1/2) – da Roma al Lago del Turano

15/6/12 LAGO DEL TURANO – VALLE CUPOLA – LAGO DEL SALTO – PESCOROCCHIANO – MAGLIANO DEI MARSI – FORME

Tratto dalla raccolta di viaggi: Abbondanti dozzinali

Il titolo può sembrare strano, ed è volutamente grottesco, nasce da un gioco di amici che auto-ironizzava sulla nostra scarsa organizzazione dei primi viaggi, sulla scarsa preparazione fisica, su tutto-ciò-che-non-è-romanzato.
E questo è anche un po’ il taglio della narrazione dei miei diari: grottesco, surreale, ironico, con un occhio disincantato sempre teso al lato antropologico dei posti visitati…

bici-lago-salto

All’alba, il suono che ci riporta alla realtà è il campanaccio di qualche bovino in transito sulla statale. Dopo una colazione dal gentilissimo signore della gelateria, compiamo alcune operazioni strettamente preliminari e funzionali alla partenza: riempire le borracce, cercare informazioni sul percorso di oggi, svuotare i nostri involucri. Quest’ultima fase viene espletata nel gabbiotto posteriore del bar della sera prima, dove mi accaparro una certa quantità di scottex che ci sarà utile nei giorni a venire.
Un bifolco locale sceso da una jeep ci vede preparare le bici alla partenza davanti al bar, e ci fa una specie di incuriosito terzo grado, forse con un filo di invidia; un addetto del Parco Regionale, invece, ci regala un’utilissima cartina della zona.

Lasciamo così il lago, e la punizione immediata è lo scontro repentino con una durissima salita. Federico nota una coltivazione di papaveri da oppio.
Mentre tutto intorno a noi è solo caldo, tornanti e sudore, il colore ceruleo del lago sotto di noi si fa sempre più lontano; guadagnato il valico, la strada in discesa si fa dissestata. Ci fermiamo in prossimità di un vecchio furgone Volkswagen, dove scambiamo qualche parola con un simpatico botanico sulla quarantina, intento a effettuare rilevamenti sulle piante e le erbe di un pascolo a bordo strada.

Ragazzi, se avete occasione andateci a Monte Cervia, a parte il fatto che in cima ci devono mettere per forza ‘ste crocione enormi, un po’ come avviene su tutti i monti d’Italia” Sgranando gli occhi chiarissimi all’interno del viso vivace, ci racconta del suo furgone, acquistato in Germania a poco e sistemato pezzo per pezzo.
Proseguiamo.

bici-reatino

Valle Cupola – è un paesino in uno stato di abbandono decisamente affascinante – cani che abbaiano ai pochi passanti, con le loro proteste lasciate a sé stesse, case rette con lo sputo che si insinuano nelle pieghe nei monti, tetti rimediati con pezzi di lamiera e pietre antiche.
Mentre riempiamo per l’ennesima volta le borracce a una fonte, ci avvicina una simpatica vecchietta:
A voi come ve và di andare in bicicletta? Io faccio fatica a piedi!
Indicando la sua busta, Federico le chiede cosa abbia raccolto, lei ride e dice “pantofole!”
Ma mica crescono sugli alberi“, dico io, allorché lei replica divertita “Ma per quello c’è l’albero degli zoccoli, ve lo ricordate, sì?
Certamente, signora!
Ovviamente non sappiamo di cosa stia parlando.

Lago del Salto – celeste e inaccessibile. Accaldati dai chilometri e bramosi di un tuffo, troviamo finalmente un sentiero per la spiaggia, nonostante un pescatore presente sulle sponde tenti invano di dissuaderci dai nostri propositi: forse preoccupato dal fatto che gli spaventiamo i pesci, usa delle scuse inutili del tipo “ragazzi, devono venire altri tre pescatori, non vi conviene stare qui… voi però fate come volete“.
Estasi delle acque rinfrescanti, pesci che schizzano ovunque. Lungo il sentiero, la carcassa di una Fiat 127 mangiata dalla ruggine e dal bosco. È semisepolta dal terriccio umido, dai fiori e dai rifiuti.
Il sole picchia, uscendo dal lago riportiamo le prime bruciature.

Pace – Dopo esserci rivelati inutili ai bisogni di due fanciulle coatte in Smart, che ci chiedono da di cambiare una banconota da dieci euro, cominciamo a erodere i cinque ombrosi chilometri di salita che ci separano dal paesino di Pace. Quello che sembra essere proprio il sindaco del borgo, impegnato attivamente nel cantiere di ristrutturazione della facciata del duomo, vanta le bellezze di casa sua, pare quasi giustificarsi del fatto che non c’è una fontanella in piazza centrale, asserendo però che “la stanno sostituendo con una nuova”.
Veniamo in Pace e facciamo provviste presso un furgone di generi alimentari, sembra uno spaccio viveri in un contesto di guerra. Dall’interno del vano di carico, il baffuto contadino dispensa frutta e pacchi di pasta alle vecchie. Federico si lamenta con lui dei prezzi alti.

bici-rocca-di-mezzo

Pescorocchiano – Ancora un po’ di salita, e scivoliamo con leggerezza fino a Pescorocchiano. A un crocevia, ci attende una sosta presso un bar di balordi alcolisti; notiamo la totale assenza di esemplari femmina tra gli avventori; al bar ci danno un cazzotto (ovvero un panino tondo imbottito, come lo chiamano lì) e indicazioni.
Federico non è soddisfatto del cazzotto, così si ferma a comprare pizza e pane in un forno poco distante. Mentre lo aspetto fuori con le bici, sento un vecchio lamentarsi a gran voce mentre rifà uno steccato insieme a un operaio, probabilmente riferendosi a un suo ex-aiutante: “Credesse che viene a lavorà a spasso? Ma vafangulo! E io che ce regalavo pure le cose!

Poi, guardando noi e le nostre bici cariche: “A me, se me chiedono de fa’ ‘na girata in bici, ce dico che sei scemo, io me faccio fatica pure col furgone!” Ride, e continua a martellare.
Il pranzo a base di cazzotti, parmigiano e frutta lo consumiamo in un prato arato, mantenendo una certa discrezione nei confronti dei trattori e altri mezzi agricoli in transito nello sterrato accanto.
Ristorati e ripartiti, decidiamo di seguire un consiglio ricevuto a Pescorocchiano, e di prendere una stradina “che allunga un po’, ma passa per vari paesi”. La strada è bella e infame, e ci ritroviamo in una discesa sterrata piena di sassi, al termine della quale Federico fora la ruota posteriore. Ore di luce preziose scivolano via tra pompa e cacciagomme.

Magliano dei Marsi – Cominciamo a renderci conto che l’obiettivo di arrivare a Rocca di Mezzo in serata si sta affievolendo insieme alla luce del tardo pomeriggio che filtra nella vallata, così ci lanciamo in un veloce rettilineo diretti verso la piana del Fucino, e con ritmo serrato passiamo il confine abruzzese.
I dieci e più chilometri di salita da Celano a Ovindoli che ci separano da Rocca di Mezzo non sono più affrontabili in giornata, quindi l’obiettivo diventa quello di arrivare a Magliano dei Marsi in tempo per l’ultima corriera, dove è possibile caricare le bici.

Guadagniamo il paese con pedalata rabbiosa.
Ma inutile.
L’ultima corriera è partita da almeno un’ora, e mancano pochi minuti alle otto.
Mettiamo per qualche istante i polmoni su una panchina, cercando di non cedere all’apatia del fallito obiettivo; poi decidiamo di puntare verso i paesini di Forme e Santa Iona, ai piedi dei monti, alla ricerca di un posto tranquillo dove dormire o di un camioncino da fermare per caricare le bici.

Intanto, il sole annega al di là delle cime circostanti, dietro di noi, il Velino è sempre di fianco, e si tinge di una luce polverosa. Alba fucens e il suo anfiteatro sono dall’altro lato della strada, e per un attimo pensiamo di accamparci nel suo anfiteatro. Il problema di dormire all’addiaccio, rispetto a ieri, è che oggi siamo a poco più di mille metri, non abbiamo una tenda, e in zona ci sono parecchi cani selvatici.
Cerchiamo ospitalità in una villetta: chiediamo un letto o un garage, in cambio ci offrono una birra o un passaggio in macchina, senza bici. Gentili, a modo loro.

rieti-bici

Forme – entriamo dentro Forme che già imbrunisce, chiediamo informazioni a un bar. La casa parrocchiale è “piena per via di un’esposizione”; la stanchezza si fa sentire, e ci fermiamo sui gradini di una chiesa per cenare, attorniati da una decina di bambini che urlano e si inseguono tra loro. Troviamo porte chiuse e gente comprensibilmente diffidente. Un cane ci ringhia.

Verso le dieci di sera, poi, ci suggeriscono di chiedere del “figlio di Natalino, che ha molti appartamenti a Forme”; quando facciamo il suo nome al bar di prima, ci mandano all’Associazione Culturale “I Grifoni”, un paio di isolati più in là.
Comincia così una surreale scena da far west, coi due gringos sporchi e venuti da lontano che entrano in un saloon di gente che non ama i forestieri.
La tua faccia non mi piace, straniero“, sembrano dire quando gli chiediamo un posto per dormire. Federico insiste, cerca il dialogo. Io sono annichilito dai chilometri anche per dire solo una parola.

– Che cosa siete?
– Un’associazione culturale.
– E che fate, di culturale?
– Organizziamo cose, beviamo birra.

I ragazzi ci spiegano che per loro è un problema lasciare nello stabile che nemmeno appartiene a loro due perfetti sconosciuti. Uno di essi è più malleabile e mostra i primi segni di cedimento, l’altro pare voler metterci alla prova, passare un po’ di tempo con noi prima di lasciarci l’associazione a disposizione.
Sono le undici passate, e sediamo su due sedie di plastica assieme a una quindicina di frequentatori abituali dell’associazione, siamo bruciati dal sole e dal sudore e inebetiti dalla stanchezza, nonché incapaci di condurre un qualsivoglia discorso ragionevole. Ci limitiamo così ad assistere allo spettacolo grottesco di figure che si muovono, bevono e ridono in dialetto, commentando le pubblicità dei programmi e i risultati degli Europei.

“Che dici, li chiudiamo dentro, così stiamo tranquilli?”
“Dai, per me non ci sono problemi”
Pare che le cose si mettano bene.
“Ragazzi, non è per cattiveria, ma mettetevi nei nostri panni, qui niente è nostro, non vi conosciamo…”
“Se volete vi possiamo lasciare i documenti“, dice Federico con candore.

Non vogliono i documenti, né ci chiudono dentro come dicevano. Ci offrono una birra. Federico la accetta, ma non riesce a finirla.
Rimasti soli, mettiamo le bici dentro, buttiamo sul pavimento materassini e sacchi a pelo e crolliamo sul parquet.

bici-campagna

16/6/12 FORME – CELANO – OVINDOLI – ROCCA DI MEZZO – AVEZZANO

Ripartiamo col fresco del mattino, la notte di ieri e i cani randagi che abbaiano sono fantasmi lontani.
Andiamo a recuperare il cellulare lasciato a caricare la sera prima in un ristorante, e ci offrono il caffè. Evidentemente i ragazzi con la bici che non trovano posto per dormire in paese hanno suscitato un qualche moto di pietà retroattiva.

In modo stupido e idealista, mi dico che non posso abbandonare Federico prima della salitona di Ovindoli: per di più, voglio tornare a Rocca di Mezzo, una meta ideale e pregna di significato è fondamentale per concludere il viaggio. Decido quindi di farmi la salita con lui fino a casa sua, di restare una mezzora e tornare giù a valle per prendere il treno da Avezzano.
Nonostante la ferocia dei tornanti, dominiamo la pendenza e nel giro di un’ora e qualcosa la cima è nostra. Dopo gli abeti di Ovindoli, si apre la distesa ventosa dell’Altopiano delle Rocche, e il placido corso delle nostre bici assume il centro di un mondo alto e in perenne movimento.
Facciamo spesa in un minimarket a Rovere, il “più economico dell’altopiano”. Federico constata che è effettivamente così.
Ultimi due chilometri in leggera discesa verso Rocca, ed è missione compiuta.

Si festeggia con un pranzo a base di pane, olio, sale e fagiuoli. Le vecchie abitudini sono le più vecchie a morire.
Dunque, il regionale per Roma parte da Avezzano alle 13 in punto. Si tratta di coprire 30 chilometri circa, i primi 6 in salita-pianura, discesa giù fino al Fucino, gli ultimi 8/9 di pianura. Parto circa dieci minuti prima di mezzogiorno, sotto il blando sole dei 1.400 metri di quota.
Il resto è vento nelle orecchie e gomma dei freni incandescente. E un trattore che mi rallenta la discesa per un paio di chilometri, fino a quando trovo un rettilineo per sorpassarlo.
Arrivo ad Avezzano alle 13.03.
Oggi le FFSS sono in perfetto orario.







4 Risposte a Viaggio in bicicletta tra Reatino e Abruzzo (2/2) – Dal lago del Turano ad Avezzano

  1. Stefania Ferrazzi ha detto:

    L’Albero degli Zoccoli è un film di Ermanno Olmi… E’ la storia di un padre povero che abbatte un albero per fare gli zoccoli di legno al figlio con il tronco.

  2. Claudio ha detto:

    Uh, grazie Stefania!
    Qui l’ignoranza cinematografica regna sovrana :)
    La prossima volta che ripasso di lì potrò dire alla signora un sì con cognizione di causa!
    C.

  3. Stefania Ferrazzi ha detto:

    Prego! mi sembrava doveroso rispondere ;)

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