Marocco in bicicletta

26 Settembre 2013

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10/09/2012 Ait Ourir – Telouet – 96 km

Abbiamo scelto di iniziare il nostro viaggio dal piccolo villaggio di Ait Ourir, sia perchè l’aereo atterrava di sera e sia perchè non ci piaveva l’idea di iniziare a pedalare nel traffico della periferia di Marrakech. Quindi abbiamo contrattato un taxi che ci ha portato noi e le nostre bici a circa 50 km oltre Marrakech.

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Arriviamo ad un hotel sulla strada, montiamo le bici prima di cena, mangiamo e quindi per le 11,00 andiamo a dormire.
Sulla carta questa doveva essere la tappa più dura e difficile, avevamo il passo Col de Thicka da attraversare e il dislivello che superava i 2000 metri.
Siamo partiti intorno alle 9,30, anche se in tutto il viaggio, né noi né i marocchini abbiamo capito che ore fossero esattamente per via di un’ora legale introdotta da poco.
L’andatura è stata molto leggera con Fabio che impostava il ritmo di salita: il giusto equilibrio che si deve avere in un cicloviaggio senza ossessioni sportive competitive. La salita è stata lunghissima ma mai troppo ripida e faticosa.
Ad un primo passo a quota 1650 mt ci siamo fermati per un primo tè alla menta, dei marocchini ci offrono del pane che riceviamo con gratitudine.
Lungo il percorso abbiamo ricevuto calorosi incitamenti da parte della gente e questo ci dava la carica per affrontare la salita, che ci siamo goduti metro per metro. Arriviamo al passo, a quota 2260 metri che era già pomeriggio avanzato.

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A dire il vero il passo non è granché rispetto alla salita vera e propria che offre un paesaggio non indifferente.
Una volta scesi dal passo la route-map del viaggio prevedeva la discesa lungo la strada nazionale N9, ma la guida parlava di una strada alternativa, più piccola ma molto suggestiva che si ricongiungeva alla N9 dopo circa 70 km, l’unico dubbio era che parlava di pista e non di strada asfaltata. Quindi ci ritroviamo al bivio con Sandro che voleva fare questa strada, Massimo proseguire per la N9 e Fabio che faceva da ago della bilancia, qui c’era anche un venditore ambulante che ci ha rassicurato del fatto che era tutto asfalto. Alla fine Fabio, soprattutto per sfuggire all’insistenze del venditore ha scelto d’impeto per la deviazione: mai scelta fu più azzeccata. La stradina non era quasi per niente trafficata e la natura veramente suggestiva, ma il meglio doveva venire il giorno dopo.

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Dopo circa venti km arriviamo al villaggio di Telouet dove prendiamo un piccolo albergo tra le case di fango, suggerito da un marocchino che parlava italiano.

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Ceniamo divinamente, con il miglior Tajin del viaggio, in un ristorante nella strada principale.

11/09/2012 Telouet – Ouarzazate 88 km

Partiamo, dopo aver fatto colazione e il carico di acqua, non sapendo bene cosa ci aspettava lungo il cammino. In effetti eravamo un po’ scettici delle rassicurazioni dei marocchini riguardo alla condizione della strada fino a Ait Benhaddou, ma alla fine abbiamo constatato che avevano ragione.
La tappa sulla carta era molto semplice con lunghi tratti in discesa, infatti da 1800 mt di altitudine dovevamo scendere fino a quota 1140 mt di Ouarzazate, ma abbiamo impiegato molto tempo per percorrerla: ci siamo fermati in continuazione per fare foto, video o semplicemente per apprezzare il paesaggio stupendo.

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I primi venti chilometri circa sono stati caratterizzati da un paesaggio roccioso spettacolare, con calanchi di roccia dai diversi colori, rocce dalla forma bizzarra e alberi di un verde lucente.

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La strada a tratti era sterrata, ma fattibilissima con le nostre bici, non passava nessuna auto e non si attraversavano villaggi.

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Dopodiché la presenza di un fiume fa sorgere un canyon pieno di vita vegetale che contrasta con l’arido delle rocce. L’acqua crea vita e qui incontriamo numerosi villaggi con delle Kasbah antichissime: è un susseguirsi di roccia, verde e vecchi edifici fatti perlopiù di fango.

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Qui dopo una lunga e tortuosa discesa incontriamo una coppia di cicloturisti olandesi.
L’ultima Kasbah di questo lungo percorso è la famosa città fortificata di Ait Benhaddou, conosciuta soprattutto per essere stato usato come teatro di posa di numerosi film da Lawrence d’Arabia, al Tè nel deserto fino al Gladiatore.

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Ora questa Ksar completamente restaurata è sotto il patrimonio dell’Unesco. Mangiamo in un ristorante lungo la strada e il cameriere si offre come guida per visitare la città, lasciamo le bici nella sala del ristorante. La città merita molto per la sua bellezza, pero è troppo turistica in confronto alle altre Kasbah incontrate lungo il cammino che sono rimaste in stato di naturale invecchiamento e fatiscenza.

Dopo la visita, nel pomeriggio riprendiamo il cammino verso Ouarzazate, il paesaggio si fa meno interessate, soprattutto quando riprendiamo la N9. Nel pomeriggio avanzato entriamo nella caotica periferia della città e dopo un po’ di ricerche finiamo in un bellissimo Riad, in una zona isolata. Qui ceniamo e ci riposiamo al fresco delle sue piante.

12/09/2012 Ouarzazate – Tansikhte 103 km

I due olandesi cicloviaggiatori conosciuti il giorno prima, ci avevano avvisato “da Ourzazate in poi non c’è nulla per almeno 40 km”.

Considerando la stagione e il caldo, le persone che usano un po’ di logica farebbero tesoro di questa informazione caricandosi delle scorte di acqua sufficienti nelle bisacce, oltre a quelle che normalmente stipiamo nelle due borracce montate sulla bici, ma noi siamo uomini d’istinto, quasi animali ed eccitati d’iniziare il prima possibile la tappa odierna partiamo senza pensare.

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Cosicché, dopo circa una trentina di km finiamo tutti l’ultimo goccio d’acqua e siamo costretti a chiederla ad una jeep di passaggio.

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Il nostro salvatore è anche un organizzatore di escursioni nel deserto con base a H’Mamid, la nostra destinazione per questa prima parte di viaggio. Ci siamo promessi di andare a trovarlo fra tre giorni.

Comunque il paesaggio è diventato molto interessante, fatto di pietra dal color rosso bruno, pochissima vegetazione e alcuni rilievi rocciosi molto suggestivi. La strada disegna delle linee dritte e quando ci sono le salite comincia a curvare con dei bei tornanti.

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Finalmente all’orizzonte si vede un piccolo paese prima della salita verso un passo che dobbiamo affrontare. Ci fermiamo al primo bar che vediamo ordinando subito 3 bottiglie da un litro e mezzo che ci scoliamo all’istante e del rinfrescante tè alla menta.

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Poi altre 3 bottiglie per rimpinguare le nostre riserve da viaggio. La strada verso il passo sale con un unico tornante deciso e pendenze mai esagerate, in poco tempo arriviamo a quota 1650 mt. Quando si sale un passo c’è sempre la curiosità di vedere cosa c’è dall’altra parte e questa volta il paesaggio cambia ancora.

La roccia diventa più chiara e dà su l’ocra, il territorio si fa più movimentato, tant’è che costeggiamo un canyon sinuoso fino ad arrivare in una terrazza panoramica che si apre sull’altro versante.

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Ed ecco che si vede la lingua verde della valle del Dra, circondata da rilievi rocciosi erosi in forme stravaganti. Scendiamo con molta facilità arrivando per pranzo ad Agdz, la prima cittadina della valle.

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Ci fermiamo in un ristorante nella piazza principale e sostiamo alcune ore, causa tempi tecnici di preparazione del solito Tajin, sommata ad una visita ad un mercante di souvenir che ci ha obbligati a prendere un tè da lui: alla fine lo ringraziamo comprando tre turbanti/foulard blu tuareg che ci metteremo nel deserto.

Dopo una veloce visita ai giardini labirinto che si formano nell’oasi generata dal fiume Dra e un sguardo alla vecchia Kasbah, ci incamminiamo nel tardo pomeriggio costeggiando sempre la valle, piena di palme da dattero e paesini con case di fango che si susseguono.

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Seguendo le indicazioni della Lonley Planet dopo circa 20 km dovrebbe esserci un paese grazioso, con un ottimo albergo nella Kasbah. Il paese meritava, ma l’albergo non abbiamo potuto valutarlo in quanto era chiuso.

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Quindi proseguiamo, con il sole che sta calando nella ricerca di un qualsiasi albergo lungo la strada. Passati 100 km in sella e stanchi ormai di pedalare, in un incrocio che porta alla bella zono montuosa del Sahro, troviamo un anonimo hotel. Molto spartano e poco frequentato, non c’era nessun avventore, al punto che il proprietario ci dice che possiamo prendere qualsiasi camera a nostra scelta tra le circa 20 disponibili. Dopo un’attenta analisi di tutte le stanze e un preciso studio di circa mezz’ora che comprendeva nell’ordine pulizia generale, lenzuola, odori vari, stato della rete e del materasso, calore dei muri, areazione, luce esterna e livello del rumore, ci disponiamo in tre diverse stanze.

13/09/2012 Tansikhte – Tamegroute 87 km

Avvicinandosi sempre più al deserto e con la temperatura che aumenta sensibilmente, ci siamo promessi di partire molto presto la mattina.
Ma tra colazione (calcolando i loro tempi) e preparazione della bici riusciamo a partire per le 8 e mezza circa.

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Comunque a quell’ora la temperatura è veramente piacevole e si pedala benissimo, tant’è che andiamo abbastanza spediti, agevolati anche dalla strada abbastanza pianeggiante.

Senza molta fatica e con le soste opportune arriviamo fino alla città di Zagora, che è conosciuto per essere il punto di arrivo o partenza della famosa rotta carovaniera dei 52 giorni di cammello per Timbuctu.

Rimaniamo in questa ordinata città per circa due ore: in questo poco tempo tra le 12 e le 14 abbiamo capito come la temperatura possa aumentare velocemente. Al nostro arrivo il termometro della banca posizionato all’ombra segnava 35° alla nostra partenza 46°!

Ci mancano poco più di venti Km per arrivare al villaggio di Tamegroute termine delle nostre fatiche odierne e l’affrontiamo con questo caldo in uno stato quasi di ipnosi e stordimento.

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L’asfalto emanava un calore incredibile, tant’è che Sandro voleva comprare un uovo per provare se si cuocesse mettendolo nell’asfalto.

Il paesaggio si fa sempre più desertico e sabbioso e in lontananza crediamo di vedere una persona nel terreno sabbioso con quattro cammelli. Crediamo é la parola giusta, poiché nello stato soporifico in cui ci troviamo non sappiamo se sia vero o frutto di un miraggio. A questo punto Sandro gli fa una foto per togliere qualsiasi dubbio, ma dopo un po’ Massimo giura di vedere in lontananza un Mammuth che procede verso di noi, Fabio annuisce e Sandro fotografa in quella direzione. Constateremo poi nella stanza dell’albergo dopo una meritata doccia, che i cammelli e il cammelliere erano veri mentre il Mammuth no!

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Arriviamo a Tamegroute per le 15,30 e giunti alla reception dell’albergo, non chiediamo una stanza, ma qualcosa da bere e che sia freddo. Scegliamo una stanza con aria condizionata in un bel edificio di paglia e fango circondato da un giardino con salottini all’aperto all’ombra di tende. Ci rilassiamo abbondantemente nella frescura dell’aria condizionata.

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In serata, con il sole sceso verso l’orizzonte, decidiamo di visitare la biblioteca storica, che raccoglie libri antichissimi e la Kasbah sotterranea. Ci guida il solito “amico di turno”, che ci porta anche nei “soliti negozi” di artigianato.
Ceniamo nella tenda di più grande nel giardino dell’hotel, ma stasera c’è il Cuscus.

14/09/2012 Tamegroute – M’Hamid (Dune di Erg Chigaga) 77 km

Bisognava percorrere ancora 77 km per vedere la fine della Strada Nazionale N9, che abbiamo preso circa 400 km prima e finisce dove inizia il vero deserto a poche decine di km dal confine algerino. Partiamo verso le otto di mattina, dopo la solita colazione con tè alla menta e pane con marmellata e burro.
La strada si presenta con dei lunghi tratti rettilinei intervallati da due piccoli rilievi montuosi e poche curve, mentre la sua larghezza si riduce a poco meno di una corsia e a volte viene completamente inghiottita dalla sabbia.

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Ad un certo punto il vento ha cominciato a soffiare forte e la sabbiava turbinava dappertutto, oscurando a volte il sole e creando l’effetto nebbia, tipico della nostra pianura padana. Inizialmente il vento è stato laterale e pedalare e guadagnare metri è stato difficoltoso e ci obbligava a procedere uniti per spezzare un po’ la sua forza. Poi il vento ha girato in nostro favore e sembrava di star in discesa e non era nemmeno necessario pedalare.

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E’ stato indispensabile coprirsi bene, sia per il sole implacabile che per i granelli di sabbia che finivano nei nostri polmoni.

A circa 20 km da M’hamid si presenta l’ultimo piccolo passo, che affrontiamo con tranquillità e gioia visto che la metà è vicina.
Durante quest’ultima salita ci fa compagnia un ragazzo con la sua bicicletta sportiva, nonostante procediamo di buona lena non riusciamo a seminarlo, arrivati in cima si merita una foto di gruppo con sotto la distesa desertica appena attraversata.

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Arriviamo finalmente a M’hamid verso le 13,00 e ad accoglierci alle porte del villaggio c’è Ismail, il ragazzo che ci diede l’acqua circa 300 km fa con la sua jeep. Ci scorta fino dentro al paese, che si presenta senza bellezze particolari, ma soprattutto senza persone per strada: sono tutte rinchiuse nelle case di fango per cercare un po’ di riparo dal caldo che sta aumentando.
Il nostro Caronte, appena uscito dall’inferno dantesco, ci fa accomodare nella sua piccola agenzia e dopo averci offerto tè caldo alla menta incominciamo le trattative per l’escursione nel deserto. Dopo un’ora di tira e molla, ci mettiamo d’accordo con una stretta di mano, grandi sorrisi e abbracci. Nel pacchetto ci ha incluso anche un ristoro pomeridiano nella sua casa, dove possiamo utilizzare la sua doccia spartana, custodire bici e bagaglio superfluo, mangiare un piatto di cuscus in compagnia di altri amici, ascoltare musica e utilizzare internet dal loro portatile.

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Alle 17,00 circa ci viene a prendere il suo autista con la jeep per iniziare il tour….

Le grandi dune di Erg Chigaga distano circa 60 km da M’Hamid. La Jeep appare molto solida e l’autista, con il turbante indossato alla Tuareg, sembra esperto nel seguire una linea immaginaria tra sassi e sabbia, svoltando in punti precisi del percorso dove non ci sono riferimenti.

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Per coprire questa distanza impieghiamo circa due ore, e il paesaggio è mutato per tre volte. Inizialmente si presentava con piccole dune di sabbia, vegetazione bassa e sassi, poi per vari km abbiamo attraversato una distesa di sassi senza vegetazione, per finire poi con le grandi due sabbiose.

Arriviamo al campo allestito all’inizio delle dune qualche decina di minuti prima del calar del sole. Ci mettiamo subito in marcia a piedi nudi per raggiungere l’apice della duna più alta.

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Arriviamo in cima, giusto in tempo per ammirare il tramonto e il movimento sinuoso delle dune che si espandono in lontananza fino alla linea dell’orizzonte.

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Ritornati al campo ci attende un tè alla menta accompagnato da olive verdi e biscotti. Lo sorseggiamo all’aperto sdraiati lateralmente su dei materassi, come dei fumatori d’oppio e le nostre allucinazioni saranno reali, appena il buio è calato, la volta celeste viene riempita da infinite stelle. La via lattea assomiglia ad una nuvola che taglia in due parti uguali l’intera volta stellata. L’inquinamento luminoso è nullo, visto che la prima lampadina elettrica si trova a circa 60 km da qui e non c’è nemmeno la luna, così ci siamo resi conto che anche le stelle emettono luminosità sulla terra, permettendoci di vedere al buio. Ceniamo tardi e andiamo a dormire su dei comodi letti all’aperto, con coperte pesanti: la temperatura è intorno ai 10°.

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La mattina ci svegliamo prima dell’alba e rimaniamo sdraiati e rilassati sui letti in attesa che schiarisca.
Ma prima del sorgere del sole ci rimettiamo subito in marcia per ammirare i primi raggi che infuocheranno con la loro luce tagliente le dune, creando nette ombre sui crinali. Rimaniamo in contemplazione più di un’ora prima che il sole diventi troppo alto e caldo per noi.

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Ripartiamo per le 8,30, ci aspettano ancora due ore di sballottamenti e musica berbera ad alto volume prima di arrivare a M’Hamid.

15/09/2012 trasferimento in bus a Ouarzazate

Dalle dune di Erg Chicaga fino ad arrivare a Ouarzazate impieghiamo una giornata intera di spostamenti: in jeep fino a M’Hamid, poi in minibus fino a Zagora e quindi in taxi collettivo per arrivare fino a Ouarzazate.

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Arrivati a destinazione, perdiamo il solito tempo necessario per trovare un hotel a poco prezzo. Alloggiamo in un’ordinata e pulita zona periferica, sulla strada di viaggio per andare Bolmalne Dadés l’indomani. Ceniamo in un ottimo ristorante all’aperto.

16/09/2012 Ouarzazate – Bolmalne Dadés 113 km

Abbiamo fatto la tratta ciclistica da Ourzazate a Bolmalne Dadés, molto velocemente e con poche soste. Quasi in assetto sportivo, come quando ci alleniamo a Roma con le bici da corsa nel Weekend. Questo perché il paesaggio e i paesi attraversati non era molto interessanti come nei giorni precedenti e non meritavano soste e fotografie. L’asfalto poi era molto buono e il dislivello non era molto. Dopo un pranzo frugale a base di frullato di frutta e pane in una paesino anonimo lungo la strada arriviamo nel primo pomeriggio a Boulmane Dadés.

Il paese di Boulmane Dadés è forse la cosa più interessante che abbiamo visto durante questa tappa: adagiata su una verde oasi con le solite case di terra ocra.

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Troviamo una stanza in un hotel situato nella parte alta del paese, con una bella vista ampia, ma soprattutto un’invitante piscina: non perdiamo molto tempo a tuffarci dentro.
In serata decidiamo di farci un hammam: non vogliamo una cosa per turisti, ma qualcosa dove vanno esclusivamente i marocchini, che poi non sono altro che dei bagni pubblici per lavarsi. E così che finiamo al “Bain de la Rose – pour homme”.
Non è altro che una stanza chiusa e piastrellata con una piccolissima finestra, una specie di lavatoio con un tubo dove esce acqua calda. A terra alcuni secchi e mezze bottiglie per lavarsi. Ci sdraiamo per terra e cerchiamo di rilassarci, nonostante ci siano dei bambini che giocano e fanno un chiasso assordante. Con un’extra, due persone ci fanno dei massaggi traumatizzanti, piegandoci gli arti fino a dei punti mai raggiunti prima, a turno ognuno di noi ha la sua dose di dolore che viene enfatizzata da dei gridi striduli. Alla fine del trattamento non siamo riusciti a capire se il corpo ne ha avuto giovamento o meno, ma fatto sta che stiamo ancora in piedi e pronti per un’altra pedalata.
Decidiamo di mangiare su un piccolo e buon ristorante che dà su una piazza dove si svolge il mercato.

17/09/2012 Bolmalne Dadés – Tilim 91 km

Dopo una rilassante colazione sulla terrazza panoramica dell’albergo, montiamo le bisacce nelle nostre bici e partiamo subito in discesa alla volta delle Gole del Dadès.

Il paesaggio si fa subito interessante al contrario del giorno precedente. Inizialmente le gole sono ampie, con l’oasi verde sul fondo, la roccia rossa e le case e i piccoli alberghi dello stesso colore.

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La temperatura è gradevole, in effetti partiamo da una quota di 1500 metri e piano piano prendiamo quota. C’è molta quiete, ogni tanto interrotta piacevolmente dai bimbi che ci corrono dietro.

Dopo circa 20 km, la ruota posteriore della bici di Fabio decide di smettere di rimaner dritta e si piega vistosamente, andando a toccare contro i pattini dei freni. Ed eccolo il raggio ribelle che voleva scappare dalla sua prigionia di moto perpetuo: il sovversivo poi è il più rognoso che ci sia, ovvero quello posizionato tra il pignone ed il cerchio. Non siamo autosufficiente per affrontare questo problema: non abbiamo il raggio da sostituire, ma soprattutto, non abbiamo nulla per togliere il pacco pignone dalla ruota, operazione indispensabile per sostituire il ribelle. Ma la fortuna gioca a nostro favore: a poche centinaia di metri dall’accaduto, c’è un signore metallaro, che lavora il metallo, ma non ascolta musica Rock e pare che s’intenda anche di manutenzione della bicicletta. La sua officina è uno spettacolo, una grotta piena zeppa di oggetti in metallo, perlopiù teiere messe alla rinfusa, con l’incudine e la parte per fare il fuoco per lavorare il ferro. Alcuni pezzi di ricambio di bicicletta ci fanno ben sperare per la riuscita di questo intervento, che in Italia si risolverebbe in 5 minuti…. ma ad un certo punto il metallaro ci chiede se abbiamo l’attrezzo per togliere i pignoni e noi all’unisono rispondiamo come farebbe la compianta Sora Lela “annamo bene, annamo proprio bene….”

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Ma il rockettaro senza chitarra non si perde d’animo e armato di martello, scalpello e tanta pazienza, riesce a smontare corona per corona, pallino per pallino tutto il pacco pignone, sostituire il raggio e cosa più importante rimontare il tutto com’era prima. L’operazione a cuore aperto è durata quasi due ore ed è stata giustamente ben retribuita con un’offerta libera per il santo metallaro.
Rinvigoriti riprendiamo il cammino, dopo qualche km la gola si restringe e spettacolari tornanti salgono su un lato del canyon.
Saliamo con molta calma su questa parete rocciosa, per goderci lo spettacolo della strada… si a volte anche le strade, opera dell’uomo, sanno essere spettacolari.

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Foto di rito classica, al termine dei ghirigori della salita e via di corsa in discesa fino ad arrivare nel punto più stretto delle gole, circa 10 metri di spazio tra le pareti, sufficienti per far passare una strada e un’invitante fiumiciattolo.

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Dopo pochi km le gole terminano, con loro anche i turisti, i piccoli hotel, ristoranti e bar, mentre le case e i piccoli villaggi si fanno molto più radi. Non sappiamo dove mangiare qualcosa, chiediamo consiglio ad un ragazzo che incontriamo per strada e lui dopo un po’ lui sparisce per ripresentarsi con delle focacce di pane: è proprio vero, la solidarietà e la gentilezza sono inversamente proporzionali alla ricchezza.

La roccia non è più rossa ed il paesaggio si fa più aspro e selvaggio. Dopo una salita siamo sul punto più alto di un tortuoso canyon disabitato.

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Abbiamo anche poca acqua e Sandro decide di berla da una fonte trovata per strada, errore che si rileverà purtroppo nei giorni seguenti, anche perché poco più avanti c’era un villaggio con un piccolo spaccio che la vendeva.
Andando avanti con i km il Canyon sparisce e pedaliamo all’interno di un’ampia e pianeggiante vallata coltivata con piante dal verde inteso, alcuni poveri, niente turismo, nessun turista: quasi tutti tornano indietro una volta fatte le gole del Dadés.

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Chiediamo informazioni dove trovare un hotel per passare la notte, ma riceviamo informazioni contrastanti su posti, km, etc… comunque sembra che non ci siano, a parte un signore che mette a disposizione i suoi locali ai pochi turisti che passano in un piccolo paese chiamato Tilmit, questo lo abbiamo letto in un resoconto di viaggio di alcuni ragazzi spagnoli. Facciamo confusione tra informazioni e cartine e superiamo Tilmit di circa 10 km senza trovare un posto per dormire, tanto meno qualche posto che venda qualcosa da mangiare o bere. A questo punto torniamo indietro fino ad incontrare una specie di casa, che è un negozio di tappetti e un po’ spaccio del paese. Chiediamo se possiamo passare la notte lì: affare fatto! Ci dà una cena a base di couscous e alcuni tappeti su cui dormire. La doccia è un secchio con un po’ di acqua fredda, il water un buco sul pavimento. Ceniamo e poi ci sistemiamo con il sacco a pelo all’interno del negozio sopra i nostri tappeti polverosi. Buonanotte.

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18/09/2012 Tilim – Imilchil 86 km

Colazione a base di pane (vecchio) e marmellata (vecchia) e solito tè verde. Sandro si risveglia con una dissenteria, complice dell’acqua bevuta il giorno prima. Per la nostra gioia, il commerciante di tappeti non ha bottiglie di acqua, ma solo una di indubbia provenienza, in alternativa bottiglie di aranciata o succo di mela frizzante. Ci arrangiamo con quest’ultime nella speranza di trovare qualcosa lungo il percorso.
Oggi ci aspetta la salita al passo Tizi-n-Ouano a quota 2910 mt, sappiamo già che la strada sarà sterrata, ma non conosciamo in che condizione sia.
Ripercorriamo i 10 km già percorsi per errore ieri e subito dopo ecco che l’asfalto finisce.
Per fortuna il fondo sembra buono e stabile e ci permette di pedalare in salita con continuità, anche le pendenze non sono mai eccessive.

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Non troviamo nessun posto dove comprare dell’acqua. Ci dobbiamo far bastare le bibite colorate che abbiamo con noi.
Il paesaggio è stupendo, e si rivede di nuovo il canyon roccioso lasciato il giorno prima, anzi salendo ci siamo sopra.
Incontriamo pochissima gente forse 5 jeep è basta. A Sandro cominciano a farsi sentire i sintomi della dissenteria e quindi della disidratazione e le scorte di liquidi sono terminate. Decide quindi di aumentare il ritmo, procedendo da solo, per arrivare il prima possibile in un piccolo ristoro posto una decina di km dopo il passo. Durante in tragitto ha fermato 3 jeep chiedendo acqua, che gli è sempre stata data.

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Arrivati finalmente sul passo, ci accorgiamo di stare alla stessa altezza del Corno Grande, la vetta più alta degli Appennini (2912).
L’altro versante si presenta intervallato da alcune distese pianeggianti dove a volte si vedono pecore al pascolo.

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Finalmente ci ritroviamo tutti e tre in un bellissimo ristoro/rifugio, isolato dal mondo in un contesto paesaggistico magnifico. Sandro è arrivato qui circa mezz’ora prima e stava sdraiato su una tenda berbera adiacente al rifugio in compagnia del gestore, un ragazzo simpaticissimo ed un pastore con la radiolina: già si è scolato una bottiglia di acqua da un litro e mezzo. Prendiamo altra acqua e tè verde alla menta. Passiamo molto tempo a parlare con il ragazzo, pensando a come può essere sua vita in un posto isolato come quello.

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Dopo ci accomodiamo all’interno e mangiamo uno squisito Tajin. Per un attimo ci balena l’idea di fermarsi lì per la notte, ma purtroppo dobbiamo ripartire per Imilchil per vari motivi. Ripartiamo quindi, circa altri 12 km di strada sterrata, ma stavolta in discesa, ci separano ad Agoudal.

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Da qui inizia la strada asfaltata che congiunge Imilchil alle gole del Todra. Il vento soffia contrario, ci mettiamo in fila indiana dandoci dei cambi regolari e senza pause raggiungiamo il villaggio di Imilchil, meta finale del nostro viaggio in bicicletta. Foto di rito con il cartello stradale e via alla ricerca di Hotel.

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L’indomani una giornata intera di viaggio e tre trasbordi di biciclette ci porteranno a Casablanca dove ci attendeva il volo la notte.
Viaggio che per tutti ha superato positivamente ogni aspettativa. Siamo rimasti esterrefatti dagli orizzonti infiniti, dalla natura selvaggia e desertica, dalla cordialità della gente.
Altre info, foto, filmati e tracce gps su fuggire.it

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