La Vuelta che non c’era

16 Settembre 2014

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La Vuelta a España 2014 si è conclusa domenica a Compostela. La strada ha stabilito che la vincesse Contador davanti ad un arcigno e sorprendente Froome e all’immancabile Valverde di questo 2014. In fondo è giusto così, con la corsa che è stata conquistata dal più grande campione al via, benchè in condizioni fisiche precarie come tutti i suoi rivali. Eppure la Vuelta 2014 non si è mai corsa, e forse non è mai esistita.

Per tre settimane la Spagna della crisi, o almeno una sua porzione, è stata attraversata da un gruppone di ciclisti più o meno colorati e omogeneamente sudati. Hanno corso dai 150 ai (rari) 200 km al giorno, quasi sempre tutti assieme, amichevolmente, fino agli ultimi 2km quando, per dare una parvenza di spettacolo agli (assenti) spettatori, si sono esibiti in un po’ di scatti o di volate. Lo stesso hanno fatto ai traguardi volanti, probabilmente per rendere omaggio agli sponsor di giornata.
In televisione non avete visto nulla, almeno qui in Italia, se non via satellite. La Vuelta la vedremo sulla Rai dall’anno prossimo, ad ogni modo con la calura tardo-estiva non deve essere stato difficile prendere sonno nei pomeriggi. Ma copertura televisiva qui conta poco, perchè se fosse stata solo l’invisibilità a togliere consistenza a questa Vuelta ci sarebbe poco da dire, ma il problema di questa corsa, specchio simbolico di un ciclismo moderno sempre più onnipresente, è invece quello che si è visto.
La corsa spagnola, d’altronde, è ormai diversi anni che ci mette del suo disegnando tracciati che non interesserebbero nemmeno al ciclista più disperato: quei lunghi piattoni deserti con una rampa di garage nel finale che, immancabilmente, cominciano a riscuotere successo pure nel resto d’Europa. Il problema è che qui all’inconsistenza del tracciato si affianca l’inconsistenza dei protagonisti, incatenati ad un attendismo difficilmente aggirabile, che si fatica a spacciare come suspense.

Le domande che scaturiscono da questa corsa fantasma sono sempre le stesse: a chi giova? Fa bene a chi investe nel ciclismo ridurre la competizione ad un manipolo ristretto di scattisti? Fa bene a chi ospita le corse restringere l’interesse all’ultimo quarto d’ora? Fa bene ai ciclisti nascondere la loro (sempre encomiabile) fatica quotidiana in nome di un copione sempre più breve e sempre più uguale a se stesso? In definitiva, fa bene al ciclismo questo lento declino verso l’invisibilità, le cui uniche eccezioni sembrano essere quelle scandalistiche, che siano legate a presunti motorini, risse o gli immancabili allarmi-doping?
Ovviamente no, non fa bene a nessuno, e le strade di Spagna ne sono la dimostrazione, con una grande corsa a tappe che mai si era vista con così pochi spettatori a bordo strada. Qualcuno darà la colpa al caldo (e quanto sia torrido il sud spagnolo a fine agosto lo sa bene persino chi ha ideato il calendario del ciclismo), qualcun altro alla crisi che costringe gli spettatori al lavoro, o quantomeno alla ricerca di un reddito. Ma a conti fatti, queste sembrano soltanto scuse di contorno, perchè nemmeno nelle condizioni favorevoli ci sarebbe la fila per vedere ciò che non esiste.

Ora si riparte dalla Spagna, o quasi. Mentre in giro per il globo si corrono le ultime pre-mondiali, l’attenzione è tutta già puntata su Ponferrada, dove la prossima settimana andrà in scena la rassegna iridata. Un Mondiale minacciatissimo dalla crisi e salvato, forse, proprio da quell’energia che chi ama il Ciclismo ancora sente scorrere nelle vene, nonostante tutto. Ma quella sarà un’altra storia. E, si spera, pure un’altro ciclismo.

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