L’Africa in bici nella Dancalia etiope

8 Aprile 2015

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Trento, 12 gennaio 2013 – Museo delle Scienze, penultimo giorno di apertura della mostra “Homo Sapiens – La grande storia della diversa umanità”. Rientrata da pochi giorni da una spedizione in Dancalia etiope, ero ancora frastornata dalla sua immensa bellezza, dalla potenza di quella terra in movimento e nonostante quel pomeriggio a Trento facesse freddo, il mio corpo godeva del calore accumulato durante i giorni trascorsi a salire vulcani e a seguire carovane.
Di stanza in stanza la storia straordinaria dell’umanità…le vie delle grandi migrazioni, immensa energia del mio viaggiare, la Rift Valley, luogo d’origine e ritrovamento del nostro antenato più anziano, la “dinqinesh” Lucy, i vulcani che sono stati orizzonte familiare per chi all’inizio si muoveva lentamente, curioso, in quella parte del pianeta.

Da una stanza buia uscivano riflessi di luce rosso-arancio…erano le immagini del lago di magma del vulcano Erta Ale proiettate su uno schermo gigante davanti al quale sono rimasta come ipnotizzata e rapita: il mio sogno in quel momento è diventato consapevolezza nella mia mente, la mia idea di attraversare in mtb da Sud a Nord la Dancalia etiope ha preso forma concreta.
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Avevo letto più volte, appassionatamente, il racconto scritto da Ludovico Mariano Nesbitt di quella che considero l’ultima vera grande esplorazione terrestre; erede di una generazione di pionieri, riuscì ad attraversare per la prima volta nel 1928, camminando 114 giorni con Tullio Pastori e Giuseppe Rosina, la depressione dancala, un immenso mare scomparso tra Etiopia ed Eritrea, tra il 12° e il 15° parallelo nord, un deserto di sale e vulcani che occupa 50.000 km quadrati dell’intera fossa tettonica, una parte dei quali sotto il livello del mare. E’ su questo racconto che ho costruito il mio itinerario.

In Dancalia si trovano il cratere dell’Erta Ale, uno dei pochissimi vulcani al mondo ad ospitare un lago di lava permanente dove le onde di magma fanno risacca come l’acqua del mare e rimasto sconosciuto fino alla metà del 1900, un vulcano di tipo hawaiano in terra africana; e la Piana del Sale, un mare scomparso, una superficie di seicento chilometri quadrati di rocce evaporitiche posta a centoventi metri sotto il livello del mare e il cui spessore penetra per tre chilometri verso il centro della Terra. Un luogo dove apparentemente non c’è panorama e dove la bellezza è la crosta calpestata dai piedi: è per estrarre e caricare sale che questa immensa, abbagliante piana è meta di migliaia di carovane di uomini e animali che scendono a piedi verso l’antico mare e salgono con passo di marciatori per raggiungere gli oltre duemila metri dell’altopiano etiopico. Senza sosta.
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Dallol, posto unico al mondo, testimonianza di una natura primordiale, selvaggia e di una potente e continua attività vulcanica e geotermica, luogo fatato e surreale, dalla bellezza quasi eccessiva per le splendide e delicate forme delle concrezioni saline e dei cristalli di zolfo, per le acque multicolori che bollono e fumano nelle vasche delle sorgenti idrotermali. Un vero marasma geologico. Tutto nasce sotto terra, tutto viene dal Rift sotterraneo. E’ in Dancalia che la crosta terrestre è aperta ed è possibile capire l’anarchia geologica che si scatena sotto i nostri piedi: da milioni di anni le trasformazioni degli elementi avvengono alla luce del sole. Qui vive il popolo Afar, un popolo nomade dalle origini leggendarie: diviso in tribù e costretto a rifugiarsi in passato in questa terra tanto dura quanto straordinaria, gli Afar, conosciuti per la loro ferocia di guerrieri, affascinanti per le loro abitudini, l’hanno eletta unico luogo in cui poter vivere. Io desideravo capire un po’ di più della loro vita.
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Deserti di lava, di sale e di sabbia, vulcani, temperature elevate, mancanza d’acqua e di vegetazione in una natura geologica estrema, angolo di terra dimenticato per molto tempo da esploratori e scienziati, da archeologi e antropologi, una delle ultime “chiazze bianche” sulle carte geografiche mondiali, per tanti una delle regioni più inospitali del Pianeta.

La Dancalia è Africa di confine. E’ una parte di Africa legata al nostro passato poco conosciuto, alla nostra storia quasi dimenticata, al desiderio, poco o per nulla realizzato, del nostro paese di possedere e colonizzare terre lontane.

Luogo dove bellezza e silenzio sono gli elementi predominanti, dove gli uomini camminano, instancabili, da sempre, solo il fruscio della brezza leggera tra i raggi poteva essere l’altro modo di andare; per questo ho scelto di attraversare la Dancalia in sella alla mia bicicletta: per essere ”dentro” quella bellezza ed ascoltare il silenzio di un luogo dove vivere sembra impossibile, un luogo per molti dannato, che ha come unica ineguagliabile ricchezza una realtà unica al mondo; per utilizzare esclusivamente l’energia del mio corpo pedalando, come fa chi ci vive e si muove solo camminando, adattando l’intera esistenza a quella terra invece che abbandonarla e maledirla perchè poco generosa, ma continuando ad amarla, nonostante tutto, con “l’amore di serpi per la pietra”.
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E’ solo per pochi mesi in un intero anno che è possibile compiere questo percorso, in bicicletta o con un fuoristrada, quando le temperature non sono tanto alte da rendere difficile, molto difficile per chi non è abituato, rimanerci per giorni senza soffrire.

Ho dedicato a questa esperienza di vita 15 giorni in dicembre del 2013, mentre ero in Etiopia per quattro mesi di lavoro come guida turistica; conoscevo bene l’itinerario, avevo analizzato i diversi tipi di terreno per poter decidere con che tipo di bicicletta affrontare la pedalata qualora il mio sogno si fosse realizzato (mi sono resa conto solo facendo viaggi consecutivi in Dancalia che le condizioni del terreno cambiano rapidamente e con estrema facilità). Con una Cannondale F-3000, front, acquistata usata, ho iniziato a pedalare in montagna accorgendomi che mi piaceva da matti! Avevo esperienza di lunghi allenamenti in bicicletta da corsa, ma non ero mai stata in sella su terreni sconnessi, accidentati, salendo e scendendo su sentieri, non ero mai stata sui pedali per tanto tempo con temperature così elevate e con luce dei raggi del sole così violenta.
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Mi ha seguita un ciclista più abituato ai freddi alaskani che al grande caldo dancalo, un caldo potente che usciva direttamente dal centro della terra, ma che io ho saputo affrontare ed accettare soprattutto grazie alla grande motivazione che mi ha fatto pedalare laggiù.

Un viaggio questo in Dancalia che mi ha tolto il respiro per le emozioni che mi ha fatto provare, ma anche per la fatica che ho sentito, forse una delle fatiche più grandi della mia vita. Le sensazioni vissute sono ancora molto forti dentro di me…il sudore che bruciava gli occhi, la crosta di sale croccante sulla camicia di lino leggero o sulla maglia di cotone che ho indossato per proteggermi e stare un po’ più fresca, il desiderio di ombra per poter chiudere gli occhi e riposare nelle ore più calde e poi la polvere, tantissima, che ha ricoperto il mio corpo dalla testa ai piedi, la bicicletta e le borse, l’odore della polvere che sento ancora come lo stessi annusando.
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Un totale di circa 700 km, con partenza da Addis Abeba, avvicinamento via Awash, salita in sella a Semera dopo aver ottenuto i permessi dalla polizia afar, entrata in Dancalia ad Afrera e arrivo a Berhale, alla fine del fiume Saba, quello che la leggenda vuole essere stato percorso dalla mitica regina dei Sabei in viaggio verso la corte di re Salomone; ho pedalato con una temperatura media di 45°C, ho bevuto fino a 8 litri di acqua al giorno, fermandomi, durante alcune tappe, anche ogni 10 km per bere e bagnarmi la testa che ho deciso di proteggere con un cappello a tesa molto larga, invece del casco che avevo con me e che ho indossato fino alla discesa nella depressione, per non ustionare il volto, unica parte più scoperta, e proteggere gli occhi dall’accecante luce nonostante indossassi occhiali con lenti da ghiacciaio da quando aprivo gli occhi a quando li richiudevo pieni di meraviglia; ho pedalato sempre in autosufficienza alimentare (ricorderò sempre la sensazione di refrigerio che sentivo su tutto il corpo guardando l’immagine della cime innevata sulla busta del cibo veg liofilizzato della Mountain House che avevo portato con me), non in autosufficienza idrica, pur sapendo dell’esistenza di pozzi lungo il percorso, alcuni dei quali controllati 15 giorni prima della partenza, durante un altro viaggio nella depressione, e trovati con acqua troppo fangosa per essere, pur filtrata, bevuta in sicurezza; un fuoristrada con autista, che a volte mi seguiva a volte mi aspettava a metà o fine giornata, è stato utilizzato per trasportare: 100 litri di acqua e un cuoco per i due militari e i due poliziotti afa, la “scorta” che il governo etiopico, in accordo con il “popolo della lava”, gli afar appunto, assegna perentoriamente per tutto il tempo di permanenza in Dancalia, indipendentemente dall’itinerario, dal mezzo utilizzato 3 che varia in base al numero delle persone. Militari e poliziotti mi hanno seguita, quasi correndo e senza mai mollarmi un secondo, anche durante la salita sul cratere dei vulcani Erta Ale e Catherine.
Tutti, militari, minatori, capi carovana, bambini hanno provato a salire in sella ed è stato fantastico vedere la loro felicità!!
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Non sono sempre riuscita a pedalare, ho spinto per un giorno, una trentina di chilometri, su sabbia borotalcata nella quale le ruote affondavano per circa metà del diametro, buona parte della salita e discesa dell’Erta Ale, su un sentiero di lava troppo tecnico per le mie capacità e un’intera giornata risalendo il fiume Saba insieme alle carovane, su un percorso di sassi, sabbia e guadi da attraversare. Nella prima giornata a spinta, mi sono ferita seriamente il polpaccio destro; i miei lunghi passi da camminatrice nordica spesso facevano sbattere la gamba contro il pedale sinistro doppia funzione in alluminio causandomi 25 buchi di cui mi sono accorta solo dopo aver visto il pantalone completamente insanguinato. L’infezione che non sono riuscita ad evitare e che ho “curato” soprattutto con acqua ossigenata, mi ha accompagnata per mesi, anche dopo il ritorno. E’ stato l’unico problema durante tutto il viaggio.

Ho dormito in tenda solo un paio di notti con vento a raffiche molto forti, una notte in un riparo tolto ad un caprone impazzito per una capretta dispettosa, tutte le altre sotto le stelle, milioni di straordinarie stelle tremolanti di luce, vicino a capanne di nomadi afar, con scuro di luna, che in Dancalia esalta la meraviglia e la magia di un cielo notturno infinito.
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