Il senso dell’equilibrio per la bici

7 Giugno 2015

Bici_con_le_rotelle_540
C’era una volta un bambino di città che non sapeva andare in bicicletta. Da piccolo ci aveva provato, come spesso accade, cominciando a pedalare ai giardinetti su una due ruote giocattolo con le rotelle ai lati: troppo pericoloso imparare per strada, dove il traffico motorizzato aveva saturato quasi ogni spazio. Passava il tempo e quelle rassicuranti rotelline restavano al loro posto, a garantire l’equilibrio, finché ne fu tolta una e poi anche l’altra: ma a quel bambino la precarietà e la sensazione di poter cadere a ogni pedalata non piacevano troppo. E fu così che la bici venne progressivamente abbandonata, finendo ben presto in soffitta. Subentrarono altri interessi, i pomeriggi dopo la scuola erano pieni d’impegni – nuoto, judo, pianoforte – e quella mancanza non si fece sentire più di tanto.

Molti anni dopo, davanti a un capanno di attrezzi agricoli della casa di un parente che viveva fuori città, quel bambino ormai cresciuto vide una bici semiabbandonata in un angolo: freni allentati, telaio impolverato e ruote a terra. Dopo una bella gonfiata e qualche giro di brugola il mezzo era pronto per essere pedalato: una mountain bike biammortizzata sarebbe diventata il mezzo-senza-rotelle su cui imparare il senso dell’equilibrio per la bici, provando e riprovando su una strada sterrata privata lunga qualche centinaio di metri, al riparo da occhi indiscreti in caso di probabili cadute.

Bastò qualche pomeriggio per riuscire a pedalare in linea retta, dapprima con la sella bassa per poter mettere subito il piede in terra in caso di necessità, poi acquisendo maggiore consapevolezza del mezzo e guardando avanti a sé senza distogliere l’attenzione per poter mantenere la traiettoria della bici. L’equilibrio in sella era stato conquistato, ma pedalare per spostarsi in città era cosa assai diversa: andare in bici in mezzo al traffico in strade costruite a uso e consumo delle auto continuava a essere rischioso, forse troppo per un neofita della due ruote a pedali che del ciclista provetto aveva solo la velleità.

La pratica in ambito urbano, prevalentemente nella zona a traffico limitato, avvenne pochi anni più tardi grazie all’introduzione sperimentale del bikesharing in città, praticamente a costo zero: con la prima mezz’ora gratuita (fino a un massimo di 4 ore al giorno) l’ex bambino-che-da-piccolo-non-pedalava prese confidenza con le strade e le vide dalla nuova prospettiva del sellino, imparando a impostare le curve e a passare a debita distanza dai pedoni a passeggio, così come dagli sportelli delle auto in sosta che potevano aprirsi all’improvviso causando cadute.

La prima bici arrivò al trentesimo compleanno, come regalo dai colleghi di lavoro: una city-bike nera – a sette velocità, con cambio revoshift sulla manopola destra – con cui le pedalate si fecero più assidue e le distanze in città si accorciarono. In breve tempo quello che era nato come un piacevole passatempo divenne una passione e la bicicletta si trasformò nel mezzo perfetto per spostarsi in città e fuori porta, nonostante qualche difficoltà logistica dovuta alla carenza di infrastrutture dedicate o alla scarsa manutenzione delle poche presenti.

Oggi quel bambino che da piccolo non pedalava ha cinque biciclette, sale in sella ogni volta che può e da qualche anno si è liberato dell’auto di proprietà. Della sua passione per la bici – cresciuta a poco a poco e maturata fino a diventare una scelta consapevole della propria identità – ha fatto un lavoro, anche grazie all’incontro con persone sensibili al tema della mobilità urbana come forma di emancipazione da una società dipendente dal petrolio e fossilizzata nel paradigma autocentrico. Quel bambino ormai cresciuto assapora il senso di libertà che prova oggi pedalando ogni giorno in città affrontando le salite col sorriso sulle labbra: scaricando tossine e liberando endorfine quando spinge sui pedali. La magia si compie ogni volta che sale in sella e comincia a pedalare verso nuove avventure, con quel senso di equilibrio conquistato da grande, coltivato e custodito come un tesoro. Quel bambino sono io.

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