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La trincea e il fuciletto

Rubriche e opinioni • di 4 Settembre 2016

trincea

La nomina di Paolo ‘Rotafixa’ Bellino a Delegato alla Ciclabilità per il Comune di Roma ha colto di sorpresa, e probabilmente spiazzato, una fetta consistente del cicloattivismo romano. Una parte di questo micromondo ha accolto la decisione con entusiasmo, un’altra parte ha sofferto violente crisi di rigetto, con commenti e prese di posizione anche fortemente risentiti.

Conosco Paolo da oltre un decennio, i nostri percorsi personali ci hanno visti per anni fieramente contrapposti. Nel 2004 battibeccammo a lungo sulla mailing-list della Critical Mass romana, io referente FIAB nella capitale, lui figura di spicco del movimento culturale underground legato alle bici a ruota fissa.

La molla che ci spinse ad unire forze ed intenti fu la morte inaspettata di Eva, in quella maledetta notte di novembre 2009. Finì l’era delle cazzate e del divertimento e diventammo, improvvisamente, adulti. Demmo vita, assieme ad altri, al collettivo “Di Traffico Si Muore”, che fu, quantomeno per la realtà romana, palestra e rampa di lancio per la realtà che anni dopo prese il nome di #Salvaiciclisti.

Di Paolo posso dire che, a fronte di una grande capacità intuitiva, non si dà molta pena per ingraziarsi il prossimo. Questo fa sì che sulla sua figura il mondo del cicloattivismo sia spaccato in due. Rispetto a lui io sono meno intuitivo e più pragmatico: sento la necessità di strutturare un pensiero razionale a supporto dell’intuizione, di comunicarlo e diffonderlo.

Quanto alla scelta di incaricarlo di un ruolo tanto spinoso, devo dare atto ai referenti comunali di una scelta coraggiosa, ancorché probabilmente l’unica possibile. Lo stato delle finanze comunali non consente, al momento, una campagna acquisti spensierata. Anziché investire in un intero ufficio bici, messo in piedi ex-novo, si è probabilmente ragionato di individuare una singola persona in grado di far meglio funzionare quanto già esistente. Un ruolo più politico che tecnico, che richiede un temperamento tale da non farsi mettere i piedi in testa da tecnici e funzionari.

Questa è indubbiamente la prima grana che Paolo dovrà fronteggiare, quella attesa, quella prevedibile. La seconda, più subdola, ho cominciato ad avvertirla nel corso dell’incontro di giovedì scorso, che ha visto l’audizione delle rappresentanze dei ciclisti romani da parte della Commissione Mobilità del Comune.

Per quanto mi riguarda ho fatto parte del mondo che gira intorno alla bicicletta da più tempo di chiunque altro: a 25 anni, nel 1989, ero già accompagnatore di escursioni cicloturistiche in seno ad un’associazione chiamata Ruotalibera, associazione che solo molti anni dopo entrò a far parte della Federazione Italiana Amici della Bicicletta. Di questo mondo, più di ogni altro, penso di conoscere vizi e virtù.

Le virtù principali sono la generosità nel condividere emozioni, saperi ed esperienze, la semplicità e la profondità con le quali si affronta l’esperienza del viaggiare, la determinazione nel perseguire gli obiettivi. Obiettivi che, nel corso di lunghi decenni, non sono andati oltre le briciole ed i contentini. A quelle briciole e contentini abbiamo finito con l’abituarci, assuefarci, rassegnarci. Per molti quelle briciole e contentini hanno finito col rappresentare l’intero orizzonte.

Il risultato è che, ora che il coperchio della pentola è saltato, ora che tutto può essere rimesso in discussione, la nostra fantasia non sa andare oltre quelle briciole e contentini, quei francobolli di nulla, nei quali siamo stati cresciuti. Un muro di briciole che, come la siepe di Leopardi, ‘de l’ultimo orizzonte il guardo esclude’.

Il rischio è che, come soldati abituati a combattere da sempre una guerra di trincea, l’impiego di armi tattiche e moderne ci appaia incomprensibile, e mentre i conflitti diventano sempre più mobili, meccanizzati, automatizzati, non si riesca a veder oltre l’orizzonte del fuciletto e della trincea come massime espressioni di capacità militare.

Questo è a mio parere quello che sta accadendo. Come già raccontato, giovedì scorso ho visto le associazioni dei ciclisti, nei loro migliori rappresentanti, sciorinare una teoria di problematiche insignificanti ed ormai obsolete, mentre dall’altro lato del tavolo esponenti politici, più giovani e freschi, mostravano una visione sulla materia sicuramente più moderna, radicale ed avanzata, fatta di reti di corsie ciclabili estese all’intera città, di trasporto integrato, di recupero degli spazi urbani, fin qui dati in pasto all’insaziabile voracità delle auto private.

In una sorta di sindrome di Stoccolma collettiva ci siamo lentamente rannicchiati all’interno dei recinti che ci hanno costruito intorno, e non riusciamo più ad uscirne fuori. Riusciamo solo a chiedere che ci siano resi più confortevoli. La città è pronta per essere conquistata ma, ormai ciechi, non siamo più in grado di vederla.






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