Ci sono tragedie che non appartengono al regno dell’imprevedibile, ma alla lunga scia di pericoli che continuiamo a tollerare nelle nostre città. La morte di Viola Mazzotti, 23 anni, la ciclista travolta dalla persona alla guida di un camion mentre attraversava sulle strisce ciclabili tra via De Giovanni e via dell’Arcoveggio, non è solo il risultato di un urto fatale: è la conseguenza diretta della scelta di consentire la circolazione di mezzi pesanti in contesti che non possono contenerli né renderli sicuri.
Soprattutto senza sensori, specchietti supplementari o barre laterali: con angoli ciechi, ingombri e traiettorie troppo larghe per molte strade urbane.
La dinamica dell’incidente è ancora al vaglio, ma lo schema è purtroppo noto. Un camion dei cantieri del tram procede verso la periferia. Una ciclista, in pieno giorno, su un attraversamento che le riconosce la precedenza. Un contatto che non lascia scampo. Una città che assiste impotente per l’ennesima volta a un copione che conosce fin troppo bene.
Come riporta il Resto del Carlino, Viola aveva studiato a Bologna, dove si era laureata in Management e Marketing, poi un master a Lisbona, e da poco era tornata in città per iniziare la sua carriera professionale. Una vita in cammino, interrotta all’improvviso. Una vita che poteva – e doveva – essere protetta.
La Città 30 non basta
Le associazioni che si occupano di mobilità e sicurezza non hanno tardato a intervenire. Il gruppo Bologna30 – Una città per tutt* ha ricordato che nel 2025, solo tra gli utenti vulnerabili (pedoni e ciclisti), si contano già sette vittime: un dato in aumento rispetto all’anno precedente (nel 2024 zero vittime tra i pedoni, ndr). In una città che si propone come modello nazionale ed europeo per la sicurezza stradale, questo dato rappresenta un fallimento evidente.
Ma non è un problema che riguarda la città di Bologna: la mancanza di sensori sui camion è un’emergenza nazionale, visto che proprio ieri pomeriggio (a poche ore dalla tragedia che ci consumava a Bologna), un’altra persona in bicicletta è stata investita con la stessa dinamica a Garbagnate Milanese e rischia di perdere una gamba. Una lunga scia di sangue sulle strade che non accenna a fermarsi.
Una situazione che non si può risolvere da sola, senza controlli sistematici, senza un piano chiaro per la gestione dei flussi di traffico pesante, senza interventi strutturali agli incroci più critici. E soprattutto senza l’obbligo di dotazioni come sensori, barre laterali anti-investimento e specchietti supplementari che riducano sensibilmente la possibilità che chi guida un mezzo pesante possa mettere sotto una persona in bicicletta perché “invisibile” dalla cabina di guida.
“Queste morti non sono incidenti”
L’Associazione Salvaiciclisti Bologna, nel suo comunicato, parla con toni duri e allo stesso tempo lucidi. Quella di Viola non è una fatalità, ma una tragedia evitabile. Non si può continuare a permettere che mezzi di grandi dimensioni circolino nelle vie urbane agli stessi orari – e con le stesse dotazioni – di auto e biciclette, soprattutto quando esistono tecnologie capaci di ridurre drasticamente il rischio: sensori, specchietti supplementari, sistemi anti-intrusione laterale.
Le domande che l’Associazione pone sono precise:
- Che fine ha fatto la proposta di obbligare i mezzi pesanti a installare i sensori per gli angoli ciechi?
- Quante altre vite dovranno essere spezzate prima che l’amministrazione agisca?
Nel comunicato c’è l’auspicio che questa per Viola possa essere “l’ultima bici bianca”, il simbolo internazionale dedicato alle vittime della violenza stradale falciate in bici.
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Lepore: “Servono i sensori per i camion” (ma Bologna ha questo tema in agenda dal 2012)
Il sindaco Matteo Lepore, commentando la tragedia, ha ribadito la necessità di rendere obbligatori i sensori sui camion che circolano in ambito urbano: “Penso che in Consiglio comunale ci sia una proposta per rendere obbligatori i sensori dei camion che attraversano l’area urbana, proprio per evitare che ci siano incidenti con le biciclette. Vedremo se questo è stato il caso, ma sicuramente penso sia una proposta da approvare”. Una misura indispensabile, certo. Ma anche un’ammissione di ritardo.
Perché Bologna questa campagna per aumentare la sicurezza di chi pedala l’aveva già sposata tredici anni fa. Il 28 febbraio 2012, con sindaco Virginio Merola e assessore alla Mobilità Andrea Colombo, Bologna aderiva ufficialmente alla campagna internazionale #Salvaiciclisti, lanciata dal Times di Londra e rilanciata in Italia da una cordata di 38 blogger (tra cui Paolo Pinzuti, co-fondatore di Bikeitalia, ndr) e sostenuta da diverse testate giornalistiche nazionali, tra cui la Repubblica.
Tra gli otto punti del manifesto, il primo riguardava proprio i mezzi pesanti ed era questo:
“Gli autoarticolati che entrano in un centro urbano devono, per legge, essere dotati di sensori, allarmi sonori che segnalino la svolta, specchi supplementari e barre di sicurezza che evitino ai ciclisti di finire sotto le ruote”.
Ordine del giorno già approvato (quasi un anno fa)
Non si trattava di un auspicio, ma di una proposta concreta, già pronta per essere recepita dal Comune e sostenuta a livello nazionale. Da allora, però, quei dispositivi sono rimasti più nelle dichiarazioni di principio che nei regolamenti. E da allora solo Milano – dopo l’ennesima tragedia, qualche anno fa – ha finalmente previsto l’obbligo di sensori per i camion che transitano in Area B.
Mentre Bologna – che recentemente è entrata nella Top 30 delle città più ciclabili del mondo – piange un’altra ciclista investita e uccisa proprio per un possibile angolo cieco. E quasi un anno fa – il 2 dicembre 2024 – il Consiglio Comunale aveva approvato un ordine del giorno a firma della consigliera Simona Larghetti (oggi consigliera regionale in Emilia-Romagna, ndr) per dotare i camion di sensori salva-i-ciclisti, dopo l’investimento mortale di un ciclista in via Toscana, in cui si chiedeva al sindaco e alla Giunta di “adottare anche a Bologna, in analogia a Milano, una regolamentazione della circolazione stradale che preveda la dotazione obbligatoria per i mezzi pesanti di sistemi avanzati capaci di rilevare la presenza di pedoni e ciclisti in prossimità della parte anteriore del veicolo o sul lato del marciapiede e di emettere un segnale di allerta per il conducente”.
Anche la Consulta della Bicicletta di Bologna chiede che la questione degli angoli ciechi dei mezzi pesanti sia affrontata compiutamente, senza aspettare la prossima tragedia:
Resta il nodo sicurezza stradale
Bologna negli ultimi anni è molto cambiata: ha realizzato infrastrutture ciclabili, ridisegnato assi urbani, avviato la trasformazione verso la Città 30 introducendo il limite generalizzato di 30 km/h in città, introdotto nuovi strumenti per la mobilità attiva. Tutti passi importanti di cui gliene va dato atto.
Ma il nodo rimasto irrisolto è il più evidente e il più doloroso: la protezione di chi si muove a piedi o in bici nei contesti più vulnerabili, in particolare quando si trovano a condividere spazio e orari con i mezzi pesanti. Quest’ultima morte rimette al centro questo punto: una città può diventare più moderna, più vivibile, più ciclabile… ma se non riesce a garantire la sicurezza di chi pedala e di chi si muove a piedi, il sistema resta incompleto.
Oggi, mercoledì 26 novembre alle ore 18, all’incrocio tra via dell’Arcoveggio e via De Giovanni, associazioni e cittadini si ritroveranno in un presidio convocato proprio per chiedere risposte immediate: norme chiare sulla circolazione dei mezzi pesanti in città, obblighi tecnologici, controlli reali, e una pianificazione che metta al centro la vita delle persone prima della logistica dei cantieri.
La morte di una ragazza di 23 anni non può essere archiviata come una tragica eccezione: è il segnale che un’intera città non può più permettersi di ignorare.
Serve una legge nazionale
E questo ennesimo episodio dimostra, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che la questione dell’obbligo di sensori sui camion deve essere regolata a livello nazionale. Oggi le prescrizioni sono frammentate, parziali, spesso affidate alla buona volontà degli enti locali o alle scelte dei singoli operatori. Ma la sicurezza stradale non può dipendere da una geografia a macchia di leopardo: serve una norma chiara, valida ovunque, che imponga dispositivi realmente efficaci per individuare pedoni e ciclisti eliminando gli angoli ciechi e che stabilisca criteri uniformi di controllo, manutenzione e aggiornamento tecnologico per i camion.
Un Paese che dichiara di voler incentivare la sicurezza stradale non può lasciare un vuoto normativo proprio sul punto più critico: la convivenza tra gli utenti più vulnerabili e i mezzi più ingombranti. Una legge nazionale avrebbe il compito – e la responsabilità – di alzare il livello minimo di sicurezza, riducendo drasticamente il rischio di manovre cieche e impatti laterali, che sono la causa ricorrente delle tragedie come quella di Bologna.
La tecnologia, da sola, non sarà mai sufficiente a rendere i camion pienamente compatibili con la vita delle strade urbane. Ma un obbligo nazionale rigido, verificabile e capillare è un passo imprescindibile per ridurre il danno mentre si lavora a una trasformazione più profonda delle città. Perché ogni ritardo normativo pesa sul corpo di chi pedala, e ogni vuoto legislativo si traduce in un vuoto di protezione che non possiamo più permetterci. Adesso basta.




















L’assurdità qui è che la pista ciclabile abbia la precedenza sulle auto che svoltano. Se e quando il trasporto ciclistico avrà maggiore successo, una fila indiana di ciclisti difficilmente visibili bloccherà la strada e bloccherà l’attraversamento dall’altro lato, rendendo la circolazione pericolosa e inefficace. Sono andato a vedere quella svolta con Street View. E’ a 90° per chi svolta dalla via principale, ma c’è pure una immissione dall’altro lato, ed è ovvio che un mezzo fermo, che faccia attraversare l’auto da via secondaria a via secondaria, nasconderebbe una bicicletta in arrivo. E’ un incrocio progettato da un cretino. Per quanto riguarda l’incidente, un mezzo pesante non può svoltare, lì, se non in modo lentissimo, praticamente a passo d’uomo. Ci si chiede come fa una ciclista, anche se col diritto di precedenza, a buttarsi sotto ad un mezzo così, che verosimilmente svolta a 5 km/h al massimo. Forse bisogna finirla col considerare il ciclista una specie protetta, perché gli si fa correre solo più rischi. Non riesco – con tutta la buona volontà – ad immaginare una dinamica in cui io sarei finito sotto a un camion in quell’incrocio. Vedendo il camion che sta svoltando, mi sarei fermato senza se e senza ma.
credo che non sia un problema di sensori
Mi trovo a Milano in questi giorni e vengo da Napoli
Trovo più pericoloso guidare a Milano che Napoli
Ci sono troppe regole assurde troppe cose contemporaneamente da tenere sotto controllo mentre quindi
semafori che scattano ogni 4 secondi ho visto gente accelerare agli incroci mentre il semaforo era arancione più di una volta e sfrecciare velocemente
io stesso mi sono trovato con semaforo verde a svoltare a dx e subito ritrovarmi un semaforo rosso perché stava passando un tram quasi mi sono dovuto fermare sui binari non sapevo più se passare o restare sui binari assurdo
devi stare attento semafori pedoni striscie bianche omini rossi verdi e arancioni linea gialla zona verde rossa ecc ecc
quando basterebbe solo un po’ di prudenza in più
IL fatto eclatante veramente è che i semafori durano 4 secondi al terzo secondo tutti accelerano per poter passare senza rispettare più la prudenza si và a okki chiusi negli incroci basta passare .
gli automobilisti italiani sono i peggiori in assoluto… così provinciali da sentirsi padroni del mondo quando sono alla guida…
IL PROBLEMA CRUCIALE È DERIVATO DAL FATTO CHE CAMION COSÌ ENORMI NON POSSONO CIRCOLARE PER PER VIE CITTADINE!!!!! I LAVORI VANNO EFFETTUATI CON PICCOLI CAMIONCINI I QUALI HANNO LA VISIBILITÀ E L’INGOMBRO DI UN’AUTOVETTURA !!!!!!!!!!!!!!
Sinceramente, muovendomi in bici, a piedi e in auto, quello che conta veramente è muoversi considerando di non avere la precedenza quando si è l’utente debole.
La precedenza è solo una regola, non un muro di cemento che ferma le auto, preferisco aspettare qualche secondo in più ed accettarmi che si stiano fermando.
rispondo a Marco Zucchelli, io vedo anche tanti automobilisti, motociclisti, camionisti, passare col rosso, sorpassare in condizioni precarie, giusto una decina di giorni fa alla guida della mia auto ho rischiato un frontale perché dal lato opposto un disgraziato ha sorpassato un veicolo invadendo il senso opposto di marcia.
Ottimi contenuti in questo articolo; logici e pragmatici.
Tuttavia, nell’attesa che le sacrosante pretese formulate nei confronti dell’amministrazione pubblica trovino applicazione concreta, nonché, nell’ottica della riduzione degli incidenti, penso che potrebbe essere utile anche fare dei corsi per ciclisti (che si muovono in ambito urbano), al fine di insegnare loro come prevenire i rischi più ricorrenti, causati dalla condotta errata/illecita dei conducenti di veicoli a motore.
Le forze dell’ordine potrebbero essere una fonte preziosissima, stante la loro attività in tale ambito, anche in termini statistici.
Io ho maturato tanta esperienza dopo “una vita” in motocicletta e mi dispiace quando vedo ciclisti che, nonostante rispettino le regole, si mettono in condizioni pericolose senza rendersene conto.
Ad ogni modo, solo per fare un esempio, potrebbe essere utile far salire i ciclisti su un camion, in un percorso cittadino, in modo che acquisiscano la consapevolezza di quanti punti ciechi ha il conducente.
Se non sbaglio, ci sono esperienze inverse, in cui conducenti di autobus/camion son stati messi in sella alle bici, per provare l’esperienza d’esser sorpassati, a distanza ravvicinata, da un mezzo di svariate tonnellate.
Anni fa, ho rischiato di vedere la mia consorte finire schiacciata sotto la motrice di un autoarticolato, intento ad uscire da un parcheggio, per immettersi nella carreggiata.
Lei pensava che il conducente l’avesse vista e, quindi, ha continuato a pedalare tranquilla sulla ciclabile, avendo anche la precedenza.
Io seguivo ad una quindicina di metri (eccezione, perché di solito sono sempre davanti io) e, vista la scena, ho iniziato ad urlare a squarciagola, per attirare l’attenzione del camionista che aveva appena iniziato a “mollare la frizione”, proprio mentre la mia bella stava passando davanti.
Per fortuna, era estate; il finestrino della cabina era aperto e, appena il conducente ha sentito le mie urla, ha frenato bruscamente d’istinto, evitando di travolgere l’incolpevole ciclista. Solo un attimo dopo, ha potuto rendersi conto di quanto stava per succedere….
cmq spesso vedo ciclisti e monopattini. passare con il semaforo rosso incoscienti
Una sola la soluzione: piste ciclabili protette da spartitraffico in grado di proteggere il ciclista da ingressi delle auto o camion.
Come accennavo implicitamente anche nel commento delle 12.51 considerato come guidano molti automobilisti e camionisti in Italia, l’unica vera soluzione è infrastrutturale, cioè dove le bici devono convivere circolando in spazi urbani e limitrofi con auto e mezzi pesanti, dovrebbero poter passare SEMPRE in CICLABILI PROTETTE, come ce ne sono all’estero in centro-nord Europa. In caso di errore di manovra il veicolo motorizzato NON può invadere in un attimo la pista ciclabile, si schianterebbe e comunque il ciclista verrebbe allertato e non si ferirebbe nemmeno nei casi più gravi di impatto violento sulle strutture perimetrali che la contornano, e potrebbe salvarsi comunque
L’idea di obbligare i veicoli (non solo camion) a determinati sensori di avviso “utenti deboli” (in bici o a piedi) è comunque giusta e raccomandabile, perchè può aumentare la sicurezza e protezione anche di anziani e bambini.
Un altro accorgimento per i ciclisti stessi è installare sulla bici dei fanali radar di buona qualità perchè avvisano in anticipo dell’eccessivo rapido avvicinamento di un autoveicolo , camion, furgone, tir o moto. (avviso luminoso per loro e allarme acustico per il ciclista: la funzione può essere implementata dal fanale stesso in alcuni modelli o associata allo smartphone in altri casi). Poi in questa casistica conta certo anche la propria velocità di reazione.
Ho un conoscente che guida i camion in provincia di Milano, che mi ha spiegato come è stata implementata nei fatti la misura dell’obbligo dei sensori salva ciclisti. I camion che ne sono dotati vengono “iscritti” in un elenco che il Comune può consultare (forse risulta sul PRA?). Fatto sta che se entra nell’area B un camion che non compare nell’elenco, dal Comune parte automaticamente una lettera di accertamento: l’azienda ha qualche tempo per dimostrare che il camion alla data dell’ingresso aveva i sensori. Se però l’azienda non dimostra che il camion aveva i sensori, sono 1800 euro di multa.
E l’azienda per cui lavora il mio conoscente ci ha provato a mandare a Milano un vecchio camion per una consegna “di 5 minuti”, e ha prontamente beccato la multazza: foto, lettera di accertamento, il camion non aveva i sensori, 1800 euro di multa.
Non saprei se questi sensori siano poi davvero efficaci, ma Milano ha adottato questa misura, e a quanto pare non sfugge nessuno.
E Bologna è la città premiata di recente come la più “ciclabile” d’Italia. Se nel nord-est dove abito io circolassero più bici in carreggiata (non essendoci ovunque ciclabili) anche rispettando tutte le norme del CdS, fanali con radar e dispositivi riflettenti, si verificherebbero comunque minimo 2 o 3 incidenti gravi o mortali al giorno.
Come puntualizzavo in un topic di qualche giorno fa, in un sistema autocentrico su scala nazionale, con le condizioni anguste e ammalorate di molte strade (specialmente urbane e periferiche-provinciali) e le modalità di guida medie dei camionisti e automobilisti italiani, se non c’è un’ autentica STRAGE quotidiana è perchè molti ciclisti in diverse aree del paese per puro spirito di autoconservazione hanno rinunciato a circolare o, di rado, passano sui marciapiedi più larghi per poter sopravvivere e non rischiare letteralmente la vita ogni volta che pedalano, anche per 1 km o poco più, ovunque NON ci sia una ciclabile in sede protetta separata.
Finché l’utente della strada automunito non comprenderà che è nel suo stesso interesse (e dei suoi cari) rinunciare alla macchina ogniqualvolta possibile preferendo mezzi pubblici, camminare in spazi pedonali o pedalare in bici per le tratte più brevi- infracittadine almeno- e ricorrere dove funzionale all’intermodalità, NON cambierà mai niente, è una battaglia contro i mulini a vento per ragioni sia economiche generali che di mentalità, culturali e sociali e per abitudini di trasporto ormai consolidate e cronicizzate nella stragrande maggioranza della popolazione adulta.
Eppure, anche per ragioni sanitarie, niente è più benefico che una vigorosa camminata giornaliera o pedalare a moderata intensità per tragitti di medio-breve percorrenza, in spazi idonei, respirabili e sicuri.
Purtroppo la politica oggi dominante e governativa ha dimostrato di NON interessarsi seriamente al problema, anzi, rema palesemente contro, come dimostra anche la contrarietà manifesta alle città a 30km/h e la recentissima modifica al CdS che NON ha minimamente contemplato riduzioni di velocità dei veicoli motorizzati, anzi, hanno aumentato le potenze delle autovetture guidabili dai neopatentati.
E continuerà così almeno fino a quando non resteranno coinvolti in un grave incidente loro stessi o stretti familiari.
Ma forse, conoscendo la loro incommensurabile malafede,l’ ipocrisia e l’incapacità patologica di NON assumersi MAI alcuna responsabilità, alcuni riuscirebbero comunque a negare l’evidenza, a sostenere che la segnaletica stradale era “sbagliata” (vedere il successo che aveva avuto il tipo contro gli autovelox) e che sono stati “fraintesi”.