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Rapsodia Danubiana: Atto III

Diari • di 22 settembre 2017

Atto terzo

Si alzarono per tempo, quella mattina di giovedì 27 luglio. La giornata si annunciava bella, con un cielo terso ed un’aria appena pungente, quando scesero nella metro di Schonbrunn. C’era tanta gente in attesa nella stazione degli autobus e i due se ne rimasero seduti a contemplare questa umanità viaggiante, un quotidiano pullulare di formichine che ai quattro angoli della terra si affannano per arrivare, partire, fuggire, tornare, facendo i conti con la lentezza e per qualcuno forse solo con la povertà. Alle ore 10 e 50 il Flix Bus diretto a Monaco di Baviera, fece il suo ingresso in stazione sotto lo sguardo poliziesco del capitano.

Le bici vennero sistemate all’esterno del pullman, e avrebbero compiuto in poco più di sei ore quella che doveva già apparire, nel ricordarla, un’Odissea dai tempi indefinibili. L’autobus era pieno, soprattutto di giovani, due ragazze dietro a loro cominciarono un chiacchierio in inglese, interrotto da brevi pause. Il professore utilizzò Il wi- fi interno per curiosare sulla Vienna che si stavano lasciando alle spalle. “Città distrutta da un gigantesco bombardamento alleato, venne occupata prima dai Russi e poi dagli Anglo – Americani. L’Austria rimase poi divisa in quattro zone fino al 1955, quando le venne restituita la libertà a condizione di una neutralità permanente. Dopo l’Anschluss, era stata saccheggiata dai nazisti e quasi subito si era formato un movimento di resistenza alla Germania. Si dice che i soldati austriaci del terzo Reich fossero più umani di quelli germanici. Venivano infatti considerati tedeschi di serie B”. – Ma non gli avevano regalato il Fuhrer alla Germania? – pensava ad alta voce il professore. – E il tesoro degli Absburgo? Forse già la Grande Guerra ne aveva prosciugato l’entità – provò a concludere. Si mise così a ricordare la passeggiata che il giorno prima si erano concessi dentro la Reggia di Schombrunn prima dell’ultima cena. Un complesso imponente, vestigia di un lungo passato imperiale, con enormi viali che prospetticamente lo attraversano creando scorci sulla città sottostante. E poi laghetti, fontane, statue troppo chiare per essere originali. – Forse è vero che gli austriaci soffrono di un complesso di inferiorità per una perdita definitiva – si scoprì a dire mentre l’autobus entrava in una stazione di servizio per la pausa pranzo.

Arrivati a Monaco, vennero riconsegnate loro le bici e dovettero attendere circa due ore per salire sul prossimo Flix Bus, destinazione Innsbruck. Gironzolarono nella grande stazione degli autobus, mangiarono qualcosa in una bakery e si divertirono ad osservare quel groviglio di genti. Autobus per ogni dove: Londra, Praga, Sarajevo. Nello stallo n. 13 cominciò a radunarsi un discreto numero di persone. Così il professore notò la presenza di una giovane donna, seduta e con la bici al suo fianco. Non gli tornavano i conti. Dietro al bus ci vanno due bici, pensava, a meno che non ne carichi di più. Altrimenti uno di noi tre è fuori. L’arrivo del Flix fugò la sua paura. Una corpulenta autista sistemò le loro bici mentre la giovane donna, piuttosto incazzata, se ne rimase a terra nonostante agitasse la sua prenotazione. Erano da poco ripartiti per Innsbruck, quando un messaggio nel suo cellulare, connesso con la rete del bus, lo fece ripiombare in un lontano passato. Aveva appena ricevuto una mail da Gabriella, una donna ungherese con cui aveva vissuto in Italia per circa quattro anni, prima che ognuno cercasse di riprendere la propria strada nella vita. Gli comunicava che le cose per lei in Germania, dove si era trasferita da un paio di anni, non andavano affatto bene. Infatti, il ristoratore greco presso cui lavorava, era da poco venuto a mancare all’età di 68 anni per un infarto immediato; continuava dicendo che la moglie di quest’ultimo, in pratica, si rifiutava di pagarle la mensilità, mensilità di circa 800 euro che comunque da sempre riceveva in nero. Lo pregava, in conclusione, di aiutarla con l’invio di denaro, per permetterle di fare ritorno in Ungheria, visto che non ne poteva più della solitudine in cui si era trovata a vivere in questi mesi e di una lingua orribile che non sarebbe mai riuscita ad imparare. L’invio di denaro non era una novità per lui perché la donna, da diversi anni, viveva in ristrettezze economiche e quindi era successo più volte che gli cercasse dei soldi.

Ma non era questa la sua preoccupazione. Pensava, semmai, e con dispiacere, a lei a a tutte le difficoltà che aveva incontrato nel corso della sua vita, poteva aggiungere da sempre, ad esclusione di alcuni momenti particolarmente sereni dal punto di vista finanziario. Si trovò a ricordare anche, le circostanze erano ovvie, ad un inverno di tanti anni fa, quando, scendendo verso l’Italia in autostop proprio dal nord della Germania, avessero attraversato insieme una incantevole Monaco di notte nella macchina guidata da un giovane con gli occhiali che aveva dato loro un passaggio, e che più tardi, a bordo di un furgone, avevano incrociato Innsbruck piena di neve, alle prime luci dell’alba: lui sonnecchiava nel sedile posteriore quando lei lo svegliò invitandolo a godere della prima luce del sole che si irradiava attraverso le montagne innevate. La contemporaneità, pensò tra sé; domani forse Ian sarà a Bratislava e rivedrà il suo vecchio amico davanti ad una birra spumeggiante; a Dachau apriranno di nuovo i cancelli del lager e i giovani torneranno a fare i conti con il loro passato; drappelli di cicloturisti scenderanno lungo la ciclabile del Danubio tra Passavia e Vienna; e ogni giorno a venire le acque dell’Inn e dell’ Ilz si arrenderanno al Danubio, al crocevia di Passau, per renderlo ancora più grande; altri cicloturisti percorreranno la loro stessa strada e troveranno sollievo nella stessa Gasthof, a Worth on Danau, a Mauthausen, mangiando goulash e bevendo birra; Gabriella tornerà in Ungheria ad abbracciare l’anziana madre e forse ce la farà a non autodistruggersi mentre lui se ne starà in Italia a suggerire, con queste righe, la rapsodia Danubiana ad un abile orchestratore.

Arrivarono ad Innsbruck che imbruniva. Trovarono quasi subito l’Hotel Zillertal, deposero le loro cose, si lavarono e raggiunsero l’ultima Gasthof per una cena all’aperto. Naturalmente, goulash, birra e torta Sacher per chiudere. Vagarono per la cittadina, semplice, ordinata, sentendosi già un po’ a casa. I giovani si attardavano dentro e fuori i locali. Fumavano il narghilè, bevevano vino e birra. Belle tirolesi si muovevano eleganti in compagnia di giovanotti divertenti. Un arco monumentale, antico ingresso alla cittadina, diede loro la prospettiva di fuga, quella che forse avevano cercato con questo viaggio, attraverso l’immagine di un corso pieno di luci e che sembrava non voler terminare mai.

Il giorno dopo, venerdì 28 luglio, si alzarono alle sei per attendere l’autobus che li avrebbe condotti a Milano. Superato il Brennero, cominciò la discesa per Verona. Erano piuttosto stanchi, il capitano si rifugiò nei suoi ascolti musicali; il professore continuò a rimuginare su tutti quegli eventi trascorsi. Gli sembrò che l’avventura danubiana fosse durata un mese, una tregua dal quotidiano, o forse, che fosse solo una bella favola a cui non credere. Giunsero a Milano, si mossero dentro stazioni semideserte. Primo treno da Rho a Magenta, direzione Novara. Ad un certo punto il regionale, dopo essersi fermato in un piccolo centro, si attardò nel ripartire per un tempo che sembrò dilatato ai pochi e sudati passeggeri. Una giovane donna con bici al seguito, cominciò ad imprecare verso un ferroviere per questo ritardo mentre intanto parlava al telefono. Gli altri dello scompartimento la guardarono sorpresi da tanta veemenza e certo pure divertiti. Erano veramente tornati in Italia. La piccola cittadina di Magenta, sonnacchiosa vista l’ora meridiana, li avvolse con la sua tranquillità. Si spiaggiarono davanti al chioschetto dove il capitano abitualmente consuma le colazioni, proprio dietro la sua scuola, ed attesero l’apertura del negozio di bici dove Andrea fece riparare la gomma, malconcia per una foratura intervenuta sulla ciclabile, vicino Mauthausen. Rinforcarono le bici e pedalarono fino a Casterno dove giunsero a casa con uno stato d’animo tra la commozione, l’orgoglio, e l’istupidimento più totale.

Anversa, venerdì 28 luglio, Sede del Comitato centrale per il Cicloturismo, Grote Markt n. 7

– Signori buongiorno – esordì Van de Routen in una forma particolarmente smagliante, – debbo purtroppo comunicarvi, attraverso un primo resoconto fornitomi dal signor Petofi, che sono intercorsi due spiacevoli incidenti. Il primo, come potevamo aver ragione di temere, è avvenuto ieri pomeriggio durante la Fratellanza Cicloturisti in corso a Sarajevo. Si è trattato, inizialmente di un diverbio tra Serbi e Bosniaci, diverbio che successivamente è degenerato, vista la quantità smodata di alcool, in una autentica rissa a cielo aperto. Inutili i tentativi del nostro Petofi, lì presente come delegato dei Savi della bici. Sterili gli inviti al dialogo da parte dei sotto commissari al Cicloturismo. La rissa si è allargata a macchia d’olio e si è reso necessario un massiccio intervento della polizia. Sono veramente costernato nel dovervi riferire lo spiacevole episodio e invito il rappresentante ungherese a fare luce su quanto accaduto e di lavorare, in tempi brevi, per una ripresa delle relazioni tra le due parti. Il mio dovere, come rappresentante di questo sacro Concistoro, rimarrà sempre un invito alla moderazione, ad evitare gli eccessi etilici, a cercare sempre un punto di incontro nelle infinite strade che ogni giorno, nelle diverse contrade d’Europa, i nostri cicloturisti si trovano a percorrere.

Invece, il secondo spiacevole episodio riguarda la ragazza olandese che era diretta in Slovenia. Tra l’altro si era incrociata con i due italici all’altezza di Augsburg, se non ricordo male. Ebbene, pare che la stessa abbia avuto un incidente con la sua bici, e, notizia particolarmente riprovevole, che questo incidente sia stato provocato da due sabotatori macedoni nei pressi di Lubljana. La nostra malcapitata si è vista derubata dei suoi averi e dei suoi effetti personali, mentre un primo ricovero presso l’ospedale di Lubljana si è risolto con qualche contusione ed escoriazioni varie. Bande di facinorosi attraversano la nostra Europa. Persone che hanno un assoluto disprezzo per il nobile cicloturista. Ebbene, lasciatemelo dire, noi condanniamo senza mezzi termini simili aberranti deliri. Invito ancora il signor Petofi ad indagare sulla vicenda, perché non è possibile che entrare in Serbia, in Bosnia, nel Montenegro, in Romania, in Macedonia, significhi ancora entrare in un selvaggio est, dove la legge viene ignorata e il rispetto per il cicloturista non trova luogo. Vi annuncio infine che la missione di Ian Wallwork è andata a buon fine. I nostri italici sono ormai rientrati nella loro terra mentre l’inglese continua Il suo viaggio verso Bratislava.

Il signor Petofi intanto, protetto dalla semioscurità, sudava freddo. Non solo la rogna di un incontro settimanale ad Anversa, pensava, adesso pure le indagini, come gli intimava Van de Routen. Uffa! In quale marasma mi sono cacciato. E tutto è nato dalla mia stazione termale per cicloturisti, mica dalla passione per la bici. Se non fosse per i lauti rimborsi che ricevo da questi fiamminghi, me ne starei pancia all’aria nelle mie terme. Sgrunt! Adesso, non pensiate che il comitato fosse un ricettacolo di ipocriti. Le mele mezze marce si trovano ovunque. E il nostro signor Petofi, fresco di nomina, si sarebbe pur riscattato da questi banali pensieri, finendo per innamorarsi di una cicloturista austriaca in vacanza a Budapest. Riguardo a Berhinger e al suo astio, Van de Routen, scoprì che il tedesco era il nipote di un soldato della Wermacht di stanza col suo contingente in Italia, precisamente ad Ortona, sulla linea Gustav, durante la Seconda Guerra. Il francese Levì, di chiara ascendenza ebraica, era un uomo talmente metodico che mal tollerava stravaganze, da qualsiasi parte provenissero. Il signor Tucci, alla fine della riunione, corse ad abbracciare i suoi colleghi, euforico per il finanziamento da parte europea della sua strada del brigante e per il rientro in Italia dei due cicloturisti. Tutti si congratularono con lui, e così come in un circolo esoterico, i Savi della bici, sotto la direzione corale di Van De Routen, intonarono la nenia del cicloturista, il canto vitale per un’Europa da salvare, una nenia che si perse nella piazza antistante fino alle rive della Schelda.

Epilogo

Dopo una mattinata di sabato dedicata al riposo e alla spesa, il pomeriggio vide l’arrivo di Silvia, la compagna di Andrea, e successivamente il rientro a casa di Sasha e Babuska, i due meraviglioso gattini che il capitano, a malincuore, aveva affidato ad un albergo per animali. Cominciò pure una narrazione, episodica, delle avventure lassù al Danubio. Ma fu soltanto durante la domenica che i nostri cominciarono a voltare pagina. Dalla pagina finale del diario del professor Lino, vi saluto e mi auguro di aver sollecitato la vostra fantasia verso nobili traguardi. Magari!

Ieri abbiamo fatto un giro in bici, un bel giro, io, il capitano e Silvia: il Naviglio fino al Ticino. Il tutto in assoluto relax, altro che la maratona tra Passau e Vienna dietro a Ian, l’inglese di Manchester. Abbiamo pranzato con una insalatona e delle rane fritte, di cui abbiamo ordinato una sola porzione, così per assaggiare. Però le abbiamo lasciate nel piatto, troppo lontane dai nostri gusti. Riguardo a me, mi sento piuttosto riposato e sto riprendendo contatto con la realtà. Lungo il Naviglio, d’Estate, c’è una ricca vitalità: comitive in bici, la gente corre, cammina, si bagna sul canale. A Boffalora c’è una festa in corso con un albero della cuccagna cosparso di grasso e proteso sull’acqua. Sulla via del ritorno, dopo tanti tentennamenti, mi decido. Fermo la bici, e chiedo dieci minuti ai miei compagni di viaggio. Misuro la distanza tra due scalette di sicurezza, circa trecento metri, mi sfilo i sandali, tolgo pantaloncini e maglietta e….mi butto. La corrente è forte, mi ritrovo nel mezzo del fiume e fatico non poco per riavvicinarmi alle sponde. L’acqua è gradevole. Basterebbe lasciarsi andare e ti porterebbe dritto alla Darsena di Milano. Invece, seguendo la sponda, continuò a scendere fino a che non afferro la rossa scala di sicurezza e riemergo fiero sulla ciclabile. Andrea, riluttante da sempre a bagnarsi sul canale, nonostante le sue indubbie doti di nuotatore, imita il mio slancio e si tuffa a sua volta. Il battesimo sul Naviglio mi è parsa la degna conclusione del viaggio, la sua catarsi. Un modo simbolico di salutare il Danubio, dove pure non trovammo il modo e il tempo di bagnarci. Un modo ancora per liberarci dalla fatica, dalla tensione di un viaggio allucinato, caotico, vitale. Solo una sfida al tempo che passa.

Anversa, venerdì 4 agosto, Assemblea dei Savi della bici, Grote Markt n.7.

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Una risposta a Rapsodia Danubiana: Atto III

  1. Raffa ha detto:

    Bellissimo racconto!

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