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[Video] Il Caucaso ed il popolo Svan sono a rischio – Cycloscope ep. 7

Diari • di 22 Dic 2017

La settima parte del diario di viaggio di Cycloscope | Un giro del mondo in bicicletta.

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In bicicletta verso il Caucaso georgiano per raggiungere Khaishi, il villaggio che dovrebbe essere inondato per il progetto della mega-diga Khudoni. Per il nostro terzo reportage abbiamo finalmente ottenuto qualche contatto locale. Grazie alla ONG Georgiana Green Alternative e il suo portavoce, Dato Chipashvili, che ci ha aiutato a prendere contatto, incontreremo il leader del movimento locale contro il progetto della diga nella sua stessa casa.

Nel villaggio che sarà perso per sempre, insieme con così tanta fauna selvatica e patrimonio culturale e storico unico, al fine di produrre un po’ di energia verde.

Per saperne di più sull’argomento consultate il nostro articolo sulle dighe georgiane e il prezzo dell’energia idroelettrica.

Diga Enguri – Leburtskhila
I cancelli della Svanezia

L’ultimo sogno della mattina è un amico di adolescenza aggredito e dilaniato dalle mucche. Mi sveglio, sudato, nella tenda. Il caldo è già insopportabile. L’Enguri mormora rassicurante. Le mucche non sono in vista ma le loro feci costellano l’erba come grossi, grigi pois. Secche, non puzzano, stanno lì, a ricordarmi a chi appartiene questo luogo.

La diga è appena dietro il monte, vicinissima. Non la vedo ma la percepisco nitidamente. Il peso immane di milioni di metri cubi d’acqua come una liquida, gigantesca spada di Damocle.

Percorro i cento metri che mi separano dal fiume ancora stordito dal sogno, provo a bagnarmi nell’Enguri ma l’acqua è troppo gelida per immergervisi. Mi sciacquo a pezzi. Alzo la testa e vedo una “Lushnukor”, una tipica torre di difesa Svan. E’ sul monte sopra di me esattamente sopra la tenda, cinquanta metri. Non l’avevamo vista ieri. Quindi siamo ufficialmente in Svanezia, non c’è dubbio. Smontiamo il campo, inforchiamo le bici e riprendiamo la strada, le mucche sono lì, impassibili.

Ci arrampichiamo verso Potchko Etseri, il villaggio sotto la diga. Evidentemente costruito in epoca sovietica per il lavoratori della centrale. La più grande diga in Europa.

E finalmente la vedo, massiva, imponente, folle come un tempio, come l’ambizione umana. Ci arrampichiamo ancora, su per una pietraia che porta sulla cima, sperando di poterla percorrere. Non c’è verso. C’è un cancello, la guardia è gentile e prova ad intercedere per noi con il boss su nella torre di controllo, ma il boss è inflessibile, non gli importa se dovremo fare dieci chilometri in salita in più per la sua inflessibilità.

Non ci resta che tornare giù per la pietraia, e ancora giù fino al fiume, salutare le mucche ed affrontare la salita, quella vera, il Grande Caucaso. Dopo poche centinaia di metri Elena sta già spingendo a braccia, io vado, trafelato. Respiro, cambio stato di coscenza, e vado. Il sudore è un velo spesso che mi annebbia la vista, vado. L’acqua finisce troppo in fretta.
Quindici chilometri senza riposo, quindici mila metri di fatica, quindici milioni di centimetri di soave sofferenza. Li ricordo tutti, uno per uno.

Vedo una fontana, un bar, esco dalla trance. Bevo, finalmente, credo più di un litro in un sorso. metto la testa sotto l’acqua, credo per più di un minuto. La gente mi guarda, la gente del bar. Il bar. Non è un miraggio. Comunichiamo, solite domante, solite risposte. Dopo poco arriva Elena, a piedi non è andata che poco più lenta di me. Beviamo un caffè e fumo una bella sigaretta, Sportsmeni.

Continua a leggere il racconto del nostro viaggio in bici sul Caucaso Georgiano





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