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Girolibero

Cambogia in bicicletta (parte 1)

Diari • di 5 febbraio 2018

31 ottobre – 14 novembre 2017
Pedalato e scritto di getto da Tommaso Goisis

Prequel

29-30 ottobre: due bei giorni a Phnom Penh con Walter, amico fraterno che ora vive a Bangkok.
Bello vederlo, viverci un po’. Ci siamo trovati, ritrovati, scorrazzati in motorino fino a riempirci di fango.

Day 1: E’ questa la vita che sognavo da bambino

31 ottobre / Phnom Penh – Kampong Cham / partenza h7:12 – arrivo h16: / 110km (40% sterrato)

h5:45, è il suono della sveglia. La rimando, ho troppo sonno e fuori è buio. Non voglio esagerare, questo è solo l’inizio. h6:30, è ora, altrimenti se il buongiorno si vede dal mattino…
Ora la luce c’è, fuori sembra già mezzogiorno. Preparazione lenta, colazione con biscotti Oreo, banana e acqua, tanta acqua. La bici è carica, io anche. Fremo tra paura ed emozione.
Ho sempre ammirato i viaggiatori in bicicletta, pensando che non ci fosse un motivo logico per farlo: con la moto vai sulle stesse strade in meno tempo, facendo molta meno fatica. Pensavo che avessero sempre qualcosa di forte dentro, una spinta a farcela con le proprie forze, un desiderio di mettersi alla prova apprezzando il piacere di viaggiare lenti.

Ho sognato più volte questo giorno: è arrivato il mio turno, è la mia occasione. Amo fare una cosa per la prima volta, mi fa sentire vivo. So che posso fallire, ho studiato un itinerario lungo, con 120-140km al giorno, non ho idea di come siano le strade, non conosco le strada e non ho il GPS (se non come contachiometri, che poi potevo mettere un contakm che pesava meno della metà, eppure ci diamo forza a vicenda: io gli do fiducia, lui di solito mi fa arrivare fino in fondo, o perlomeno tornare indietro), ho una bici pesante, con le ruote troppo piccole. Però, alla mia bici le voglio molto bene: è il regalo di genitori e parenti per i miei 18 anni.

h7:12, sono in sella. Pedalo, un piede dopo l’altro. Bestia, fa caldo. Non me lo immaginavo così. E la bici è pesante, appena c’è un filo di salita mi sembra di venir trascinato all’indietro. Supero il ponte sul Mekong e imbocco un’autostrada (chiusa) in costruzione. E’ deserta, e si fila che è un piacere (cioè con velocità di crociera tra i 23 e i 25 kmh) ma dopo poco mi sento troppo solo, devio sull’erba, spingo la bici per 100 metri sulla sabbia ed eccomi sulla trafficata statale.
Un primo insegnamento: quando viaggi da solo il traffico una strada frequentata fa spesso piacere.

Comincio ad avere troppo caldo. Devio a destra buttandomi in un tempio. O meglio, in un complesso di templi, che qua sono praticamente dei villaggi con all’ingresso dei grandi archi. Ci sono famiglie che ci vivono, monaci che stendono i panni (arancioni) e bambini e bambine che giocano a palla.
Punto il carretto del succo di canna di zucchero. Appena me lo danno in mano, lo butto giù alla velocità della luce, per non dar tempo al ghiaccio di sciogliersi (vedi, mamma, un po’ di attenzione la metto).
I templi mi accompagnano ogni 2-3 km lungo tutto la strada di oggi, così le mie domande: “ma chi li paga? Come sono gestiti?” Non ne ho idea, ma ci entro spesso per una pausa, hanno un sacco di ripari all’ombra con pavimenti freschi.

Uscendo dalla città, gli edifici si diradano, il bordo strada diventa più verde e dalle capanne in ombra al mio passaggio cominciano gli ‘Hellooo’. Ci ho provato a contarli, ma arrivato a 100 non ce l’ho più fatta, però ho sempre risposto, dopo un po’ anche intonando la canzone di Adele, così da rompere la monotonia. Con i bambini lanciati a bordo strada, ci scambiamo spesso anche il ‘cinque’. I sorrisi, sia con i bambini sia con gli adulti, mi regalano momenti di gioia e immediatezza che non baratterei per nulla al mondo, sono linfa.
Ho caldo. Mi fermo a bordo strada da due vecchietti bellissimi: hanno solo latte di cocco, non proprio rinfrescante. Ma non posso tirarmi indietro, latte di cocco sia. Credo di aver fatto circa 30 sorsi, senza finirlo, davvero, era infinito.

Da quando sono partito sto ascoltando con attenzione ogni minimo dolore o anche solo fastidio fisico, passo da momenti in cui mi sento Peter Sagan, ad altri in cui un’irritazione all’inguine mi prefigura l’ambulanza dell’assicurazione che arriva a sirene spiegate.
Che poi chissà se l’assicurazione di viaggio che ho fatto prima di partire funziona davvero, in Cambogia.
Pensando a un’ambulanza cambogiana, rido e continuo a pedalare. Finche’ non arriva lui.
Toc toc. Chi è? Il tuo ginocchio sinistro, non ti ricordi che avevamo appuntamento?
Esce la tendinite, prima piano poi sempre più forte. Decido di conviverci, di lasciarle i suoi spazi.
Al 42esimo km, circa alle 10:30, mi fermo per colazione: riso e maiale.
Poi riparto, abbandono la strada principale e comincia lo sterrato, o meglio il fango, che per il ginocchio è la cosa peggiore, perché mi obbliga a spingere.

Avere una tendinite in bicicletta per me funziona così: non posso spingere, (quindi abbasso la velocità di crociera del 25%) e devo rimanere sempre appena sotto la soglia del dolore. Se sento il dolore è troppo tardi, e la soglia subito dopo si abbassa. Quando si abbassa troppo, devo fare una pausa di almeno
20 minuti. Riposando, la soglia si alza e posso ripartire stando attendo a questo precario equilibrio.
La cosa peggiore, in realtà, è il fatto che il mio pensiero si fissa tremendamente sul dolore, e subito a pensare a scenari apocalittici: “domani dovrò prendere l’autobus, e allora cosa sono venuto qui in bici a fare etc.”

Per fortuna gli hello pieni di gioia, la strada non più fangosa ma al tempo stesso sempre più piccola e remota aiutano a distrarsi, e quindi ad andare avanti. Arrivato a 35km in linea d’aria dall’arrivo, punto un baracchino a bordo strada con un fantastico ‘letto’ di bamboo davanti.
Ordino due acque e una coca, prendo un sacco di riso come cuscino e via nel mondo dei sogni.
Riparto alle h12 precise, non una genialata per il caldo, ma il ginocchio è come risorto.
Gira, e se tengo sotto controllo la soglia, riesco a tenere una velocità di crociera vicina ai 18 orari.

Poi succede la magia della giornata. Entro in un tempio, sembra deserto, è bellissimo, forse il più bello tra quelli visti oggi. Tanto che – diversamente dal solito – dopo aver gironzolato un po’ e fatto qualche foto nelle aree esterne, decido di entrare nella sala principale. Dentro ci sono un monaco, vestito di arancione, e 6 anziani signori. Sono seduti in circolo, non so se pregano o chiacchierano, ma forse il confine tra le due cose è sottile. Li saluto, e giro nel tempio. Sto per andarmene, mi chiamano a sedermi con loro.
Mi offrono succo di lici, acqua e un impacco pesantissimo di sticky rice; mi sento parte. Con alcuni parliamo francese, fa effetto vedere un cambogiano parlare il francese, ed è molto divertente.
Riposo con loro mezz’oretta e riparto: la strada chiama. Sono stati momenti fuori da ogni dimensione, naturali e assurdi al tempo stesso. Il ginocchio saluta anche lui il tempio, lasciando probabilmente lì un po’ di magia, e ricominciando subito a far male, rallento, ma vado avanti.

Il cielo si fa grigio, amen, proseguo. Si alza il vento, proseguo. Pioggerellina, proseguo. Temporale, corro al primo ‘rifugio’. Mi fermo nella veranda di un dentista (sempre di capanna in bamboo si tratta), ed esce il garzone, un ragazzo di 22 anni, che sfodera orgoglioso il suo inglese per raccontarmi il suo sogno di aprire uno studio tutto suo, diventare ricco e viaggiare.
Io lo ascolto, e gli racconto… il mio sonno. Non sono bravo a fingere, e lui è bravo a capire, torna dentro ‘so you can relax’. Mi siedo per terra, ed è subito secondo pisolino della giornata. 30min di dormi veglia bellissimi, la pioggia cala, riparto.

Ultimi 10km, riesco quasi a tenere i 20 orari, è l’effetto dell’adrenalina dell’arrivo. Entro in un centro sportivo di beach volley, in un campo giocano (bravi), nell’altro si allenano (bravissimi), Arrivo a Kampong Cham, incontro due ragazze francesi e gli chiedo dov’è il centro, una della due mi dà il suo cellulare (fisicamente, non il numero), dicendomi che ha internet e di cercare su google maps. Ringrazio, ma continuo a pedalare verso il ponte, in questo viaggio preferisco l’intuito a uno schermo.
Vedo due alberghi, il secondo è nettamente più brutto del primo, quindi fa al caso mio. Doccia, mi asciugo e incredibilmente riempio di terra gli asciugamani: o mi sono lavato male, o ne ero veramente pieno, probabilmente una combinazione di entrambi.

Esco a fare due passi, a ancora il caso mi porta a scoprire un rollerblade park (un capannone con dentro qualche rampa in ferro) dove ragazzini e ragazzine fanno delle evoluzioni incredibili. Bello vederli divertirsi così con poco, è il potere degli sport urbani. Vago per cercare dove mangiare, tamponando la fame con due ciambelle appena sfornate e due banane. Poi scelgo il posto più brutto, praticamente in mezzo a una rotonda. Ma amo sedermi a bordo strada, e il riso, scopro poi, è delizioso.
Torno in albergo ed eccomi qui a scrivere. Domani è un altro giorno, anche per il mio ginocchio.
In programma 135 km, sono tanti, fino a Snuol, esattamente a metà strada tra qui e Sen Moron (dove starò due notti) Ho paura di non farcela? Sì. Ho voglia di provarci? Di più.

Allora corro a dormire. Il mio sogno è appena iniziato, ma è incredibile quante esperienze ed emozioni possano viversi in un giorno solo. Quando viaggio è come se spalancassi i recettori, vivo tutto più intensamente, senza filtri, anche i miei limiti, provando a portarli un po’ più in là. Questo mi dà grande tranquillità, penso che qualsiasi scelta farò in questi giorni, sarà nel modo di viverla che imparerò, e migliorerò.

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