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Cambogia in bicicletta (parte 3)

Diari • di 7 febbraio 2018

Day 5: ride fast think slow

Venerdì 5 novembre / Sen Monoron – Ko Nhek / partenza h7:15 – arrivo h13:15 / 89 km

h5:30, driiin. No dai, in fondo sono solo 90km.
h6, in piedi, meglio non rischiare. Il cielo è grigissimo, è una buona notizia: no sole -> meno sudore -> meno acqua -> meno kg. Prendo coraggio e riduco il comparto emergenza, alleggerendolo di un succo di lici, di 50 cl d’acqua, e degli Oreo. Rimane formato da 50cl d’acqua, 33 cl di Baccah e 4 ‘focaccine’ fritte super fermentate. Più, ovviamente, le intoccabili barrette della Decathlon. Oggi viaggio leggero, nella bici e nello spirito.
Prima volta nel viaggio, mi concedo il lusso di una colazione con pancake alla banana e marmellata di fragole + the caldo. Pancake e marmellata, uno si immagina che arrivi spalmata sopra. O dentro un barattolino a parte.
No, il pancake arriva con la scatoletta in plastica monodose di marmellata appoggiata sopra, nel senso letterale del termine. Poco male, apro, spalmo e divoro. Mentre colaziono comincia a piovere, kway rossa sia, come la Ferrari d’altronde.

Per raggiungere la strada principale sono 100 metri di salita, mi sento cretino, ma spingo la bici a piedi. Mentalmente, voglio partire in piano. Piano sia, in tutti i sensi. Niente contakm oggi, non è impermeabile; sfioro appena i pedali per far girare le ruote, nulla di più. La strada è bellissima, dolci salite (prima marcia davanti, terza dietro, e zig zag per ridurre i rischi) e lunghe discese su ampie colline. Immerso nella nebbia, con il fresco e una leggera pioggia. Leggero male al ginocchio destro, probabilmente geloso delle attenzioni riservate al sinistro nei giorni scorsi. Così per i primi 25km, poi dopo una lunga discesa comincia la pianura.
Mi fermo, due panotti fritti, succo di canna e via.

Dopo poco, succedono due cose:
1. La strada attraversa null’altro che il nulla, nessun paese, baracca in legno o segno di civiltà oltre l’asfalto. Una sottile striscia d’asfalto in ottime condizioni, e la giungla del Sreapok wildlife sanctuary tutt’intorno.
2. La gambe girano, e le ginocchia non fanno più male.

Mi scatta qualcosa dentro, e comincio a spingere. Quando sognavo di diventare psicologo dello sport, mi affascinava la teoria dello stato di flow, quella particolare condizione fisica e mentale che talvolta porta gli atleti a realizzare performance straordinarie e poi commentare con frasi come ‘sentivo il mio corpo che andava da solo’. In piccolo, oggi ho avuto il mio stato di flow, piantandomi sui 28-30 all’ora per 60km, godendo del vento, delle curve e persino delle salite, dove giocavo a non far scendere la velocità. Pioggia, leggero sole, sorsi d’acqua e tutta la natura attorno che sembrava sorridere e incoraggiarmi. Ogni tanto, delle spighe di grano invadevano il ciglio della strada e ci davamo il 5.
Non ero fumato, giuro.

A 15km dall’arrivo, vedo un motorino fermo a bordo strada. Mi fermo, due uomini sulla 40ina, mi fanno cenno di aver bucato, hanno gli attrezzi ma non la toppa per la camera d’aria. No problem my friend, eccone due. Mi ringraziano quasi con una preghiera. Riparto e arrivo a Ko Nhek, meta di oggi, alle 13:20. Mi fanno male le gambe, non le ginocchia, ieri sera non avrei potuto sognare di più. Cartello rosso, guest house, mi fermo.
Come possa una guest house in Cambogia essere gestita da un indiano è il secondo mistero della vita di oggi.
Ho standard piuttosto bassi, ma questa camera è davvero tremenda, buia, lercia, con bagno a vista, senza water né lavandino. Uno strato di 3 centimetri di polvere sopra una inspiegabile coperta di lana. Ma tutto sommato è fresca e davanti alla porta ha una bella sedia di legno. 5 dollari la notte, affare fatto. ‘Doccia’ e subito sulla sedia a leggere. Duro poco, mi addormento, prima sulla sedia poi sul letto, due ore di pisolino magiche.

Prendo il libro e viaggio insieme a lui alla scoperta di Ko Nhek. “Fantasmi” è la raccolta di articoli che Terzani ha scritto sulla Cambogia nel corso della sua vita. Sono in ordine cronologico, oggi tocca all’azione vietnamita del dicembre 1978, con la caduta del governo di Pol Pot e la progressiva emersione di testimonianze relative al genocidio attuato dal ’75 al ’78. Sono pagine forti, piango. E comincio a guardare la realtà e le persone attorno a me con occhi diversi. Sicuramente non giudicanti, forse compassionevoli, certo diversi. Una popolazione di 7 milioni di abitanti, ridotta a 4 in appena 3 anni, da uccisioni spietate prima e dalla fame poi.

Costumi, società e legami distrutti. Come fa chi ha vissuto quegli anni a trovare la forza di sorridere? Come hanno fatto cose così terribili ad accadere? Perchè nel mondo se ne è parlato così poco? Come può non accadere domani? Ho tante domande e nessuna risposta, alcune forse sarebbero simili, ogni tanto è giusto così. Terzani giornalista è per me una piacevole scoperta, e mi aiuta a capire la sua successiva transizione a scrittore/pensatore. Mi dà una profonda chiave di lettura, per continuare a macinare km e a scambiare sorrisi in libertà.
Cena in strada alle cinque, riso, uova stranissime rosse scure, carne grassa e indecifrabile.
E ora qui, su quella sedia di legno con vista strada, dove tanto mi piace leggere, scrivere e pensare.

Day 6: galli a tracolla

Sabato 6 novembre / Ko Nhek – Banlung / partenza h6:45 – arrivo h12:30 / 91 km

Colazione riso e maiale pranzo succo di canna da zucchero come se piovesse e, sì, anche un po’ di pioggia.
Notte difficile, non prendo sonno fino alle 23 circa, e la mattina fatico ad alzarmi. Ma alle 6:45 sono in bici, colazione in sella con panini al latte presi la sera prima e acqua. Prima di partire saluto i miei nuovi amici indiani. Namaste, compagni, magari for your next guest pulitela un po’ la stanza. Strada simile a ieri, striscia d’asfalto con attorno parco naturale. E come ieri, decine di km senza anima viva nè altri mezzi sulla strada.
Inizio piano, come sempre, poi prendo il ritmo e gioco tra i 20 e i 22 all’ora. Rallento in salita, accelero in discesa. Canto in piano. Ogni giorno riscopro canzoni che non avevo assolutamente idea di ricordarmi. Oggi mi sono fissato su I say Hello, the Beatles. Oltre che sulla canzone del sole, indiscussa hit del viaggio.

Praticamente, non faccio soste fino a Lum Phat, 50 km dalla partenza, e 40 all’arrivo. Lì, solita colazione con riso e pollo. Ormai ci sono affezionato, specie perché quando imito una gallina che starnazza per far capire che voglio il pollo i cambogiani scoppiano a ridere. Poi capiscono, sempre. A circa 20km dell’arrivo, è il momento del salvataggio della giornata. Un motorino è fermo nel nulla, gli è caduta la catena perché troppo poco tesa, ma non hanno attrezzi per tirarla. Fortunatamente, ho le chiavi inglesi giuste. Mi prendo anche oggi una benedizione, speciale perché padre, figlio e fratello minore, oltre a viaggiare in tre su un motorino che non so come faccia a marciare, hanno nella borsa a tracolla due galli. Vivi, e mentre traffichiamo per tirare la catena cantano.
Ripartono loro, riparto anche io, ed evviva la sorpresa: gli ultimi 10 km di rampe ammazza ginocchio. Ma ormai ho fiducia, e non mollo. Semplicemente, sudo un po’ di più.

Arrivo a Banlung e comincio a girare, prima per capire l’orientamento in città, poi per cercare dove dormire.
Una delle scelte di cui sono più contento di questo viaggio, è quella di aver lasciato a casa la Lonely Planet.
Nei viaggi in cui l’ho portata, sono sempre finito a usarla, qui amo la sensazione di usare altro: i sensi, e le persone. E (quinto insegnamento) la bicicletta, per fare guesthouse-hopping, è il mezzo perfetto.
Dopo mezz’oretta trovo una guest huouse a gestione familiare con un cortile splendido. Non c’è aria condizionata, ma la stanza è grande, posso metterci la bici dentro e viene 5 dollari a notte. Affare fatto.
Doccia, ed esco a piedi.

Dopo 6 ore e mezzo in sella, camminare è una bella sensazione. Mi imbatto in un particolare allenamento di beach volley, giocano in 2 contro 1. E vince l’1, che può fare 3 tocchi da solo. Cerco di fargli capire che mi unirei volentieri, ma lui ignora ripetutamente i miei sguardi: in bocca al lupo per la carriera come solo player, campione. Poi passo di fianco al campo da calcio, dove sta per cominciare una partita. Scambio due parole con l’arbitro, che nel tempo libero dal calcio (sometimes I do coach, sometimes I do referee, important is I do football) fa l’insegnante di matematica alla scuola elementare. O forse il contrario, ma va bene così.

Circumnavigo il laghetto di Banlung a piedi, le panchine in pietra sono cosi fresche che… bum, vai di pisolino pisolino, con annesso sogno.
Mi risveglio, e divoro altri capitoli del libro. Mi ci ritrovo, comincio ad avere una linea di pensiero che mi consente di capire quello che mi sta intorno. I cambogiani è come se avessero perso una generazione, con tutto ciò che si portava dietro. E questo si vede tremendamente, solo i bambini e le bambine hanno, per fortuna, una luce negli occhi. Negli adulti, tutto sembra spento. Persino la religione è vissuta come contorno. Continuano le domande di ieri. Poi torno alla guesthouse, e trovo una parziale risposta. Chiacchiero per un’ora in inglese e in francese con il padre di famiglia. E’ del 1945, ama la storia del Vietnam e mi racconta tutto quello che ha vissuto. Il principe Sianhouk, il colpo di stato di Lon Pon, gli americani, Pol Pot e i Khmer Rossi, il genocidio, poi i vietnamiti. La sua narrazione e’ lucida, spesso emozionata. Solo è fissato che tutto ciò di negativo è successo è stata colpa dei vietnamiti. Tutto, ancora oggi. A un certo punto abbassa la voce, mi fissa negli occhi, e mi chiede di tenere la bocca chiusa su tutto quello che gli ho appena detto, “perché il partito è in mano ai vietnamiti, e i vietnamiti sentono tutto”. Chiacchieriamo per un’ora, ma lui parla per due. Nella seconda mi devo davvero trattenere per non addormentarmi.
E’ stato un momento molto intenso eh, solo che io ho un limite, dopo un po’ mi stufo. Anche lo sforzo per capire il suo francese attraverso la mascherina bianca (ma perché poi?) non aiutava, Gli prometto che ‘demain, nous continuons’.

Ceno in strada, ottimo riso con maiale. Domani motocicletta tutta cromata, a caccia di cascate, laghi vulcanici e villaggi. Dopodomani, la grande scelta: tirata di 150km per Stung Treng, l’ultima grande impresa alla Omar, prima del bus, o direttamente 6h di bus fino a Siem Reap, per poi aggiungere un’altra tappa in bici nel ritorno verso Phnom Penh? Sto già pensando troppo in là: la motociclettata di domani porterà consiglio.
Io sono felice, e canto la canzone del sole.

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