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Cambogia in bicicletta (parte 4)

Diari • di 8 febbraio 2018

Ridateci adesso la nostra Gioconda!

Domenica 7 novembre / Banlung – Ston Treng / partenza h5:05 (con alba splendida) – arrivo h12:40 / 142 km (tutti con il sudore bagnato di maglietta, e non viceversa) / Ston Treng – Siem Reap / partenza h13 – arrivo h19

330 km in bus, con grandi pisolini. E’ successo questo, ieri ho cominciato a condividere pezzi di viaggio. Con una semplice storia di (una sconfitta) a beach volley, mandata a un po’ di amici.
E’ piaciuta, e in tanti mi hanno risposto incoraggiandomi per oggi. Così, stamattina (cioè, stanotte) alle 3 avevo gli occhi sbarrati. Alle 4:25 sono in piedi, non voglio dare la soddisfazione alla sveglia di suonare, anzi decido io la sveglia del mattino, grazie a youtube: stand by me, playing for change.
La colazione, comprata ieri, è quella delle grandi occasioni: acqua, baguette, barretta di cioccolato con nocciole (carissima, quanto un pasto, ma oggi serviva) e 3 banane. More potassio, more power.

h5:05, le luci di posizione lampeggiano, siamo in strada. Prima mezz’ora di discesa al buio, poi sale l’alba magica. Trovo alba una parola splendida, e l’italiano in questo è una lingua perfetta. Francesi e inglesi si devono accontentare della ‘salita del sole’. Noi abbiamo l’alba. Il cielo si colora di mille tinte diverse, poi devia verso l’azzurro e il sole fa risplendere le risaie di un verde brillante. E’ una delle luci più belle incontrate finora in Asia. Ogni tanto penso una cazzata, ma tant’è, già che la penso la scrivo. Io non so a cosa credo, e a cosa non credo. Tipo, non so se credo alla reincarnazione delle anime. Però so che se ci credessi, una delle mie anime precedenti verrebbe sicuramente dalle risaie del sudest asiatico. Quando le guardo, raggiungo un senso di pace interiore pazzesco.

Al netto della metafilosofia spiccia, stamattina spingo. Le gambe girano, e ho deciso di raddoppiare il tempo tra una pausa e l’altra. No less than 2 hrs. Due sorsi d’acqua ogni 20 minuti. Spingo, 24-26-28, in leggera discesa mai sotto i 30. In salita non forzo, poi recupero. Macina chilometri di strada, insegui la tua vita ovunque vada. Presente la canzone? Oggi va così.
Alle 7:15, the verde freddo, acqua, banana e via. Poi dai cartello capisco che c’è un’imprevisto: il villaggio successivo è a 40 km. Tanto meglio, meno distrazioni, e riassetto il piano delle provviste. Che poi faccio sempre quello preoccupato, ma finché ho una baccah in borsa non può succedermi nulla. h8:15, finisco la barretta della colazione senza fermare la pedalata, 9:45, raggiungo il villaggio, e colazione sia (preceduta dalla solita doccia lava sudore: su “il sudore e gli occhi che bruciano dal sale” vorrei scrivere un saggio breve) con noodle, carne, verdura e riso bianco.

La ripartenza è appesantita, h10:45 faccio uno strappo alla tabella di marcia, e mi concedo una coca per digerire. Torno a filare che è un piacere, alle h12 mancano 15 km, mollo un po’, e alle h12:40 entro felice e leggero Ston Treng. Cerco un palazzo che si presti bene per una foto, per immortalare l’arrivo 142mk in 7h35 min, una media di 19 all’ora pausa incluse. Significa una media in movimento di circa 24 all’ora, con 30kg di ferro e bagagli sotto il sedere. “Sii tutt’uno con la bici”, mi ha scritto Franci, mio cugino, ieri, e oggi è andata così. Non c’erano gambe, ginocchia, braccia, manubrio e pedali. C’era una cosa sola in movimento, e del verde tutt’intorno.

Alle 13 sono già sul bus per Siem Reap, avevo previsto la notte a Stong Treng ma essendo arrivato presto riesco a evitarla. Lego la bici nel baule. Praticamente potrebbe collassare il telaio del bus, ma lei non si muoverebbe di 1 mm. E sul bus conosco Alexis, francese di 54 anni. Fin qui tutto ok. Viaggia 6 mesi all’anno, gli altri 6 lavora. Già idolo. Fa l’autista di autobus per i gruppi di turisti che vanno a sciare, conosce a memoria ogni singolo tornante delle Alpi e quanto può spingersi in là con il muso per prendere il punto di corda. Che poi vuol dire non distruggere le macchine che vengono nel senso opposto. Ogni viaggio, si fa un tatuaggio. Ne ha tipo 60, e ha una canotta e dei pantaloncini talmente corti, che si vedono praticamente tutti. Ha una figlia di 24 anni, e un harley davidson. Ma non ha una casa! Quando lavora gli pagano sempre vitto e alloggio negli spostamenti in bus. Quando non lavora viaggia. Chiacchieriamo in francese tutto il viaggio. J’ai un neuf ami.

Alle sette arriviamo, lui prende un tuk tuk verso la guest house dove ha prenotato un letto nel dormitorio, io lo seguo in bici. Alexis è simpatico, ma con le prenotazioni non è un mostro. La guesthouse è a più di 4km dal centro, con il centro che pullula di guest house. Lo ringrazio del pensiero di stare insieme, ma arrivati lì giro la bici. Ci scambiamo i contatti, e ci diamo un appuntamento per andare domani ad Angkor Wat. Poi per messaggio cambia idea 300 volte. If it rains, no sure I can ride a bike. If the sun, maybe too hot for bike.
Alla fine, appuntamento confermato h8:30, inshallah. Nel frattempo pedalando e godendo dell’assenza di prenotazioni e lonely planet torno in centro.

Trovo un hotel sopra un discoteca, di solito è garanzia di prezzo basso. Stanza singola con aria condizionata e senza finestre, per 13 dollari a notte l’affare fatto. Esco, e mi riempio di cibo: pad thai, 2 frullati e 10 tortine di cocco. Inutile dirlo, anche qui collaudo i servizi igienici dell’hotel. Poi annego nella coca cola per ritrovare la pace interiore. Siem Reap è luci e turismo, un forte contrasto con la Cambogia vista fino a poche ora fa.

Day 10: ci sono giorni che capitano e giorni da capitano

Mercoledì 10 novembre / Siem Reap – Kampong Cham / partenza h5:30 – arrivo h16:00 / 160 km

Soste, innumerevoli. Emozioni, ancora di più. La sveglia è puntata alle 4:30, ma prima facciamo due passi indietro.
Martedì mi incontro di buon’ora con Alexis, sul quale presto arriverà una storia. Frullato mango banana, e alle 9 siamo in bici verso Angkor. Quando vado in posti turistici così famosi, sono sempre insofferente. Non ho voglia di code, resse, percorsi, regole e tutte queste convenzioni. Nè sono la persona più socievole del mondo.
Litigo con l’addetta ai biglietti per il sito di Angkor Vat, non vuole accettare la mia banconota di 20 dollari perché un filo piegata. Le chiedo di farmi vedere dove è scritta la legge che rende quella banconota non valida.
Si incazza. Io non mollo, è una questione di principio. Da dietro la fila si avvicina un’americano: senti ci stai facendo aspettare a tutti, te la cambio io ‘sta banconota. Thank You mate. Mi sento comunque vincitore, Tommi 1 – sistema 0, l’umore migliora.

Entriamo, e subito realizzo una cosa: il sito archeologico è enorme, tipo 20 km quadrati. Il primo in cui entriamo è proprio Angkor Vat, la quantità di gente è accettabile, ed è bellissimo, da togliere il fiato.
Con Alexis ci diamo appuntamento dopo 1 ora e mezza all’entrata, ma in realtà ci incrociamo spesso. Per esempio, appena dopo aver rinunciato alla coda di 30 minuti per andare in cima, vedo che lui è quasi arrivato al punto in cui si sale, quindi mi infilo. Alexis, ma sei qui da mezz’ora? No! Ho fatto il numero del mago! Francia 1 – Italia 0. Da lì Alexis mi sta molto più simpatico.

Finito Angkor Vat, andiamo alla scoperta dei templi minori e più selvaggi. L’entusiasmo sale, si può girare liberi, scoprire, saltare, arrampicarsi sui tetti. Cioè arrampicarsi teoricamente no, ma io lo faccio e subito arrivano 3 guardie della sicurezza. Fischietti, urla, minacce. Sorry sorry, no speak english solo italiano! Ok no problem. Quella passeggiata sui tetti, con tutte le pietre che si muovevano, rimarrà indimenticabile. Tomb Raider style. Templi, bici, sudore, acqua gelida, bici, sudore, templi. In cima all’ultimo tempio, è in corso una gara di flessioni tra due guardie.
Sorry, can I join?
Of course, how much You can do?
50…

E allenamento alla braccia sia. Poi il tramonto, e il ritorno. Alexis ha un gran cuore, soffre in bici tutto il giorno (io voglio tenere la gamba allenata) ma sull’ultimo rettilineo prima di uscire dal complesso piazza uno scatto pazzesco. Sorpassando 4 autobus e 3 tuk, facendo il pelo di 1 cm a quelli provenienti dal senso opposto.
Poi mi aspetta, e gli do del matto. Mi dice ‘ho fatto come te nella gara di flessioni, mi sono chiesto perché no invece di perché. A 54 anni mettersi in discussione così, idolo. Cena dal turco, crollo a dormire. Con Alexis ci diamo appuntamento la sera dopo, di giorno io voglio andare ancora in bici, lui preferisce riposare.

Martedì 9 novembre. La mattina con calma torno quindi ad Angkor, dove visito solo 2 templi minori (con libro e pisolino incluso) ma compenso facendo tutte le stradine in bici, prendendo la scia ai tuk tuk. Vanno a 35 all’ora e sono enormi, praticamente mi allenano come un dietromotore. Il giorno prima ho apprezzato la compagnia, adesso apprezzo la libertà. Bello viaggiare così.

Torno in città, mi fermo in un ristorantino per pranzo, pronto a isolarmi con il wifi per deprimermi di Trump.
C’è una ragazza sola a un tavolo, io la guardo, lei mi guarda, sto per sedermi al tavolo prima e lei mi chiama: vuoi sederti con me? Iniziamo a chiacchierare, ed è come se ci conoscessimo da sempre. Elize, 25 anni, belga, in viaggio da sola per 3 settimana. Vive nel belgio olandese, in una casa in campagna, col suo ragazzo, 2 cani e 2 maiali da compagnia. Davvero, me li fa anche vedere in foto. E poi il tempo vola, mangiamo insieme, passeggiata, mi accompagna a lavare la bici, altra passeggiata, visita a un tempio, in un attimo sono le h17:30. Ci diamo appuntamento alle 7 per la cena, e lo dico anche ad Alexis. Purtroppo, viene in mood francese, con poca voglia di parlare inglese, cosa che crea non poche difficoltà. In qualche modo la cena passa.

Alexis torna con il suo motorino in albergo, Elize e io ci facciamo due birre, un’altra passeggiata, e diventiamo amici di un guidatore di tuk tuk. E’ un ragazzo come noi, di giorno studia, di sera guida il tuk tuk per fare qualche soldo. E’ una bella conversazione, vera, capiamo i momenti seri e le prese in giro. Ho la sveglia alle 4:30, alle 23 saluto Elize, ‘incontrare qualcuno per la prima volta, e sentire come di conoscersi da sempre’. Gran luogo comune, ma forse a mente aperta le sorprese trovano sempre spazio per infilarsi. Ed eccoci a oggi.

Sveglia 4:30, un po’ di pigrizia, divoro 6 biscotti e un’acqua, 5:30 sono in sella. Saluto Siem Reap che si illumina e si sveglia. Così turistica, così diversa dal resto della Cambogia eppure la maestosità di Angkor Wat riesce a donarle un’anima. Poi sono io e la strada, e la meraviglia, tutt’intorno. Oggi è come se avessi tutte le antenne accese, sono pieno di stimoli. La vedo così: i primi giorni ho cercato la solitudine per ritrovare contatto con me stesso. Poi, mi sono aperto alla relazioni, trovando Alexis ed Elize. E ora è come se fossi più completo. La strada di oggi è fatta di risaie, bambini, anziani, e matrimoni. Una marea di matrimoni, forse il giovedì è il giorno in cui si sposa. Ne vedo tipo 10, e in uno entro. Stanno facendo i preparativi, fanno scendere gli sposi dalla palafitta per presentarmeli.
Sono davvero orribili in sé, e belli insieme. Quindi vivranno felici e contenti, spero.

Faccio un sacco di altre pause, entro in case, cortili, viette, mi fermo a fotografare, filmare, cantare, dormire, bere. 2 the verdi, 8 bottigliette d’acqua, 1 coca cola e poi lei, la scoperta della giornata: si chiama Samurai, ha 8 vitamine e la taurina, al gusto di fragola. La produce Coca Cola, la lattina spacca. Ed è veramente buona.
Quando non filosofeggio, spingo. Anche perché i km oggi sono 160. Ma non me ne preoccupo, potrei fermarmi ovunque a dormire su un’amaca, non ho fretta, programmi, impegni o appuntamenti, mi godo gli istanti, i respiri, i sorrisi, gli hello, il sudore che mi scende in fronte ed entra negli occhi come una cascata salata.

L’unica cosa di cui godo meno è il vento in faccia. Dal 50esimo km soffia costante, sbam, dritto contro di me. Controvento barca non andare, direbbe qualcuno. Così più vado forte, piu’ mi rallenta. Mi piazzo a 18-19. Dal 120esimo km il vento diminuisce,torno sui 24 all’ora. E pedalo, me la sto godendo di brutto.
Arrivo a Kampong Chan molto più tardi del solito, alle 16, dopo 10 ore e mezza di bici. Ma è un dono, la luce pomeridiana toglie il fiato. Poco prima di entrare in città, deviazione in un tempio. Lo so che sono ripetitivo e banale, ma io mi chiedo come faccia l’uomo (e la donna!) a creare situazioni tanto belle.

E pochi km più avanti un altro regalo: mi fermo a guardare una partita di basket spettacolare nel cortile di una scuola. Solo contropiede, e tanta corsa. Bambini felici, spensierati. Arrivo, trovo un albergo, mi doccio. Cazzo, l’acqua esce solo bollente, quindi più mi lavo e più sudo. Poi, almeno nel lavandino, trovo il modo di mettere la fredda, e mi ‘doccio’ con quella.

Esco a fatica, ho un sonno e una stanchezza pazzesca. Panino col maiale e due Angkor Beer da 66cl: oggi ne ho proprio voglia. Allungo fino al ponte, e il tramonto toglie il fiato. Ci sono giorni che capitano e giorni da capitano. E io non posso fare altro che ringraziare ciò che mi fa essere così felice. Oggi mi sono sentito più vivo che mai, respiri a pieni polmoni, gambe potenti, occhi aperti e orecchie in ascolto.
Oggi ho cominciato anche a fotografare le persone e non solo i paesaggi, chiedendo sempre il permesso senza mai ricevere un no. E’ un passaggio importante e significativo per me, di connessione con i luoghi e le persone.
Sì, viaggiare.

Day 11, 12, 13: one way or another

Giovedì 11 novembre / Kampong Thom – Phnom Penh / partenza h5:30 – arrivo h17:30 / 165 km

Tanto sonno, tanta poca voglia di smettere di pedalare. E’ strano, svegliarmi e pensare che è l’ultimo giorno di questi riti. E allora li apprezzo ancora più del solito. Sveglia 4:30, sorso d’acqua, trangugio due panini lisci al latte comprati la sera prima, lavo i denti, chiudo le borse e mi avvio verso la bici. L’ho lasciata in un parcheggio custodito convenzionato con l’albergo, dentro una fabbrica del ghiaccio: la mattina i camion vengono a rifornirsi, quindi c’è un discreto via vai mentre la carico. Prima le due borse laterali, poi la ‘tasca’ davanti e infine lo zaino cinghiato. In sella, prima pedalata, via.

Kampong Thom è una città piccola, alle 5 dorme ancora, niente pani fritti a bordo strada per colazione. Comincio a scorgere la collina alta 200 metri sulla cui vetta c’è Phnom Santuk, un tempio. Ho visto dalle mappe che dopo 15 km avrei potuto prendere la deviazione, circa 8 km (4 di salita e 4 di discesa a tornare indietro), dalla strada principale. Avvicinandomi, la testa frulla e cambio idea 15 volte: sì dai, è l’ultimo giorno, andiamoci! No dai, hai 160 km da fare, e sei stanco. Sì perché stamattina è la prima volta in cui parto a pedalare e sento stanchezza, sonno proprio, e non è una bella sensazione.

Arrivato all’imbocco della deviazione, però, i dubbi svaniscono: attraverso le strada, e si parte. Primi 2 km di sterrato in falso piano, poi attacca la salita, ripida con tornanti. Le ginocchia cominciano a farsi sentire, per alleggerirmi lancio le borse laterali nella foresta, segnandomi il punto gps per riprenderle in discesa.
Con 12 kg in meno, salgo più facilmente, mai affrontando la salita dritto, ma sempre zig zagando per sforzare di meno le gambe. Verso le 7:15 sono in cima, ed è uno spettacolo. Tempio bellissimo, pieno di sentieri, grotte, statue, sorprese, e scimmie. La luce dell’alba a illuminarlo, i monaci che si risvegliano, il custode che spazza le foglie. E’ davvero un momento di pace. E di ennesima felicità, per aver scelto di arrivare fin qua, senza farmi prendere dall’ansia dei tanti km della giornata.

La discesa è piacevole, recupero le borse, sterrato e di nuovo in strada. Poi, diventa dura. Da un lato il pensiero (che c’è) di aver ‘perso’ un’ora e mezza nelle ore più fresche e dove di solito pedalo meglio, dall’altro il vento contro e soprattutto il torpore che mi sento addosso. Stringo i denti, non smetto mai di pedalare. I ricordi si fanno più crudi. Mangio una simil farinata. Pranzo sorridente, di dolce una banana.
Vento a favore: si vola. Calo di zuccheri, una moto quasi mi investe, è il primo (e unico) spavento del viaggio: occorre pausa di emergenza. Per ricaricarmi: succo di lici, acqua, coca, barretta.

Ultimi 35km, che bello. Entro a Phnom Penh: il ponte, il palazzo reale, una gran folla. Quasi impossibile trovare una camera, tutto pieno per Water Festival. Lo trovo al quarto piano di una bettola, senza scale. Albergo, quarto piano. No problem, su la bici a piedi. Cena delle g18, con doppia porzione di ravioli e noodle. In camera, fuochi d’artificio sul fiume, visto dal terrazzo con amico giapponese. La sorpresa, Elize, Lizie, ha cambiato programmi, e arriva domani a Phnom Penh.

Sabato 12 novembre. Mi sveglio con calma, ho una missione: cercare un corso di cucina per il pomeriggio. Mai l’avrei detto prima di partire. Lo trovo. Torno in albergo e comincia il momento zen di impacchettamento della bici: a Milano era stato un lavoro di squadra, con gli amici del cuore (Gio e Scandro) a formare una squadra fortissima. Sono un po’ triste nel metterla via. Sono al tempo stesso felice: significa che ce l’ho fatta, che viaggiare in bicicletta è facile. Per me, oltre che facile, è stato magnifico, nitido, potente, nel mettermi davvero in contatto con me stesso. E mi sento che questo racconto possa finire qui, senza finire il sabato, nè raccontare la domenica 13 novembre, il giorno in cui ho preso l’aereo. Ho cercato di raccontare questo viaggio usando parole semplici. Concetti poco articolati. Perché così è come l’ho vissuto: con gli occhi di un bambino, pedalata dopo pedalata. Hello dopo hello.

Appendice – la storia di Alexis

Ci sono incontri che succedono quasi per caso. E ti colpiscono forte. Quello con Alexis è, per me, uno di questi. Forse perché per caso non succede mai nulla.
54 anni, francese di Montpellier. In realtà “abita” in un paesino a 60 km da Montpellier, ma siccome nessuno lo conosce si è stufato di dover rispondere a due domande, e anticipa lui la seconda. La vita di Alexis è fatta così: 6 mesi di lavoro in Francia, 6 mesi di viaggio in giro per il mondo. Da quando tempo? Depuis long temps, mon ami.

Di lavoro, guida autobus turistici in montagna, portando in giro le comitive di sciatori. Conosce a menadito tutti i tornanti delle Alpi occidentali, ogni km di tutte le salite, ti sa dire quanto una curva va allargata o stretta per riuscire a portarla a termine senza cadere da una parte, o schiacciare una macchina dall’altra. Mentre lo racconta, mima compiaciuto il gesto del volante che gira, e ride.
Di viaggi ne ha fatti parecchi, il primo in America, avec un baggage de 40 kilos, poi Argentina, Chile, Peru, Bolivia, Brasile, Repubblica Domenicana, Cuba, Nicaragua, Salvador, Colombia, Tunisia, Zambia, Madagascar, India, Nepal, Cina e tanti etc. Quando lo incontro, sta facendo Cina, Cambogia, Thailandia, avec seulement 6 kilos de baggage, parce que j’ai appris la lecon: moins est plus.

Ci troviamo sul minibus che da Stuong Treng ci porta a Siem Reap. In realtà loro erano già partiti da 10 minuti, ma sono tornati indietro a prendermi. Le solite domanda di circostanza, ma scatta una scintilla.
Alexis gira il mondo senza sapere l’inglese, io é 5 anni che vado in Senegal senza aver studiato Francese, mais on peut parler en francais, pas des problemes.
Alexis in Francia ha una figlia, di 24 anni. Ogni tanto viaggiano insieme.
Mais avec lui, nous allons dans les hotels, pas dans les dortoire, pour le moment.

Ha anche una Harley Davidson, a manubrio alto. Ma non una casa. Appena torna, sale sul bus e comincia a lavorare. Quando lavora, dorme sempre negli alberghi delle stazioni sciistiche, con pagati vitto e alloggio.
Dello stipendio, non ha praticamente spese. Una parte la mette in banca per la figlia, l’altra nel cassetto del prossimo viaggio.
Quando entriamo insieme ad Angkor Wat, gli dico: senti, se ci perdiamo, o abbiamo voglia di farci i fatti nostri, vediamoci tra un’ora e mezza qui, ok?
On est des voyageurs.

Il finale gli è piaciuto, spesso durante il giorno lo ripeteva in fondo a qualsiasi frase. Alexis tutto il giorno in bici ha arrancato, sudando 7 volte la stessa camicia. Ma nel rettilineo finale per uscire da Angkor al tramonto, improvvisamente è partito. Uno scatto pazzesco, sorpassando al millimetro autobus e tuk tuk, non sono riuscito a stargli dietro. Ha rischiato tre frontali in 200 metri, salvandosi per un pelo. Come sulle strade alpine, d’altronde. Io non so bene come funzioni fisiologicamente il cuore, ma in momenti come questi non so a cos’altro pensare.
Ci siamo salutati, ci siamo detti a vicenda quanto è stato bello passare questa giornata insieme.
Viaggiare è uscire dalla convenzioni e dagli schemi che talvolta ci costruiamo nella vita di tutti i giorni.
Significa che un francese di 54 anni, pelata e coppola, canotta e pantaloncini, tatuaggi e orecchino, può rivelarsi una sorpresa incredibile per un italiano di 26 anni in bicicletta, barba e cappellino da pirla.

Moi d’habitude je ne parle pas trop.
Parce que je suis seule.
Mais aujourd’hui, ca eté beau.
Donc merci
.

Di solito non parlo tanto. Perché sono solo.
Ma oggi, beh oggi è stato bello. Grazie eh.
Grazie a te Alexis, buon viaggio e buoni tornanti sulle Alpi.





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