MENU

Dal Tibet a Milano in bici per i bambini rifugiati: parte 1

Diari, News • di 17 Gennaio 2019

Riceviamo dal nostro lettore Claudio Piani e volentieri pubblichiamo

Sette “giorni” in Tibet

Il Tibet e’ come te lo aspetti. Il treno sale per duemila chilometri da Xining a Lhasa, attraversando le regioni del Quinghai e il Tibet e arrampicandosi lento sull’infinito altopiano tibetano. Una distesa verde tagliata da centinaia di fiumi e interrotta solo da severe cime innevate all’orizzonte. Un posto troppo ostile per essere popolato… qualche piccolo roditore, rari branchi di daini che compaiono all’imbrunire e una miriade di Yak, i veri padroni dell’altopiano da ottocento anni ormai, ovvero da quando arrivarono qui con i nomadi mongoli provenienti da nord. Anche le tende dei pochi insediamenti umani sembrano yurte mongole. Sono pastori nomadi tibetani, buddisti esonerati dall’essere vegetariani, perche qui, a parte formaggio e carne di yak, c’e’ poco altro. Sono famiglie numerose, le ultime che “garantiscono” monaci ai monasteri; chi nasce in citta’ infatti e’ sempre piu “vittima” della vita consumistica globalizzata.

Lhasa e’ molto estesa ma poco popolato rispetto alle altre citta’ cinesi. Situata a fondo di una larga valle circondata da aride montagne rocciose. E’ la capitale del Tibet, provincia cinese dagli anni cinquanta… regione troppo strategica e troppo ricca di acqua e materie prime perche la Cina se la facesse scappare. Da allora sono successe molte cose… Ora Lhasa e’ una citta’ in via di “cinesizzazione” ma che mantiene con orgoglio le caratteristiche e tradizioni del popolo tibetano, gente semplice, generosa e SEMPRE sorridente. La loro guida politica, spirituale e religiosa e’ il Dalai Lama, reincarnazione del Budda della compassione….come potrebbero essere un popolo ostile?

Alla stazione vieni a prendermi Mr.Dajie. Sono straniero e quindi posso girare la regione solo con una guida locale e con uno speciale permesso. Per questo la mia bicicletta mi e’ stata rifiutata in treno ed e’ rimasta nel Guangdong, costringendomi ad autospedirmela da qualche parte. I controlli sono frequenti e noiosi, soprattutto fuori dalla citta’ ma con Dajie e gli altri.quattro tursiti del gruppo giriamo facilmente. Dopo avere visitato piu di settanta nazioni mi trovo per la prima volta in un tour organizzato…inutile descrivere il mio disagio… ma questo e altro per il Tibet…

Il momento migliore e’ la sera, quando finiamo le visite e sgattaiolo fuori dall’albergo per girare la citta’ da solo. I bambini tibetani fanno cagnara nei piccoli viottoli della citta’ vecchia. Mi fermo a giocare a pallone con alcuni di loro, dimenticandomi che siamo a 3600 metri s.l.m., stramazzando al suolo al primo dribbling. I templi si popolano di fedeli in preghiera che ci camminano intorno chicchierando o intonando preghiere…mi mischio tra la folla di teste rasate e lunghissime trecce nere lucenti…facce scavate dalle intemperie e abbrustolite dal sole che mostrano costanti sorrisi con qualche dente in meno del previsto.

Arrivo al Potala…lui non e’ come te lo aspetti…lui e’ molto di piu. Hanno provato a snaturarne l’ambiente circostante ma lui e’ li che ti guarda dai sui oltre cento metri di altezza e milletrecento anni di eta’. Talmente bello che nemmeno i cinesi durante la rivoluzione culturale se la sentirono di abbatterlo. Fu fondato dal primo re tibetano…quello che sposo’ la principessa Wencheng, si quella che ha determinato il nome della mia bicicletta, e successivamente divenne la residenza dei Dalai Lama. Per me e’ il simbolo del Tibet e il luogo che piu desideravo di visitare al mondo… la pelle d’oca e’ tanta, salgono anche dei lacrimoni…e sono solo all’inizio…c’e’ una bicicletta da andare a recuperare e un continente da attraversare per la terza volta in quattro anni…

Il mio viaggio “Cycling home from Tibet” sta per cominciare, così come la raccolta fondi per l’orfanotrofio nepalese che sponsorizzo sulla mia pagina facebook.

GIORNO ZERO…PRIMO INCIDENTE
Sono a Golmud, tristissima citta’ industriale sull’altopiano tibetano, ultima citta’ raggiungibile in treno prima di entrare nel Tibet vero e proprio. Insomma sono nel luogo piu vicino al Tibet da cui iniziare il mio viaggio in bici…senza infrangere le regole cinesi.

Arrivo all’albergo alle tre di notte, dopo trentotto ore di treno. Lo stesso albergo al quale mi sono autospedito la mia bicicletta e che, come previsto, e’ arrivata questa mattina in ottime condizioni.

Sono probabilmente il primo straniero della storia dell’albergo tant’e’ che il titolare in persona si premura di venirmi a chiamare invitandomi nel.suo ufficio, dove giace lo scatolone con la mia bici smontata. Nonostante sia in giacca e cravatta, decide di rimontarmela lui, risistemando la ruota davanti e riagganciando i portapacchi. Mi unge addirittura la catena andando a sporcarsi le scarpe…. il tutto in religioso silenzio. Io non parlo cinese e lui in inglese sa dire solo “hello”.

Dopo poco piu’ di un’ora la bici e pronta e sembra in buona salute. Potro’ partire domani.

Finito di assistere all’assemblaggio torno in camera dove inizio a risistemare la.roba nelle borse, eliminando TUTTO l’eliminabile(ma proprio tutto) e a studiare il percorso… mi scoraggia sempre un po’ guardare quella vecchia cartina e.vedere che la prossima citta’ e’ a seicento chilometri e che nel mezzo ho tre paesi e qualche pompa di benzina…il tutto pedalando tra 2600 e i 3600 metri d’altitudine..

Esco nel pomeriggio per un breve giro della citta’ e per le ultime compere: una bottiglia di alcool per il mio fornello portatile e il tiraraggi, un piccolo aggeggio per tendere i raggi della bici.

Giro alla ricerca di un negozio di bici quando, ad un semaforo, mentre sto atttaversando con il verde, vengo colpito sulla ruota posteriore da un treruote. Riesco a non.cadere per terra mentre la ruota posteriore rimane.incastrata sotto quella della moto…

Guardo il conducente. E’ un cinese Uighar, quelli musulmani, con la barba lunga e la pelle scura. Potrebbe avere cento anni…gli occhi sono grigi, coperti da una specie di velo…sembra cieco ed effettivamente solo un cieco poteva centrarmi cosi…lui e’ piu spaventato di me e io Non riesco nemmeno ad arrabbiarmi, mi scappa solo un:”Cazzo Nonno domani devo andare in Italia”
La ruota gira ma e’ storta…sicuro non puo’ reggere 110 kg per 8000 km…adesso urge un ciclista….

Come spesso mi e’ gia’ successo nei miei viaggi passati,dopo una botta di sfiga clamorosa ne segue una di fortuna direttamente proporzionale…trovo l’unico ciclista che parla un briciolo inglese in tutta la Cina occidentale e che, oltre che cambiarmi la ruota, mi mostra anche come smontare i raggi(qualora ne rompa uno) e mi regala alcuni attrezzi di cui avevo bisogno, tra cui il tiraraggi appunto. La bici sembra davvero al 100% adesso.

Torno in albergo convinto che domani io e Wencheng andremo alla grande e trovo un pacchetto davanti alla porta della mia stanza…c’e’ una bottiglia di alcool per il mio fornello e un vasetto di lubrificante, regali del direttore dell’albergo.
Scendo alla reception per ringraziarlo…mi dicono sia appena uscito, cosi ne approfitto per pagare…mi viene addebitata una sola notte invece che due, cosi faccio presente l’errore alla signorina della reception, che mi risponde:”First night GIFT!!!”. Mi viene quasi da piangere per tanta generosita’…ora ho piu energie per la prima tappa di domani…

MANCANZA DI OSSIGENO E PROBLEMI CON LA POLIZIA CINESE

Terzo giorno di viaggio. Oggi riposo, dopo i primi due giorni nei quali ho stupidamente esagerato. Duecento chilometri percorsi (92 il primo giorno e 110 ieri) atttaverso le zone desertiche dell’altopiano tibetano e tra le montagne che lo dividono dal deserto del Gobi, che mi costringono a pedalare spesso su e giu’, oltre i tremilametri di quota, con conseguente mancanza di ossigeno. Ieri in particolare dopo settanta chilometri percorsi, senza saperlo, mi sono trovato a salire un passo di3330 metri, spinto solo dal desiderio di raggiungere l’unico villaggio disponibile a trentachilometri.

Scrivo infatti da Dachaidam, uno di quei posti “dimenticati dal signore”, dove nessuno parla inglese, la gente ti fotografa di nascosto e dove.entrare in un ristorante vuol dire mangiare con tutte le facce degli altri commensali rivolte verso di te.
Era una cittadina sulla via della seta, e lo dimostra la massiccia quantita’ di cinesi musulmani….ora ci passa una autostrada ma nonostante questo di turisti occidentali non ne passa nessuno, tant’e’ che nessun hotel del paese puo’ ospitarmi, in quanto straniero….

Sono arrivato ieri sera in procinto di svenire dopo la tappa proibitiva, desideroso di un letto e di una doccia. Busso a tutti gli hotel del paese… non mi accetta nessuno. Nessuno puo’ ospitare stranieri. Inizio a sentirmi davvero male e commetto un errore da principiante: chiedo aiuto alla polizia.
Trovo due agenti ai quali cerco di far capire che ho assoluta necessita’ di pernottare in paese ma che nessuno mi puo’ accogliere.

La mia speranza e’ che,vedendomi “distrutto”, chiudano un occhio permettendo ad un hotel di ospitarmi.Il poliziotto piu’ vecchio invece dal traduttore del telefono mi fa leggere:”you can not stay here go now”. Mi costringe ad andarmene, suggerendomi di raggiungere la turistica citta’ di Duhnuang a 350 km di distanza… Fingo di abbandonare la citta’, avviandomi verso la strada statale me in realta’ continuo a supplicare ogni albergatore di ospitarmi…cercando nel frattempo di non farmi vedere dalla polizia…

Finalmente trovo un albergo dove la receptionist non spalanca la bocca vedendomi entrare…mi presento col poco di cinese che so e le faccio leggere la mia “Magic Letter”…si chiama Jiu Ma ed e’ tibetana. Chiama il boss dell’hotel e gli fa leggere la lettera. Accettano di ospitarmi e mi fanno uno sconto di 50rmb(otto euro) purche’ non porti la bicicletta in camera…

P.s: la foto della macchina e’ la prima auto che si e’ fermata per regalarmi una bottiglia di acqua mentre pedalavo…

Per maggiori informazioni: Cycling Home from Tibet






Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *