L’appello di Vittoria Bussi a Giuseppe Conte per la sicurezza stradale di tutti

17 Dicembre 2019

La detentrice del record dell’ora su pista Vittoria Bussi è una ciclista che nelle scorse settimane è stata vittima di una collisione stradale mentre si allenava: fortunatamente l’impatto non ha avuto gravi conseguenze, tanto che in poco tempo si è subito rimessa in sella con più grinta di prima. Ma l’investimento – e l’indifferenza della persona che l’ha investita – l’hanno fatta riflettere sulla condizione di pericolosità delle nostre strade per chi pedala e sulla mancanza di empatia nei confronti di chi si sposta in bicicletta.

Per questo alla cerimonia di premiazione dei Collari d’Oro presso la sede del Coni a Roma, Vittoria Bussi ha consegnato nelle mani del presidente del Consiglio Giuseppe Conte un cartello stradale che indica la distanza minima di sicurezza di 1,5 metri per sorpassare un ciclista, battaglia portata avanti dall’ACCPI anche con una petizione diretta al presidente della Repubblica Sergio Mattarella che ha superato le 60.000 firme.

Un gesto fuori dal protocollo che Vittoria ha spiegato così a Paolo Bellino, ai microfoni dell’ADNKronos: “Il mio è stato un gesto simbolico che ha voluto approfittare della vetrina che non è facile ottenere da persona comune: è un tema che mi sta personalmente a cuore perché ho percepito che andare in bicicletta in Italia è un po’ un gioco d’azzardo. Il gesto è stato di proporre qualcosa che sensibilizzi e che educhi tutti gli utenti della strada”. E aggiunge: “Non c’è stata fino a oggi una campagna di sensibilizzazione verso gli utenti della strada”.

Una battaglia, quella della sicurezza stradale degli utenti fragili, che vede in prima fila tante associazioni e realtà attive nel mondo della mobilità sostenibile e della promozione sociale: come la Fondazione Michele Scarponi il cui motto è “La Strada è di Tutti a partire dal più fragile” e che sulla necessità di cambiare passo, anzi, di fermarsi e “piede a terra” per fare il punto della situazione, fare fronte comune e ripartire tutti insieme ci crede davvero.

Non a caso, come si evince purtroppo dalle cronache, la violenza stradale è trasversale e non siamo soltanto tutti sulla stessa strada, ma in definitiva si può dire che siamo tutti sulla stessa bici: professionisti, amatori, ciclisti urbani e utenti occasionali del bike sharing devono potersi muovere in un ambiente sicuro, appunto la strada, che invece al momento è ricca di insidie e pericoli che derivano da una serie di concause, prima tra tutte la mancanza di moderazione del traffico e della velocità dei mezzi a motore che, unita alla distrazione, allo stato delle strade e alla mancanza di empatia alimenta il fenomeno della violenza stradale.

In questo anche i mass media hanno un ruolo non di secondo piano: è troppo comodo rifugiarsi in etichette come “le stragi del sabato sera”, imputare le responsabilità ora all’alcool ora alla droga, quando invece bisognerebbe fermarsi a riflettere sul problema generale, sull’elefante nella stanza che (quasi) tutti fingono di non vedere: il sistema della viabilità e le nostre strade non danno agli utenti fragili – pedoni, ciclisti, disabili, anziani e bambini – la possibilità di attraversarli e frequentarli in sicurezza.

Con un’espressione molto azzeccata e un po’ forte Marco Pierfranceschi a proposito dei lavori di riasfaltatura delle strade ha parlato di “manutenzione del mattatoio”: la strage quotidiana sulle nostre strade viene considerata fisiologica e ineluttabile, continuare ad affrontarla in modo disorganico e con misure palliative temporanee non aiuta a risolvere il problema ma, anzi, lo cancrenizza e lo cristallizza in una bolla che cresce ogni giorno di più. Vogliamo che le strade tornino ad essere di tutti, delle persone, della vita e non l’anticamera del mattatoio di chi osa attraversarle a piedi o in bicicletta.

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